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R Recensione

7/10

Kamasi Washington

Harmony Of Difference [EP]

Desiderio, di arrivare al cuore delle cose. Umiltà, di ammettere sempre e comunque la propria fallibilità umana. Conoscenza, come meta ideale cui tendere. Prospettiva, dalla quale mettere in discussione ciò che si presume di sapere. Integrità, il non tradire sé stessi per il mondo. Verità, infine, concetto stordente ed inafferrabile, senza “post” né “oltre”. Nell’esalogo morale di Kamasi Washington è liofilizzato un insegnamento sapienziale di complessità inaudita, il senso di ciò che viviamo e di ciò che ci circonda. D’altronde, la riemersione violenta dell’intero inconscio statunitense – la questione razziale e di genere, l’isolazionismo cospirazionista, la xenofobia, l’antiscientismo, il radicalismo politico e religioso – coinvolge e travolge il giovane jazzista losangelino: nero, musulmano, ammiratore di Malcolm X, vera epitome del “diverso”, di colui che va strenuamente combattuto e, possibilmente, abbattuto. Alla violenza di questa retorica, Kamasi oppone una Weltanschauung-slogan per un nuovo antropocentrismo illuminato, agognato dalla contemporaneità e pur tuttavia mai realizzatosi: scelta coraggiosa e del tutto controcorrente.

Coraggiosa e del tutto controcorrente è anche la scelta di far seguire l’immaginifico mastodonte di “The Epic” (pietra miliare del jazz contemporaneo) da un lavoro che ne rappresenta tutto l’opposto: lì pompa ed opulenza, qui introspezione e concisione. L’unica cosa che non cambia è la sintassi della scrittura di Washington: vi è un riff portante, esteso per un numero variabile di battute, attorno al quale si organizzano gli interventi solisti della backing band, prima della chiusura con la ripresa dell’andante iniziale. Anche per questo non è un azzardo considerare i sei brani di “Harmony Of Difference” – nato per musicare un’installazione multimediale al Whitney Museum di New York – come sei facce della stessa suite: e per il ciclico richiamarsi dei temi, e per lo sviluppo parallelo delle cellule melodiche, e per l’alternarsi regolare di suggestioni strettamente legate al background dei musicisti all’opera. Nella prima metà, “Difference”, è tutto un concatenarsi di riferimenti. All’intenso e minimale spiritual in salsa lounge di “Desire” (plauso alle tastiere di Brandon Coleman) segue l’incalzante fraseggio coltraniano di “Humility” (con la tromba di Dontae Winslow a scheggiare le evoluzioni funamboliche del piano di Cameron Graves): al trombone di Ryan Porter che co(o)lora il morbido feeling be bop di “Knowledge” seguono i rotondi ancheggiamenti funk di “Perspective” e, soprattutto, la raccolta bossa in minore di “Integrity” (con il volteggiare lirico del basso di Miles Mosely).

La quadra del cerchio si ha, infine, nella seconda metà, quando la torrenziale “Truth” (13:30) – a partire dall’iterazione metodica della stessa sequenza melodica – si trasforma in un maestoso affresco polifonico, una Gesamtkunstwerk sinfonica per trenta strumentisti che, tra lampi solisti di assoluta epicità (il memorabile assolo del band leader accompagnato dalla sezione d’archi, dal crescendo di piano e dall’intervento corale) e contributi aggiunti di valore (Thundercat al basso elettrico), si regala anche scampoli inediti (il contrappunto di vibrafono appoggiato alla chitarra elettrica di Matt Haze, prima soluzione di questo tipo nella produzione di Washington). È la summa del Kamasi-pensiero, un messaggio di unione e pacificazione oltre ogni barriera naturale ed artificiale: anelito certamente non nuovo né innovativo, ma qui ripetuto con una forza ed una convinzione che vanno ben oltre la semplice decalcomania.

Harmony Of Difference” non è il disco jazz del 2017, ma è quello che più efficacemente inquadra e definisce le contraddizioni dell’epoca in cui è stato concepito e prodotto. Mezz’ora di musica ad altissima intensità, una visione sonora che è – prima di tutto – visione sociale. Checché se ne dica, ce n’era davvero bisogno.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 12:08 del primo febbraio ha scritto:

Primo ascolto: "Ma che cazzo è, Fausto Papetti?"

Quarto ascolto: "Dai figo, un disco jazz che non mi fa esplodere il cervello."

Ascolto Live: "Yeah, figata, balliamo il jazz!"