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R Recensione

6,5/10

Kamasi Washington

Heaven And Earth

Vi sono due modi universalmente riconosciuti per tentare un approccio con (qualsiasi cosa graviti attorno a) Kamasi Washington. Il primo, dalla forma al contenuto, è quello oggi prevalente – almeno dal gigantesco fallout di “The Epic” in avanti – e mira a discutere nel dettaglio l’aura mediatica del personaggio, solitamente per ridimensionarla e caratterizzarla negativamente in relazione alla rispettiva produzione artistica. Il secondo, dal contenuto alla forma, affronta primariamente il dato musicale, contestualizzandolo solo successivamente all’interno del più ampio percorso espressivo dell’autore. In questa sede scegliamo di aderire a quest’ultimo paradigma, nella speranza che il chiacchiericcio su chi è e cosa fa Kamasi al di fuori della sua attività studio ritorni ad occupare il (secondario) posto che gli compete. Che sia il nuovo Coltrane, il visionario di cui il nostro secolo insicuro aveva bisogno, il messia politico di una minoranza in fermento, un venditore di fumo o un depredatore modaiolo della lezione dei padri lo decideranno altri: anche perché – se è vero, come scrissero allora Codias e Buffoli, che “The Epic” era il disco dell’anno – “Heaven And Earth” certo non si premura d’essere inferiore a niente e nessuno.

I confronti, già. Ineluttabili, imprescindibili. Se confronto dev’essere, allora, lo si riprenda in mano, il benedetto (in tutti i sensi) “The Epic”, e non sulla base del mero dato numerico, pure non facilmente aggirabile. Per iniziare la riflessione, un appunto preliminare a valere come fondamento dell’intera analisi: un nudo quantificatore, per la precisione, e cioè il molto. La scrittura di Kamasi è l’apoteosi del molto: molta solennità, molti strumenti, molti strati, molti minuti, molto di tutto. Il molto, nella trimūrti di “The Epic”, era il chiavistello, anzi no, la valanga che serviva al trentasettenne sassofonista losangelino per inondare l’ascoltatore di un verbo proposto come ammodernamento – nei limiti (!) del buon senso estetico – le adamantine tavole della legge jazz, un ponte gettato verso il passato per favorire il fisiologico cambio della guardia (giusto per tendere la mano ai riferimenti interni). In altre parole: si partiva da un tema, lo si costruiva progressivamente, si aggiungeva gonfiava ridoppiava espandeva, si raggiungeva un apice narrativo e poi, in forme diverse, si tornava da dove si era partiti. Esisteva una logica verticistica, una stratificazione pianificata che univa sentimento ed impatto, melodismo ed improvvisazione. Il molto, nel finto doppio “Heaven And Earth” (c’è infatti anche una terza parte, “The Choice”, resa disponibile a chi ha acquistato il disco in formato da 4 LP e di cui parleremo separatamente), è spesso puro sfoggio di grandeur, svuotato di una reale evoluzione interna: si moltiplica accumula ammassa dilaga, ancora e ancora e ancora, e dopo aver raggiunto il limite lo si supera, si va oltre, verso il totale sovraccarico, in una parata sempre più maestosa e sfarzosa; ma l’imponenza non si controbilancia, né tantomeno neutralizza in un infinito gioco al rialzo. Ad un certo punto, inavvertitamente, si perde il baricentro, il fuoco comincia a tossire fuori i suoi tizzoni, si esce fuori strada. Spesso i musicisti, da consumati professionisti quali sono, captano l’anomalia, ma non abbastanza in fretta per recuperare la magia perduta: il molto diventa troppo e, semplicemente, stroppia.

La debolezza di scrittura, la mancanza di progressività scalare delle strutture concepite, è trasversale e riguarda entrambi i dischi, sebbene – da questo punto di vista – “Earth” sia decisamente più fragile rispetto ad “Heaven” anche, e soprattutto, sotto il profilo melodico. L’apertura è sanguigna e scenografica, con la pirotecnica rielaborazione da big band della main theme del cult Fist of Fury (1972: l’O.S.T. è di Joseph Koo e Ku Chia Hui) il cui testo, ottimamente interpretato da Patrice Quinn e Dwight Trible, assume inattese e impensabili sfumature di rivendicazione politica: e così la chiusura, affidata ad una “One Of One” le cui solenni venature ethio-cool jazz sono rimpallate dalla tromba davisiana in libertà di Dontae Winslow, da sacrali controcori spiritual e dalla drammatica austerità di un’intera sezione d’archi. Tra questi mastodonti (quasi venti minuti in due, e ancora non si è visto né sentito niente) si colloca la canzone senso strictu più toccante del doppio, il gospel-soul di “Testify” che – pur adagiandosi in gran parte sulle suggestioni armoniche della vecchia “The Rhythm Changes” – indovina la confidente intimità del ritornello (“All we are comes from the light you give / Because of love, just love, all that we need is within”). Diversi i cedimenti nel resto del pacchetto: “Can You Hear Him”, che sgraffigna l’andante di basso a “Re Run Home”, affoga nel solismo strabordante e senza senso delle tastiere hancockiane di Brandon Coleman; “The Invincible Youth” si apre in un orchestrale tramestio free jazz, si sviluppa lungo un bel crescendo dialettico sax-piano ma, ancora sul finale, si dilunga in superflui, vezzosi fraseggi strumentali; inoffensivi i rinterzi pianistici ragtime in “Tiffakonkae” (che però si regala un ultimo minuto e mezzo di grande efficacia, puro descrittivismo scandinavo) e decisamente fuori luogo gli innesti corali sulla preziosa head jagajazzistica di “Connections”, l’invenzione melodica potenzialmente più interessante del primo disco (plauso, anche in quest’occasione, alla squillante tromba di Winslow).

Neppure l’ascesa al paradiso dispensa Kamasi e compagni da ulteriori cadute di stile il cui fragore, tuttavia, viene qui contenuto dalla bellezza soggettiva e sfolgorante di diverse intuizioni. Così, se l’impostazione fusion-fumettosa del be bop spiritualizzato di “Street Fighter Mas” è decisamente un affronto al buon gusto, “Journey” un vocal jazz pedante e melodicamente irrilevante e “Show Us The Way” uno swing funambolico forgiato con lo stampino di “Change Of The Guard” (praticamente identica la soluzione di accordi pianistici che apre entrambi i pezzi), la dimensione teatrale da micro-musical di “The Space Travelers Lullaby” – echi fiabeschi di certe sinfonie čajkovskijane nell’uso degli archi – raggiunge un climax paradisiaco oltre il quale il velo si squarcia e rimane il solo attore principale, in piedi sul proscenio, impegnato a tessere un’emozionante chiosa coltraniana. È come se qualcosa, allora, finalmente cedesse, come se la tensione accumulata scorresse via e lasciasse i musicisti liberi di esprimersi. Nella strepitosa “Vi Lua Vi Sol”, l’inconsueto contributo al vocoder di Coleman viene sequenziato in una serie di pattern latin-bossa incalzati da infuocati fraseggi bop, come un Art Pepper che suonasse sulla spiaggia con Jobim: la toccante visceralità trenodica del tema di “Song For The Fallen”, dilatata quasi fino a tredici minuti, viene alleggerita da una scaltra chiusura black; “The Psalmnist”, poi, esibisce con tutto l’orgoglio possibile il lato più tecnico e muscolare del gruppo, lanciato a briglia sciolta in una fusion-hop con qualche richiamo al Makaya McCraven di “In The Moment”. Possente e innodica la chiusura, con una severa “Will You Sing” dalla ciclopica volumetria sonora: un punto e a capo temporaneo, una tregua parziale, in attesa della mandata successiva.

Il problema sostanziale è che, puro narcisismo estetico a parte, “Heaven And Earth” fluttua immobile in una dimensione di asettica professionalità, di compassato mestiere: alla forma, ipertrofica, raramente corrisponde un contenuto funzionale che giustifichi le ambizioni. Nel trionfo dell’orpello, a mancare sono la tonicità, la libera creatività. Inevitabile che prima o poi la missione totalizzante di Kamasi dovesse fare i conti con i propri limiti ontologici: si sperava solo non dovesse già capitare al secondo disco.

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