R Recensione

6,5/10

Kamasi Washington

The Choice [EP]

Per chi, come il sottoscritto, si è dovuto accontentare di una semplice copia cd, non sarà stato semplice accorgersene. Eppure, aprendo il cartonato di “Heaven And Earth” e facendo pressione sul Kamasi di sax munito – una silhouette imponente, immota tra cielo e terra, stagliata contro l’infinito dell’orizzonte – dietro la serigrafia si percepisce chiaramente la presenza di qualcosa che non dovrebbe essere lì: un disco supplementare, inizialmente non annunciato. Per impossessarsene bisogna utilizzare le maniere brutali – leggasi, forza bruta e taglierino: e dal momento che delle tattiche predatorie del turbocapitalismo ne ho piene le tasche e il deturpamento di un manufatto artistico non ci rende tutti Banksy, si è dovuto attendere tempi migliori ed una release separata. Ecco perché “The Choice”, inizialmente parte integrante di “Heaven And Earth”, viene affrontato in questa recensione come un corpo separato ed autonomo, sebbene la definizione di EP sia quantomeno impropria per un disco che quasi raggiunge i quaranta minuti.

Dell’ultima corposissima prova in studio di Kamasi si è parlato nel dettaglio qualche tempo fa: rimandiamo pertanto a quella recensione per ogni approfondimento. Lungi dallo scombinare ogni carta in tavola, “The Choice” fa però nascere qualche rimpianto in merito alla mancata possibilità di sfruttare meglio gli spazi a propria disposizione e concedersi qualche azzardo supplementare in fase di scrittura. Particolarmente sontuoso è, nello specifico, il cosmic jazz di “Agents Of The Multiverse”, dove le finestre oniriche aperte dalle texture di fraseggi sassofonistici sono accompagnate dai poliritmi afro di Chris “Daddy” Dave: e impressionante è la trasformazione subita dall’innocua “O-o-h Child”, singolo di punta dei furono Five Stairsteps, qui proposta in una maliarda versione jazz-fusion tagliata su misura per le voci di Matachi Nwosu e Steven Wayne. Il resto scorre senza troppi sussulti, in un continuum che dall’ottima “The Secret Of Jinsinson” (classica grandeur à la Kamasi, qui mediata in un oscillare perpetuo tra meditativi scambi minimalisti e rigonfiamenti orchestrali) scivola nella didascalica rivisitazione del classicone “Will You Love Me Tomorrow” (impeccabile Patrice Quinn, ma di gran lunga più convincente, tra le più recenti, è la concisa versione di Amy Winehouse) e nella non indimenticabile melodia coltraniana di “My Family”.

Valga come buon complemento alla portata principale.

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