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R Recensione

7,5/10

Kelan Philip Cohran and the Hypnotic Brass Ensemble

Kelan Philip Cohran and the Hypnotic Brass Ensemble

108. Mica poco, eh? E' la somma esatta degli anni di Kelan Philip Cohran e del numero dei suoi figli. 85 le primavere della leggenda del jazz (era il trombettista della Sun Ra Arkestra, vedete voi) e 23 il numero dei suoi figli. Un uomo che nella vita si è dato un gran da fare, tra mogli, jazz e la passione per l'astronomia. Otto figli dei ventitrè hanno deciso di seguire le orme paterne e dedicarsi alla musica, e sebbene non abbiano grandi prospettive di raggiungere i suoi livelli (dove potrebbero trovare un Sun Ra nel 2012?), hanno recentemente dimostrato di saper modellare il loro DNA jazz per ottenerne una versione brass-funk decisamente moderna. Il loro album omonimo del 2009 ha consentito ai ragazzi di portare le loro esibizioni improvvisate dai marciapiedi di Chicago ai palchi di mezzo mondo.

Tre anni dopo, il cerchio si chiude. L'Hypnotic Brass Ensemble era partito dal jazz di Phil Cohran e aveva proiettato la luce dei suoi ottoni nel ventunesimo secolo. Da parte sua, Cohran si era riaffacciato nel mondo della discografia dopo anni di assenza (causati dalla morte di Sun Ra) con lo splendido "African Skies" del 1999 e con il recente ritorno dei suoi Artistic Heritage Ensemble. "Kelan Philip Cohran And The Hypnotic Brass Ensemble" non poteva essere che questo: la somma perfetta tra le spinte funk e hip hop dei giovani ottoni e la visione jazz "spirituale" di uno degli ultimi mostri sacri del jazz. A partire da "Cuernavaca", irresistibile marching song dal sapore mariachi, fino al quarto d'ora della conclusiva "Zincali" (fluttuante e imbevuta di misticismo, Sun Ra apprezzerebbe sicuramente), questa collaborazione esprime una fusione di anime che va ben oltre l'incontro musicale. Il vecchio Cohran dimostra ancora una voglia di sperimentare e un' apertura mentale invidiabili. Rinunciando al suo eclettismo da polistrumentista e concentrandosi sulla tromba, si mette al servizio dei suoi vivaci figlioli, dei loro ritmi sincopati ("Stateville") e dell'intraprendenza del batterista ("Frankincense And Myrrh"). Da metà disco in poi - invece - non resiste alla tentazione di rispolverare la sua vecchia "Arpa Spaziale" (nota con il nome di Frankiphone), un lamellofono da lui inventato probabilmente all'inizio degli anni '60 (compare già in "Angels and Demons at Play" di Sun Ra, che risale al 1965) donando il giusto tocco "celestiale" all'alternanza dei fiati di "Aspara", un brano del 1967. In "Spin" fanno la loro comparsa anche la kora e l'arpa, che magicamente (è proprio il caso di dirlo) riescono a dare leggerezza ad un giro di basso funk nero come la notte, mentre in "Ancestral" è il violele (un ibrido tra il violino e l'ukulele) ad allargare il respiro a delle linee melodiche che sembrano davvero arrivare dallo spazio.

Un disco divino nel vero senso della parola. E non me ne vogliano gli otto ragazzi (per i quali si rinnovano le impressioni positve di qualche anno fa), ma questa volta la magia è tutta merito del papà. Loro hanno fantasia, coraggio, senso del ritmo e un buon orecchio. Ma il vecchietto la notte si affaccia alla finestra e sente il suono delle stelle.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 2 voti.
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gull alle 23:00 del 12 dicembre 2012 ha scritto:

"Cuernavaca" mi gusta molto (il Beirut "messicano" di qualche anno fa non è molto distante). Mi ascolterò anche il resto, si preannuncia un bell'ascolto. Thanks.