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R Recensione

8/10

King Khan

The Infinite Ones

Di King Khan (l’indo-canadese Arish Ahmad Khan) sappiamo due cose. Esordisce come solista assoluto, cioè fuori dal progetto iniziato nel 1999 conosciuto come King Khan and His Sensational Shrines, di cui è frontman, e dal duo The King Khan & BBQ Show, nel 2017, con l’album Murderburgers; la seconda è che la linea principale (Murderburgers ne è testimonianza) seguita da un musicista, certo poliedrico, come Khan, ovvero il garage rock, il punk e, nei giorni dispari, l’R&B, non sembra avere niente a che vedere con il lavoro a cui si è dedicato quest’anno, il presente The infinite ones, che possiamo definire con completa onestà intellettuale un piccolo miracolo.

Basta un ascolto al brano di apertura, l’ode al sole Wait till the stars burn: non ci accolgono spastiche chitarre elettriche, ma sovraeccitate percussioni, due trombe impazzite e due sassofoni, a dare vita a un vero e proprio carnevale jazzistico, una sorta di jam impazzita, musicanti di Brema uniti per il favore dello zodiaco. Bisogna soffermarsi su alcuni nomi, che rendono quest’album di fatto il frutto meditato di un supergruppo. Blacksnake (Khan) passa dalla chitarra, al basso, all’organo, al sintetizzatore; ai sassofoni ci sono Marshall Allen, tra i più eclettici musicisti di Sun Ra (oggi alla adolescenziale età di novantasei anni, sic; un personaggio incredibile), e Knoel Scott, collega (come tastierista) di Allen sempre per Sun Ra; Martin Wenk (dei Calexico) ed El Congo Allen alle trombe; Brontez Prunell e John Convertino (sempre Calexico) alla batteria; un milanese d’adozione, Davide Zolli (dell’ex duo Mojomatics). Insomma, quanto basta per scatenare, perlomeno, un rischio atomico.

Sun Ra è una presenza massiccia, strumentalmente, ideologicamente, contenutisticamente. L’afrofuturista, il mistico che riusciva a far convivere gli anelli di Saturno con le divinità egizie, che si forma sui dischi di Duke Ellington, che viene rapito da una civiltà aliena negli anni Trenta, che collabora con decine di musicisti e produce una delle discografie più ampie del Novecento, striscia tra queste tracce pressoché ovunque. Qui l’Egitto ritorna nella serpeggiante e sinuosa Tribute to the pharaoh’s den, dove c’è il primo intervento vocale, una voce björkiana che, seguendo le vite autonome e farneticanti degli ottoni, tesse una litania in onore dello scomparso Danny Ray Thompson, della Sun Ra Arkestra; il Nilo ritorna in (White Nile) Flows through Memphis che, come il brano di chiusura Hal, ci permette di comprendere quello che è un punto fermo stilistico di alcuni dei più riusciti brani di quest’album, ovvero l’utilizzo di una tromba che richiama manifestamente l’accademia Miles Davis (la tromba sonnecchiante, meditabonda e vagabonda di Miles di Ascenseur pour l’échafaud), in solitaria peregrinazione e ponderazione mentre lo sorreggono monotoni giri di corde, percussioni in marcia, giochi di campane e di legni, percussioni vagamente new age/ambient che riproducono vibrazioni ed eco naturalistiche. Così nella più vivace A hard rain’s gotta fall, dove la cornucopia delle percussioni hanno la meglio sui fiati, fino allo sciabordio finale (altro tono new age). L’Arkestra è spiritualmente presente anche nella successiva Theme of Yahya, un tributo personale da parte di Khan alla musicista Yahya El Majhid, con l’aiuto questa volta dell’arpa di Maureen Buscarino.

I toni cambiano pressoché completamente con la psichedelica e orrorifica Mister Mystery, in cui i suoni parsoniani che introducono il brano (il ticchettio dell’orologio), aprono a un synth che diventa primo motore: qui Khan suona sia i synth che la chitarra, pizzicata come un mandolino in caduta libera. Xango rising è un brano più tradizionale, che ricorda, forse per l’uso dell’organo, alcune delle sonorità dei Booker T. & the M.G.’s. The world will never know è un pezzo quasi interamente orchestrale (grazie ai violini e alle viole di Gillian Rivers), corale, una vera e propria marcia nel tenore e nei toni, solenni e fatalistici, un po’ tarantiniana. Ritorna la voce, qui una voce doppia, graffiata e inscurita, in Trail of tears che, complici la batteria e la chitarra, crea un’atmosfera particolarmente floydiana. Notevole è Follow the mantis, dove il crepitio delle percussioni, l’organo lento e minaccioso fanno seguito alla lamentosa tromba, proprio come in una silenziosa battuta di caccia nel deserto.

Un album che per grande varietà generazionale, di esperienze strumentali e compositiva non può non colpire. Il già menzionato duo di King Khan realizza nel 2009 un supergruppo nientedimeno che con i Black Lips, a Berlino, gli Almighy Defenders, nome che dà il titolo anche all’omonimo album, con una chiara influenza R&B (principalmente il lato afro-americano degli anni 50) e garage rock; i folli Tandoori Nights e, sempre nel 2009, per il progetto punk Black Jaspers. È insomma un criminale capace di tutto.

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