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R Recensione

7,5/10

Nérija

Blume

Dovessi servirmi di una figura geometrica per pittografare la scena jazz londinese contemporanea, impiegherei una spirale equiangolare: una curva che si dirama da un centro focale, fa un giro completo e ritorna alla latitudine di partenza da una longitudine diversa, sviluppandosi su di intervalli progressivi matematicamente predicibili. Sulla rientranza di un braccio, in posizione parallela ma sopraelevata rispetto alla sua origo (come una valanga bergsoniana che inglobi la propria rottura entropica nel percorso inesorabile di discesa), mi figuro esserci “Blume”, l’esordio del settetto quasi-al-femminile Nérija (il “quasi” è dovuto alla presenza al basso, come unica quota blu, di Rio Kai, tardo sostituto della teutonica Inga Eichler), un disco che già dalla sua presentazione si prefigura come sintesi e punto d’arrivo di numerose tendenze stilistiche coltivate e sviluppatesi Oltremanica: per la cifra delle strumentiste coinvolte (Nubya Garcia, Shirley Tetteh, Cassie Kinoshi tra le altre), per le esperienze artistiche ricorrenti nei vari curricula (Maisha, Kokoroko, SEED Ensemble…), per la ricchezza cromatica della lineup in azione. È qualcosa di più di un semplice presentimento: è un segnale captato in anticipo sull’ascolto e in esso pienamente confermatosi.

La prima caratteristica che salta all’occhio di “Blume” è il suo spiccato eclettismo. La tripletta d’apertura, pur non raggiungendo (né ambendo a raggiungere) le vette di enciclopedismo di un Makaya McCraven, stupisce ugualmente per la sua eterogeneità. Apre “Nascence”, un’ontogenesi afro che sembra tagliata su misura per il variegato solismo della tromba di Sheila Maurice-Grey e del trombone di Rosie Turton: segue la splendida exotica washingtoniana di “Riverfest”, con la sorprendente Tetteh che si ritaglia due minuti di estrosa ed accademica lucentezza, tra selenici fraseggi da chitarra jazz, arrampicate calypso e liquidi melodismi; “Last Straw”, infine, modella una possente frase da big band su di un obliquo funk, disperso tra i Sons Of Kemet (anche per l’accento posto su alcuni schemi percussionistici jazzaeton) e Bill Frisell. Il connubio quasi impeccabile fra la tensione sottocutanea dei build up e lo scioglimento degli snodi strumentali raggiunge il suo zenith nel notevolissimo lento di metà tracklist, “EU (Emotionally Unavailable)”, il cui delicato ordito soulish viene scombinato dal penetrante assolo di flauto di Nubya Garcia (la voce lirica delle piovose periferie urbane che scivola su di un landscape ritmico dalla timbrica ibrida).

Con il raccolto bozzetto cool-gospel della title track, che individua una cesura tra primo e secondo set, si esauriscono le sostanziali novità di “Blume”. Nei venti minuti finali le Nérija si dedicano ad un compito non meno complesso, quello dell’amministrazione: che, salvo sporadici cali di tensione (di “Unbound” si apprezza quasi solo l’ultimo minuto, una galattica galoppata in controtempo che si chiude con i fraseggi da bolero del basso di Kai), può dirsi generalmente riuscito, fra tentazioni coltraniane che rotolano tra le maglie ritmiche jazz-hop di “Equanimous” (altra ottima improvvisazione chitarristica) e la complessa segmentazione a singhiozzo della head di “Swift” (un azzardo tecnico ben ricevuto e sostenuto dal collettivo). Dopo l’ultima fase evolutiva, il colpo d’occhio generale: un volo a raso suolo che restituisce l’istantanea di un paesaggio – culturale, geografico, sociale – indomito e inetichettabile unilateralmente.

Impossibile stilare una top five dei dischi jazz dell’anno lasciando fuori dal podio “Blume”. Sentiremo ancora parlare a lungo delle Nérija

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