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R Recensione

7,5/10

Ornette Coleman

Skies of America

Verso la fine degli anni ’60 il jazz sembrava aver perso la bussola. Ogni regola era infranta, ogni steccato protettivo era abbattuto, ogni formalismo puzzava di vecchiume fradicio e noioso.

I più spericolati, allora, si mettevano a sperimentare ulteriormente. Più che altro sperimentavano fino a che punto si poteva provocare gli ascoltatori, quale era il massimo grado di rumore ingarbugliato che gli adepti erano capaci di sopportare.

I risultati a volte erano luminosi e indecifrabili (“For Alto” o “Saxophone Improvisations Series F” di Anthony Braxton, “Echo” di Dave Burrell, i primi lavori dell’Art Ensemble of Chicago), altre volte, a dispetto delle ambizioni, reazionari e sciocchi – non stilo elenchi, ma so che per un certo periodo il free jazz perse ogni spinta verso l’innovazione e la sperimentazione per accasciarsi in un conservatorismo stucchevole spacciato per musica libera, come era accaduto a tutte le precedenti rivolte jazz, e come sarebbe accaduto anche alle avanguardie pop e rock.

La normalità aveva fagocitato anche la musica più eversiva, politicizzata e furente mai apparsa sul globo, e i tentativi di spingere le cose oltre non sempre risultavano efficaci.

Anche Ornette Coleman si unì alla schiera di futuristi che provavano a rivitalizzare la new thing combinandola con realtà lontane anni luce, spesso di origine europea.

Lui era il padre del blues dissonante, a tratti cacofonico ma sotto sotto squisitamente cerebrale e intriso di raziocinio che aveva dato il la alla rivoluzione. I grattacapo diffusi a macchia d’olio fra la critica e i benpensanti con la pubblicazione di lavori come “The Shape of Jazz to Come” o “Change of the Century” si erano trasformati in grida di gioia frastornate e incredule davanti a “Free Jazz”, a conti fatti uno fra i lavori più importanti e visivamente rivoluzionari dell’ultimo secolo.

Coleman a un certo punto diede una sferzata decisa alla propria guida e si innamorò della musica colta: forse per guadagnare credibilità e consensi fra i critici più preparati (in realtà, una massa di barbosi e aridi tecnici senza fantasia), che da sempre snobbavano la sua arte spaziale, o forse semplicemente perché la valanga originata da brani luttuosi e incredibilmente densi come “Lonely Woman” era venuta a noia anche al suo creatore.

Ecco quindi che, nel 1972, vede la luce “Skies of America”.

Cosa c’entra la meravigliosa iridescenza di “Free Jazz” con il monolite che porta un titolo tanto borioso? Ma soprattutto, “Skies of America” è un grande disco?

Autorevoli critici nostrani lo considerano il lavoro migliore mai pubblicato da Coleman, ma credo che si tratti – più che altro - di deformazione professionale. Quando nasci in Italia, le tue orecchie assorbono pregiudizi su musica “colta” e musica “popolare” per una vita intera, tanto che valanghe di artisti jazz e rock vengono bollati come “incompetenti” perché non hanno imparato a memoria i brani di Bach e Chopin, non suonano “bene”, non hanno frequentato il Conservatorio e quindi prostituiscono la musica.

Io credo invece che “Skies of America” sia uno sconclusionato, splendido esperimento. Interessante al punto giusto, anche godibile, ma forse un filo pretenzioso, e certo lontano anni luce dal distillare l’angoscia visionaria di “Free Jazz” o di alcune fra le creazioni più tentacolari e sbalorditive del decennio precedente.

Per l’occasione, Ornette si mette a fare il compositore nientepopodimeno che per la London Symphony Orchestra, il cui suono impetuoso e distaccato domina ciascuno fra i ventuno brani di cui consta l’album. Le sessioni di archi disegnano temi ora più celestiali ed evocativi, ora più furbi e di impatto. Le voci dei fiati sono corroboranti e lucide, anche se raramente lasciano solchi veri. Questo non è jazz, è chiaramente third stream, qualcosa che cammina a braccetto con la musica classica e colta contemporanea.

Il passo solenne, quasi marziale, di quella che dovrebbe essere una celebrazione della libertà e degli spazi sonori e reali dell’America, funziona bene solo a momenti. In altri, nonostante il ricco intreccio fra ottoni e violini, dissonante al punto giusto, capace di avvilupparsi dentro crescendo monocromatici, la musica sembra cercare un’approvazione forzata da parte della Cultura.

Ecco, nella mia semi-ignoranza posso dire che suona a tratti posticcia e relativamente ispirata.

Per fortuna però, ad esempio lungo “The Man Who Live in the White House”, Coleman ogni tanto riscopre la magia del sassofono alto (che compare giusto in alcuni brani: per il resto c'è solo strumentazione classica) e lascia da parte alcune svenevolezze un po’ pesanti per elaborare assolo non dico magici ma sicuramente efficaci. Ecco, nonostante la complessità delle partiture, i momenti migliori sono – dal mio punto di vista – quelli in cui Coleman fa il Coleman, e quindi soffia nel suo sax la propria sapienza armolodica e naif.

Il finale, dopo innumerevoli ascolti, mi lascia sempre un po’ di amaro in bocca: questo lavoro è intrigante e anche coraggioso, ma non trovo il mordente e i raggi di luce che hanno reso immortali almeno 3-4 capolavori del genio texano.

Quindi? Tutto bello, giusto, importante, ma consoliamoci: il meglio è definitivamente alle spalle.

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