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R Recensione

7,5/10

Peter Evans Quintet

Ghosts

Peter Evans ci tortura i timpani da diversi anni con i Mostly Other People Do The Killing, quartetto avant jazz di ragazzi scombinati e casinisti, che se la ridono sotto i baffi come Frank Zappa.

Sì insomma, un ibrido spumeggiante (per dirla alla The Mask, perdonate l'aggettivo improponibile), in cui la tromba del giovane musicista gioca un ruolo centrale.

Ghosts” è uscito nel 2011, ma me lo sono procurato solo alcune settimane fa perché era obiettivamente introvabile. Ne è valsa la pena, in ogni caso.

Si tratta del primo e ad oggi ultimo lavoro pubblicato dal Peter Evans Quintet, uno fra i tanti progetti collaterali dell'instancabile musicista newyorkese, contorniato per l'occasone da gente di valore come Blancarte, Black e Homs (ai classici strumenti del quartetto jazz: percussioni, basso, pianoforte), ma anche e soprattutto dall'oscuro Sam Pluta, accreditato agli strumenti elettronici.

Qui sta il segreto della riuscita dell'operazione: Evans, approssimativamente, si dedica alle geometrie variabili e ai suoni scattanti del bop e del post-bop, né più né meno come molti altri musicisti contemporaei.

La differenza, la peculiarità che rende la proposta decisamente zampillante di idee, avvolgente con tutte le onde rilasciate dall'ottone, è proprio l'uso della strumentazione elettronica.

O meglio sarebbe dire dei Live Processing, che infarciscono l'esecuzione (splendida e di per sé abbastanza regolare- quasi sempre) di sonorità scentrate, disseminate di salti e cambi di prospettiva che non deformano del tutto l'immagine nitida del sound, ma lasciano comunque sbalorditi.

I quindici minuti di “...One to Ninety Two”, dominati da una tromba gommosa e affilata, sono una sarabanda di suoni nervosi ma puliti, che diventano pluridirezionali grazie all'intervento in presa diretta, quindi più fisico che mai, dei Live Processing. La splendida “Ghost” prende vita in qualche cielo lunghissimo e lontano, notturno, e sembra un'apparizione on the road: il piano minimale, docile e silenzioso, disegna lo sfondo per gli arabeschi della tromba, ricamati dai virtuosismi eppure dolci, comprensibili, limpidi.

Cinque minuti abbondanti che aggiornano all'anno 2011 il concetto di cool jazz. La vivace “Stardust”, classico dei classici, standard usato e decostruito in mille modi, viene esplorato da Peter con passo felpato, senza esagerare, ma anche con una certa grazia esecutiva che ne celebra la luminosa bellezza. Anche qui, Pluta ci mette del suo trasformando il sound in una cappa d'aria fresca che ruota impazzita.

Anche “323”, meccanismo hard-bop oliatissimo, mostra i musicisti al meglio: il batterista è infuriato e pare voler punire lo strumento per colpe ataviche, il pianista tayloreggia come non mai, Evans si muove su registri acuti e lievemente striduli. Quand arriva Sam, il caos viene oltrepassato con decisione, tutto diventa fumoso e inafferrabile. Un altro brano coi fiocchi.

A volte due anni non sono nulla, pochi minuti ti ripagano di ogni attesa.

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