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R Recensione

7,5/10

Robert Glasper Experiment

Black Radio Vol. 2

Se aspettavamo il colpo del k.o. definitivo, è arrivato: Robert Glasper e l'eterna Blue Note ci confermano che oggi la musica nera dà mezzo giro di pista al nostro tiepido e incolore indie. Piaccia o no, non c'è gara in termini di vitalità, energia, densità.

"Black Radio Vol. 2" prosegue nel solco tracciato poco più di un anno fa dal lavoro di debutto: riunisce il gotha della musica nera, attingendo principalmente al midstream, e imbastisce un discorso ricercato e multiforme, che prova (con successo) a far convivere le sue diverse anime. Un piccolo compendio di musica afroamericana da consegnare ai posteri, e il titolo è quanto di più azzeccato.

Lo strumento cardine delle tessiture strumentali rimane il pianoforte di Robert, non solo regista di lusso ma anche protagonista cardine dei suoi piccoli film: lo stile discreto e vagamente liquido mi ricorda le intuizioni di Herbie Hancock, quello di “Mayden Voyage” o forse addirittura di “Empyrean Isles”. Il re degli strumenti non irrompe con prepotenza né cerca di sottrarre spazio alle altre voci del coro, ma c'è e si sente. Sempre.

Al resto pensano i ritmi, tendenzialmente soffusi e gentili, degni degli ambienti fumosi di un Madlib, e i vari featuring, abbastanza vari da tenere la noia lontana con un bastone.

I Stand Alone” è soul magniloquente che diventa terreno di caccia per la vocalità scura di Common, circondata dai cori femminili che di solito vengono in mente solo al miglior Kanye West, mentre Glasper origina trame jazzate e circolari. “What We Are Doing” non sposta di troppo le coordinate di riferimento: pianoforte misurato che disegna lo sfondo, la voce leggermente tagliente di Brandy che si mette al centro del palcoscenico.

La lunga “Trust” è un piccolo gioiello: minimale ma solenne, vede la voce di Marsha Ambrosius lanciarsi in un proclama che è anche fra le melodie più belle dell'album. Una melodia che da tradizione soul si dilata e sfuma sul finale, prolungando le note, tendendole senza forzarle.

Notevole è anche “Yet to Find”, dove al consueto lavoro cromatico del pianoforte si aggiunge il pathos di Anthony Hamilton, principe della scena r'n'b contemporanea e produttore di vaglia. Senza esagerare, a tratti i movimenti della sua voce evocano alcune performance di Gil Scott-Heron.

Ci sono almeno altri due brani degni di menzione: “Let it Ride” featura la gentilezza floreale di Norah Jones, ma soprattutto sceglie vie impervie per le strutture ritmiche, che rimandano alla drum'n'bass più evoluta. Anche qui, pur senza svalvolarsi fino in fondo, a volte Robert si avvicina alle deragliate di uno Squarepusher.

La ciliegina sulla torta è ancora una volta la traccia conclusiva: dodici mesi fa Glasper trasformò “Smells Like Teen Spirit” in un pezzo lounge con tanto di vocoder, oggi torna su territori anche spiritualmente più affini e mette due come Malcom Jamal e Lalah Hathaway a giocare con Stevie Wonder e la sua “Jesus Children”. Un'introduzione al pianoforte morbidissima, e quindi le due voci che si passano la palla con disinvoltura, senza snaturare troppo l'architettura del brano originale, anche se fanno capolino monologhi hip hop annegati fra note sparse di piano e voci dolcissime.

Questo non sarà un capolavoro epocale, ma resta un disco capace di correre sulle nuvole mentre noi là sotto arranchiamo nel fango: come dicevo, il colpo definitivo del k.o.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 3 voti.
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fabfabfab 7,5/10
Cas 6/10

C Commenti

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redbar alle 22:30 del 7 novembre 2013 ha scritto:

Sara'sicuramente un mio limite, ma non riesco a condividere il generale entusiasmo che circonda il progetto. Mi sembra che Guru facesse cose molto simili gia'nei primi anni novanta.

fabfabfab (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:44 del 19 novembre 2013 ha scritto:

Non posso dire che mi piaccia del tutto, perchè in alcuni brani è davvero troppo "pettinato" per le mie ruvide orecchie. Gran disco comunque, e "I stand Alone" è perfezione pura.

Cas (ha votato 6 questo disco) alle 20:37 del 26 novembre 2013 ha scritto:

con mio grande dispiacere il disco non mi ha convinto... a differenza del precedente lavoro qui i pezzi non mi catturano, non sento quella tensione espressiva che animava il Glasper dell'anno scorso. il suo pianismo mi pare piuttosto autoreferenziale, a tratti ripetitivo. ecco, il tutto è troppo pettinato per me...