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R Recensione

8/10

Vijay Iyer Trio

Accelerando

Il jazz nel 2012?

Non è più, perchè parlare di jazz "autentico" è impresa ardua sin dagli anni '70, e forse persino dal decennio precedente, perchè per molti puristi le brutali dissonanze di squilibrati come Albert Ayler o peggio ancora Anthony Braxton hanno già salutato il jazz e sono salpate per chissà dove ("Saxophone Improvisations Series F", per dire, proviene per forza di cose da un altro pianeta, ancora oggi riesce difficile catalogarlo da qualunque parte si decida di osservarlo).

Non è più, dicevo, eppure è ovunque, perchè il vecchio marpione ci sa fare ed ha rimorchiato mille realtà nuove e stimolanti: il risultato, molto spesso, ha del soprendente, quando non del miracoloso.

Tanto che il nuovo jazz, comunque si voglia chiamarlo, da qualche anno è una realtà in continua evoluzione, ricca ed estremamente affascinante.

Veniamo al dunque: Vijay Iyer, volto importante della scena jazz che bazzica dalle parti della Grande Mela da oltre 15 anni (sì, i grandi scossoni molto spesso hanno preso forma qui, e dove altrimenti?), alcuni mesi orsono ha inciso e pubblicato "Accelerando", in trio con Stephan Crump e Marcus Gilmore, rispettivamente al contrabbasso ed alla batteria. Ed ha ribadito con veemenza il concetto di cui spra.

Giusto per compromettermi, esco subito allo scoperto: il musicista di origini indiane, a dispetto di un nome impronunciabile, è fra i più grandi pianisti ed anzi musicisti jazz contemporanei. Di certo, è fra i più originali, e come altri prestigiosi colleghi (penso a tale Robert Glasper), ha deciso che sporcarsi le mani con la musica pop e tutto ciò che odora di pop (specie se nero: ed il pop nero ultimamente fa favile, vero Frank Ocean?) non è un peccato mortale, a dispetto degli accademici e di chi contrappone nel mondo della musca ciò che è serio e meritevole alla brodaglia che passa ogni giorno la Tv (la tentazione ce l'ho anche io, non temete, ma ogni tanto sono capace di turarmi il naso, mi batto la mano sul petto al grido di "Ispanico!" e decido di sintonizzarmi su qualche canale-spazzatura alla disperata ricerca di una melodia che non provochi l'orticaria all'istante; per di più, devo ammetterlo, ogni tanto mi va pure bene).

Come spiegarsi, altrimenti, l'idea di reinvetarsi una lettura brillante, swingin' e burrascosa di "Human Nature" (sì, quella "Human Nature" che porta la firma di Michael Jackson?)?

E come spiegarsi, per di più, che proprio questa sorta di bizzarra cover sia il capolavoro del disco?

Anche Miles Davis si era cimentato nell'impresa ed i risultati furono strabilianti, ok, ma parliamo appunto di Miles: il fatto che il quasi-ragazzo non mostri timore alcuno nel percorrere il sentiero tracciato da un genio riconosciuto dimostra una volta di più la pasta di cui è fatto.

Non è il solo pezzo notevole del disco: Iyer è cresciuto sciroppandosi la lezione di maestri della tastiera come Keith Jarrett (che si affaccia curioso con i suoi baffetti almeno lungo i solo di "The Garden of the Vrigins"), così come classici immortali come Duke Ellington ("Money Jungle" è pietra miliare del suo percorso musicale, con tanto di inchino al contrabbasso di Mingus ed alla batteria selvaggia di Max Roach, e lo si nota anche fra i solchi di questo disco), le ardite intuizioni di Monk (autodidatta esattamente come lui, cervellone esattamente come lui), le brutali percussioni che travolgono i tasti bianco-neri di musicisti visionari come Cecil Taylor o McCoy Tyner ("Action Speks", con le sue manovre imprevedibili ed avvolgenti, ricalca alcuni esperimenti di Taylor).

Il semplice fatto di confrontarsi con numerosi standard o presunti tali, anche su queso disco, altro non è se non la conferma delle radici jazz del musicista.

Ma Iyer ha deciso di non soffocare la propria creatività, e di sposare un approccio funk, innestando dosi massicce di groove possente in diversi brani; e non solo: in alcuni passaggi, batteria e contrabbasso incrociano le armi con veemenza e creano una sorta di drum'n'bass acustico ("Little Pocket Size Demons", per dire, sprizza energia dance da tutti i pori, anche perchè il piano ti aggredisce e ti appende al muro come può riuscire solo ai maghi della tastiera, restare immobili è impresa titanica); per non parlare del beat – a tratti solo accennato, in altri momenti più disinvolto - che profuma di hip-hop da un miglio di distanza (l'introduzione della title-track è embelmatica, il piano liquido che decolla piano piano è un piccolo orgasmo).

Il jazz del nuovo millennio è l'hip-hop, dicono alcuni critici di vaglia, e Iyer sembra condividere la tesi, quando decide di omaggiare i grandi del genere (a New York si è esibito con gli Antipop Consortium, ed adora il più grande duo hip-hop del nostro pianeta, duo peraltro da sempre innamorato del jazz e delle sue spericolate astrazioni – parlo naturalmente dei Dalek).

La differenza fra Vijay ed altri grandi virtuosi nello strumento sta nell'approccio: quello del musicista indiano è troppo entusiasta, vivace e coraggioso per concedere spazio alla sonnolenza (non che per gli altri sia necessariamente così, ma è innegabile che in alcuni casi la smania di dimostare l'abilità con i tasti tenda a prendere il sopravvento sul desiderio di esprimere tutto e di farlo ora, adesso, in questo brano).

Concludo limitandomi a caldeggiare l'ascolto: partite pure da "Human Nature", ma non fermatevi lì per carità, perchè ogni brano nasconde un piccolo tesoro.

Il jazz è vivo e lotta insieme a noi, ragazzi, mettetevelo in zucca.

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REBBY 6/10

C Commenti

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Franz Bungaro alle 9:48 del 27 luglio 2012 ha scritto:

Qualcosa mi dice che ci sarebbe stato bene "Acid" prima di "Jazz"...ascolto con piacere, che in questo periodo mi sto facendo di acid (jazz!)...Anthony Braxton, che genio, e che genio il figlio, Tyondai!

Yanni Vampiro. (ha votato 9 questo disco) alle 13:10 del 29 luglio 2012 ha scritto:

Grandioso.

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 10:58 del primo ottobre 2012 ha scritto:

Acid? Mmmhmm, eheh io lo sento basic, standard jazz con un orecchio all'easy listening. Non male eh, ma ordinario pure per un non adepto come me.