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R Recensione

7,5/10

Ryley Walker

Primrose green

I semi di morning glory, una pianta rampicante nota anche con il nome di Blue Convolculus, contengono una sostanza naturale, la tripamina, appartenente alla stessa famiglia del LSD. L’effetto della loro assunzione è un’esperienza psichedelica che espande la percezione, provocando uno stato di sognante beatitudine. Se si osserva nel retro copertina del cd l’espressione di Ryley Walker, gallina in braccio, si può dedurre che il chitarrista di Rockford, Illinois, non sia proprio alieno dalla conoscenza della materia. Impressione rafforzata dal fatto che Walker ha deciso di intitolare la sua seconda prova solista ad una pozione composta da due parti di whiskey ed una di distillato di morning glory seeds, da lasciare decantare per dieci minuti, mentre si accende una sigaretta, nell’attesa della degustazione: ecco pronto un Primrose Green

L’introduzione spiega molto anche della musica che anima il cd, una rivelazione che ha proiettato Walker da una notorietà locale di chitarrista folk ad una (ancora ristretta) fama di nuovo fenomeno musicale. La ricetta, come in molti casi, fonda le proprie radici nel passato, stavolta quello delle proiezioni jazz di Tim Buckley, delle astrazioni folk rock di John Martyn, o dei voli acustici del primo Van Morrison di “Astral weeks”. Si respira un clima free nelle dieci tracce di Primrose green, con la voce completamente libera da costrizioni metriche, che vola come uno strumento sulle basi elettroacustiche intessute dalla chitarra 12 corde di Walker, dalle corde di Fred Lonberg - Holm e Whitney Johnson, dal vibrafono di Jason Adasiewicz, dal basso di Anton Hatwich, la chitarra ed il piano elettrico di  Brian Sulpizio e Ben Boye. Musicisti che si muovono in territori di confine fra il jazz, il folk ed il rock, e che rappresentano un significativo campione della scena musicale contemporanea di Chicago, dove il disco è stato composto e registrato. Esempi eloquenti del clima musicale si trovano nel trittico iniziale, un vero colpo di fulmine, con il tema chitarristico della title track, la seguente “Summer dress” introdotta da un groove jazz dell’upright bass e con vibrafono e  batteria a creare un vortice con al centro i toni drammatici ed enfatici della voce, e “Same minds”, ancora basso acustico e 12 corde a costruire colori psichedelici. Anologhe vibrazioni producono “All kinds of you”, titolo ripreso dal primo cd, una piccola improvvisazione fra piano elettrico e chitarre acide, e la vibrante “Love can be cruel”, mentre in chiave più intimista sono virati i toni della suggestiva ballata per chitarra e cello “The high road”, dello strumentale “Griffiths Bucks Blues" di "On the Banks of the Old Kishwaukee”, e della finale “Hide in the roses”, numeri vicini alla tradizione folk blues, ed esempi dell’arte chitarristica di Walker, che, sicuramente, sulla chitarra ha appeso un santino di Bert Jansch.

Bastano, infine, due ascolti per incoronare “Sweet satisfaction” un classico dei ‘60 scritto nei 2000: riff magnetico della chitarra, voce che sembra rubata allo Stephen Stills dei primi lavori solisti, incursioni della chitarra “sporcata” di Sulpizio, ed un travolgente finale rock che si vorrebbe vedere inscenato dal vivo, una di quelle code che, magari aiutati da qualche seme di morning glory, preludono a jam sessions dagli esiti imprevedibili.

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Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 7 voti.
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gull 8/10
VDGG 8/10
theRaven 7,5/10
cico57 8/10

C Commenti

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gull (ha votato 8 questo disco) alle 19:53 del primo marzo 2016 ha scritto:

Uno dei miei dischi preferiti del 2015. I riferimenti a Tim Buckley e Jonh Martyn sono evidentissimi. Io qui e la ci sento anche qualcosa dello stile chitarristico di Nick Drake. In ogni caso, questo ragazzo è un talento enorme. Se riuscirà a fare un passo in avanti, acquisendo una maggiore cifra di originalità, ne sentiremo delle belle.

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 20:25 del primo marzo 2016 ha scritto:

Sono d'accordo

FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 12:23 del 5 marzo 2016 ha scritto:

Un lavoro più che buono, da cui però mi aspettavo qualcosa di più in termini di pathos e di resa: belle le idee, non sempre la realizzazione. Condivido comunque tutti i riferimenti, palesati peraltro dalla meravigliosa copertina vanmorrisoniana.

REBBY alle 15:07 del 31 marzo 2016 ha scritto:

Vabbeh fosse uscito a cavallo tra i sessanta e settanta sarebbe un cowboy (di origine irlandese ghgh) psichedelico eheh una delle più suggestive pietre miliari dell'epoca, ma anche così, con quasi mezzo secolo di ritardo, si gode eccome, specie se hai amato (ed ancora ami, cioè ancora ascolti con trasporto emotivo i loro capolavori) Tim Buckley, John Martyn, Van Morrison, Nick Drake, Pentangle, la west coast californiana (specie quella più psichedelica), ... Se invece sti tizi li stimi, li rispetti, li consideri figure importanti, fondamentali, della storia del rock, ma difficilmente li riascolti, dopo averli opportunamente "studiati", chiaramente la "retromania" del nostro Ryley potrebbe sembrare più irritante. Comunque non credo sia facile in un stesso album rendere così palpabili e encomiabili tutti quei riferimenti, contemporaneamente. Sinteticamente ottima anche la recensione. Applausi ad entrambi.