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7/10

GoGo Penguin

GoGo Penguin

Oggettino alquanto problematico per il cieco manicheismo della neocontemporaneità, i GoGo Penguin. Uno, per contiguità geocronologica, sarebbe tentato di accorparli al rinascimento jazz che sta travolgendo già da qualche anno la Londra underground: non fosse altro che il trio è, da sempre, di stanza a Manchester. Piuttosto complicato anche avvicinarli alla ricerca stilistica – e alle istanze sociopolitiche ad essa sottese – di quel circolo di musicisti che, nel rispetto della tradizione e nell’orgogliosa rivendicazione di una polarizzazione ideologica, ambisce a pervenire ad una nuova ibridazione jazz-hop (nell’accezione più ampia del termine): tre giovani strumentisti bianchi già da un lustro sotto contratto con Blue Note, infatuati del minimalismo, della breakbeat e degli oceani di potenzialità inespresse al loro impossibile crocevia non rispondono esattamente al profilo del jazzista britannico di nuovo corso. Un filo indispettito, l’analista dei rossi e dei neri stendhaliani sarebbe qui tentato di gettare la spugna: un errore madornale, perché nel giro di nemmeno un decennio (e di almeno due full length memorabili, a parere di chi scrive: “v2.0” del 2014 e “A Humdrum Star” del 2018) i GoGo Penguin sono assurti ad uno status artistico così elevato e peculiare che ignorarlo, per chi ha ancora a cuore l’obiettività, è pressoché impossibile. Basti una fugace considerazione in calce: se le maggiori difficoltà critiche, nell’approcciare i capitoli precedenti, si concentravano attorno alla necessità di trovare dei validi termini di paragone per misurare la portata innovativa della proposta del trio mancuniano, nel dissezionare il quinto omonimo “GoGo Penguin” il nome che più di frequente scende ai polpastrelli è sempre e solo uno: quello degli stessi GoGo Penguin.

High stakes, high rewards, come si suole dire in questi casi delicati, ed in effetti “GoGo Penguin”, chiamato a dar continuità agli stupefacenti autografi di “A Humdrum Star”, è investito di una responsabilità da mozzare il fiato: circostanza, questa, che da sola può arrivare a spiegare la minore incisività di un disco nel complesso molto buono, a tratti persino superbo, ma fatalmente sprovvisto di quella stellare omogeneità qualitativa che caratterizzava il suo predecessore. Vanno ascoltati e riascoltati con attenzione e assorbimento, questi dieci brani, scavando sotto la scorza per cogliere ogni volta nuove sfumature, riscoprire dettagli passati inizialmente inosservati, cogliere la dimensione a tutto tondo delle migliori invenzioni in essi contenute. Semplicemente magnifica è la complessa head pianistica, con caratteristico effetto a cascata, che Chris Illingworth innesta sulla solida ritmica del singolo “Atomised”: un saggio di bravura tecnica e sensibilità melodica che si spegne tra i dedali poliritmici di un finale in decrescendo. “Signal In The Noise” attacca come una variazione romantica e arrembante del classico “Bardo” (il batterista Rob Turner qui alla prima, vera prestazione superlativa del disco), per sublimarsi poi in un immoto stacco à la Glass che si moltiplica tra eco di elettricità statica, visioni metafisiche mertensiane e blocchi ritmici di cemento. Ancora, il passo spondaico su cui viene articolata la head di “F Maj Pixie” (costruita su un’estensione di intervalli inusitatamente ampia) viene dapprima fatto lievitare in un tumultuoso climax novantiano, poi frenato in stranianti sequenze in slow motion. Le dinamiche marmoree di una tentacolare “Totem” fraseggiata sul crinale di un neoclassicismo breakbeat e il travolgente jazz-hop conservatoriale di “To The Nth” (degna erede delle vecchie “Protest” e “Reactor”, con un retrogusto vagamente nymaniano nell’allure armonico) colmano infine con intelligenza il possibile iato tra impatto fisico ed esplorazione intellettuale.

Se la ricerca ritmica arriva a livelli nel genere ancora ineguagliati (si pensi alla fitta rete di alternanze che regola il gioco sintetico-analogico di tom nel tango sui generis di “Open”), sotto il profilo melodico – fatto salvo per i fraseggi di piano preparato nella finta world di “Kora”, una felicissima intuizione – il trio regala una prova più monolitica e meno sorprendente, soprattutto (aspetto affatto casuale) negli episodi dove proprio la sezione ritmica cede parte della sua preponderanza: il lento semi-ambientale di “Embers”, ad esempio, o ancor più la conclusiva “Don’t Go”, cui non basta l’autoalimentante solismo a margine del puntuale contrabbasso di Nick Blacka. Si ripropone, seppur in chiave minore, lo stesso difetto che aveva penalizzato il buon “Man Made Object” (2016): una certa inclinazione, non sempre felice, per un melismo che rischia di scivolare nella maniera. Un punto debole che sembrava azzerato dall’eccezionale stato di forma di “A Humdrum Star” e che ora invece, ripresentatosi nuovamente, merita di essere affrontato nel prossimo futuro con maggiore decisione.

In un disco di inediti, magari, che faccia ammattire una volta per tutte i cultori del dualismo e consacri definitivamente il nome dei GoGo Penguin nell’empireo dei più grandi di sempre.

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