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R Recensione

7/10

Jazmine Sullivan

Reality Show

Dall'esordio “Fearless” (inciso sotto la stella benevola di Missy Elliott, che le confezionò su misura il singolo schiacciasassi Need U Bad) al qui presente terzo album “Reality Show” intercorrono ben sette anni, tre dei quali trascorsi da Jazmine Sullivan nel silenzio più assoluto. Scopertasi incapace di non “assecondare la sua chiamata”, la cantante ed autrice di Philadelphia ha rotto gli indugi tornando in pista col singolo Dumb (Maggio 2014), banalotto e un po' tronfio new r&b prodotto da due veterani della scena come Key Wane e Salaam Remi. Nonostante il tonfo in classifica (appena n. 48 nella Billboard Chart R&B/Hip-Hop, quella generalista un miraggio), le recensioni sono positive e l'album viene “rilasciato” nel Gennaio di quest'anno, quasi un concept imperniato sulla distorsione dell'immagine femminile messa in atto da  show funesti quali Jersey Shore o Keepin Up with the Kardashians (reality che la Sullivan ha potuto apprezzare in tutto il loro squallore dopo la decisione di ritirarsi dall'industria musicale).

Reality Show” i suoi numeri li ha, e nonostante un paio di cadute di stile scorre che è un piacere. Convincono in particolare le collaborazioni tra Sullivan e Wane (Dumb esclusa): il paesaggio noir-futuristico di Veins, il joint old-school ('80s again) Let It Burn, la soffice/sincopata Silver Lining. Notevoli pure i sentori trap “jazzati” di Brand New (impossibile non percepire la mano di DJ Dahi, già in cabina di regia per Money Trees di Kendrick Lamar e Worst Behaviour di Drake), così come il tiro Motown “post-WhinehouseStupid Girl, il tribalismo voodoo di #HoodLove e il nu-soul acustico Forever Don't Last (Chuck Harmony si fa' sentire), quest'ultimo scelto come secondo singolo. La voce rasposa e potente della Sullivan – forse la più legata al soul “classicamente inteso”, sia come timbrica che come enunciazione, tra quelle in attività nel reparto r&b – è una garanzia: domina senza gigioneggiare, muta accenti e “presenza” a seconda del contesto, anche se nulla può quando a occupare la scena è una ballad stucchevole come Masterpiece (Mona Lisa).

A dispetto della qualità ben dosata/equamente ripartita tra i vari episodi del disco, due sono i veri knock-out, e non potrebbe trattarsi di due canzoni più diverse tra loro. La prima, Mascara, è un altro parto Sullivan/Wane e terzo singolo ad anticipare il long playing: slow jam quasi impalpabile, dove la ritmica barcolla e le tastiere gradualmente si smaterializzano in vapori ambient, graziata da una scrittura eccelsa e afflato sarcastico in un testo che del disco è quasi manifesto concettuale (“So I never leave the house without make-up on / I keep mascara in my pocket if I'm running to the market / ‘Cause you never know who's watching you (…) / Yeah my hair, and my ass fake, but so what! / I get my rent payed with it, and my tits get me trips to places I can't pronounce right (…) / Don't I deserve to be privileged? Don't I deserve to get the very best? / ‘Cause it ain't easy being this fine all the time / ‘Cause if it was, then we all could do it / But we can't now, no”).

L'altra, Stanley, tematicamente si risolve nella canonica lamentazione – universale, eppure quanto mai centrale nella cultura afroamericana - della donna che viene data per scontata dal proprio uomo e pone l'immancabile ultimatum. Ma è anche per merito di liriche tutto sommato familiari (“But you don't pay me no attention Stanley / I'm needing your attention baby / Just show me some appreciation”) se il contrasto con la base si fa' pungente/ammaliante, quasi un traslare la malinconia sulla pista da ballo come ne furono capaci i New Order con Mr. Disco. Trattasi infatti del brano più energico del lotto, e forse – escludendo la fracassona (in senso buono) Anaconda di Nicki Minaji, che peraltro nulla condivide con Stanley se non la presenza del duo Da Internz a produrre – del panorama black da almeno un anno a questa parte. Una cavalcata Hi-NRG solcata da synth spaziali (Patrick Adams ne sarebbe orgoglioso), cori in lacrime e scarti improvvisi nella ritmica, dove la ripartizione strofa/ritornello/bridge quasi perde senso posta l'impossibilità di stabilire quale sezione sia più irresistibile.

Accolto con entusiasmo dai critici e premiato con una performance nelle chart (n.6 R&B/Hip-Hop, n.12 generalista) addirittura migliore rispetto a quella del precedente “Love Me Back” (2010), “Reality Show” è l'ennesima conferma per un'artista trasversale, capace di imporsi pur non essendo un personaggio mediaticamente forte. Se Beyoncé sfrutta ogni mezzo per consolidare il suo status di lady di ferro dell'r&b moderno, Jazmine Sullivan si permette di non fare video e di criticare quel circo mediatico che garantisce la pagnotta a tanti (troppi); se la prima impersona il fil rouge che lega il percorso del contemporary r&b dai '90s a oggi, la seconda pare sempre più incline a slegarsi dalle imposizioni stilistiche, proiettata verso un'idea di classicità che non equivale a rifiutare in blocco il presente, bensì a filtrarlo, eliminandone le sfumature più grevi. Con tutto il rispetto per la “Venere Nera del Pop” (uff...) e soprattutto per la manciata di singoli epocali che ha sfornato sia come leader delle Destiny's Child che da solista, mi pare chiaro a chi vada oggi la mia preferenza. 

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