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R Recensione

7/10

Little Dragon

Ritual Union

La vera sfida oggi è pensare lateralmente l'approccio stilistico. Muoversi liberi dall'idea di dover "fare" certa musica, di dover suonare secondo la moda del momento, o secondo la direttiva indicata dal producer che ci para le spalle, e trovare un proprio canale espressivo, che forse non suonerà "nuovo" (è vero, la cosa diventa sempre più difficile) ma quantomeno differente, peculiare. Mettere in gioco quella personalità in grado di slegarsi dalla struttura consolidata, di esaltare l'unicità del proprio suono e l'indipendenza da generi e composizioni già sentite.

Questo gli svedesi Little Dragon lo fanno fin dall'omonimo album d'esordio del 2008, che li ha presentati al pubblico con un personale profilo melodico di grande efficacia, disteso su un mix stilistico in dissolvenza tra neo-soul, r'n'b, trip-hop e lounge. Combinazione che è stata parzialmente ridiscussa col successivo Machine Dreams, il quale invece proponeva una più canonica veste pop-filo-dance, ma che oggi torna a sfoggiare la propria (in)consistenza leggera raggiungendo una validissima via di mezzo tra i due volti precedenti.

Di fatto Ritual Union somiglia a un ritorno alle ariose melodie emotion del primo album, ma senza rinunciare al passo upbeat scoperto nella loro prova seconda. Le due anime del disco trovano talvolta un'armonia da amore a prima vista, come avviene nella titletrack d'apertura, dotata tanto di calore umano e intensità soul (e qui il merito è da ascriversi alla cantante svedo-giapponese Yukimi Nagano, che abbiamo avuto modo di apprezzare nella Wildfire di SBTRKT) quanto del ritmo giusto per stimolare l'ancheggio. E se il flirtare soul rimane il più affascinante filo conduttore di questo 2011 (tra The Weeknd, Jamie Woon, SuBTRaKT e i draghetti si tratta solo di unire i puntini), a diventare marchio di garanzia della casa qui è quell'incastro dance-r'n'b-pop, sia esso più soffuso (Little Man vuol bene a Janelle Monàe, mentre Nightlight condivide la stessa aria scandinava dei Gus Gus) o particolarmente spinto (il miraggio dei nineties dietro Please Turn?).

Alcuni momenti rasentano la perfezione (Brush The Heat, soavità elettroniche dall'insostituibile tocco femminile), altri risultano meno appropriati (When I Go Out suona scialba accanto al resto) ma a prescindere dai dettagli siamo di fronte al ritorno in grande stile di una band con un sacco di cose da dire e le armi giuste per destare ancora nuovo interesse. E questo disco è un'ottima cartina tornasole per misurare lo stato di salute della musica dell'anno corrente: perché c'è ancora modo di trovar ampie soddisfazioni anche senza la rivoluzione del mai sentito.

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Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 3 voti.
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Teo 7/10
ciccio 5/10

C Commenti

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synth_charmer, autore, alle 18:31 del primo agosto 2011 ha scritto:

prova

synth_charmer, autore, alle 19:42 del primo agosto 2011 ha scritto:

oh, guardate che questo è ufficialmente il disco dell'estate, e se lo provate rischia di seguirvi per parecchi mesi io non ho messo 4 stelle perché so' tirchio, ma vi ho avvisato. Lo dico per voi eh..