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R Recensione

7,5/10

Wingfield Reuter Stavi Sirkis

The Stone House

Ci sono due chitarre, quella jazz e prog di Mark Wingfield – membro del supergruppo virtuale ResRocket, collaborazioni  con artisti dai quattro continenti, sei album a suo nome – e quella touch ed ambient di Markus Reuter, - membro di Stick Man con Tony Levin, e metà dei Centrozoon, duo elettronico sperimentale che opera presso l’etichetta /catalogo Iapetus – e c’è una sezione ritmica apparentata con il miglior art rock inglese (David Gilmour, Phil Manzanera, Robert Wyatt) , composta dagli israeliani/inglesi Yaron Stavi e Asaf Sirkis. I quattro si ritrovano un giorno d’inverno nello studio spagnolo La Casa Murada, omaggiata dal titolo, in una località della Catalogna, senza spartiti, né tracce predefinite da incidere. Solo tempo, su cui costruire un’ipotesi di musica totalmente improvvisata, ciascuno con il proprio bagaglio di esperienza e nello stato d’animo del momento. Le note d’accompagnamento di “The stone house” descrivono l’album come un grande esperimento basato sull’interazione spontanea, ed un’esplorazione sulle opzioni timbriche ed armoniche degli strumenti coinvolti. Tutto vero, ma le sei lunghe improvvisazioni che si sviluppano per circa sessanta minuti rivelano anche molto di più. L’assimilazione e la lettura, aggiornata e filtrata dalle diverse esperienze dei musicisti, della lezione del Robert Fripp dei capitoli ambient condivisi con Eno, “No Pussyfooting” ed “Evening Star”, e del rock evoluto di “Discipline” ed i suoi epigoni, le cui atmosfere spesso rieccheggiano  fra le tracce del disco.

La capacità di comporre istantaneamente, utilizzando la capacità d’ascolto reciproco propria dell’improvvisazione jazz ad una materia che getta, invece, le proprie radici nei profondi strati connettivi del prog e del rock meno convenzionale. Ed ancora, il ruolo paritario delle varie voci strumentali, con le frazionate scansioni ritmiche del drumming e la possente dorsale del basso a contendere la scena alle due chitarre, spesso anche in funzione solista, come accade nella coda della iniziale “Rush” o nell’avvio di “Tarasque”. Va però precisato che liquidare il lavoro come operazione meramente derivativa e riverenza a sua maestà cremisi costituirebbe un torto alle capacità del quartetto. Il mosaico composto dal fraseggio articolato e nervoso di Wingfield, dalle liquide tessiture di Reuter, e dalla pulsazione ritmica possentemente funk di Stavi e Sirkis, riesce a trasformarsi in ciascun episodio, attraverso la  compenetrazione fra esecuzione e composizione, in struttura compiuta ed originale. Viaggiando tra le free forms su base drum’n’bass dell’iniziale “Rush”, il quieto pulsare notturno del dub di “Four moons”, l’intricato riff crimsoniano di “Silver”, le nuvole ambient di “Fjords de Catalunya” e le atmosfere psichedeliche e le ritmiche frazionate di “Tarasque”, si arriva ad attraversare il ponte fra prog, noise ed ambient della finale “Bona nit senor Rovina”, per constatare, soddisfatti ed increduli, come una potente e coordinata forza creativa sia in grado di trasformare una giornata di libera improvvisazione in opera compiuta che invoglia ripetuti ascolti.

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