Amy Winehouse
Lioness: Hidden Treasures
Amy Winehouse è morta (ahimè!) il 23 luglio scorso. In circostanze note, anche se non del tutto chiarite. Ormai lo sanno anche i sassi. Anche coloro (pochi) che prima non la conoscevano o che non avevano mai ascoltato un suo album dall’inizio alla fine (considerevolmente più numerosi, questi ultimi). Potenza delle esecrazioni/celebrazioni e dei necrologi mediatici. A proposito di necrologi, forse l’epitaffio più bello e antiretorico le è stato dedicato su un noto portale umoristico italiano che scrisse, cito a memoria, “Amy brilla in cielo con tutte le altre stelle”. Con l’accento calcato sul doppio senso della parola “brilla” (ebbra e luminosa), che è uno dei più affettuosi e commoventi esempi di black humor in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi. E perfino lei, che avrà avuto mille difetti ma non era un’ipocrita a caccia di santità postuma (non come certi politici itagliani che chiedono perdono al Papa per le loro zozzerie da due soldi quando dovrebbero chiederlo agli elettori per cose ben più gravi - e non stiamo alludendo a Silvietto, una volta tanto), avrebbe apprezzato, ne sono sicuro. Un omaggio che ne riflette in modo sublime la condotta: imprevedibile, scorretta, anticonformista.
Tutto quello che “Lioness: Hidden Treasures”, raccolta di cover, versioni alternative e degli ultimi brani a cui Amy stava lavorando, non riesce o non vuole (più probabilmente) essere. Nonostante le buone intenzioni di Salaam Remi e Mark Ronson, i due storici artefici delle sue fortune musicali nonché compilatori della suddetta, i quali affermano di aver cercato di consegnare alla posterità il profilo migliore dell’artista, non deturpato, cioè, dal gossip, dai vizi, dalla spazzatura scandalistica, quella che “resuscita” nei dodici brani in questione non è la “vera” Amy. Almeno non quella che, pur con tutte le controindicazioni private e personali di questo mondo, piaceva a noi. Al suo posto troviamo invece una Winehouse in versione natalizia, ripulita, infiocchettata, incipriata, alle prese con una serie di classici e di brani confezionati appositamente per farle fare bella figura (non che ne avesse granché bisogno, vocalmente parlando) e per addolcire il lato più nasty, aggressivo, provocatorio della sua personalità (artistica, ci tengo a sottolinearlo per l’ennesima volta: la sua vita era solo sua). In breve: più che una “leonessa”, una “gattona domestica” (e chi vi parla è uno che i gatti e le gatte li ama alla follia).
La bella notizia è che lei canta(va) ancora divinamente - rinascendo quasi come una Fenice fra le piste della sala d’incisione - quella brutta che la stragrande maggioranza dei pezzi avrebbero avuto pochissime chance di figurare nella scaletta dei “suoi” due album (al massimo come bonus track in una qualche edizione limitata). Tutto troppo nostalgico, patinato, ad uso e consumo del tributo celebrativo istantaneo e un po’ fine a se stesso (e paraculo, diciamocelo): bella produzione, grandi arrangiamenti orchestrali firmati, fra gli altri, da due pezzi da novanta del pop aristocratico come Paul O’Duffy (già allievo e collaboratore del leggendario John Barry) e Phil Ramone, ma poche idee e ancor meno coerenza stilistica. Passi per le versioni alternative dei cavalli di battaglia “Valerie” (magnifica) o “Tears Dry (On Their Own NdR)”, che non aggiungono nulla di eclatante agli originali ma ribadiscono la bontà del suo songwriting più autentico, ma i ripescaggi dal repertorio dei girl-group come “Will You Still Love Me Tomorrow” (di Carole King e Gerry Goffin per le Shirelles e poi coverizzata da mezzo mondo) o l’autografa “Between The Cheats” sono decisamente pleonastici, mentre l’afflato gospel di un altro standard,“Our Day Will Come”, qui suona come una specie di zuccherosa Christmas carol. Il punto più basso lo tocca indubbiamente l’inamidato duetto da gran galà anni 50 (o da museo delle cere) con Tony Bennett in “Body And Soul” e nemmeno l’altro duetto, decisamente più up to date, con un signor rapper qual è Nas funziona granché bene nel nu-soul sviolinato di “Like Smoke”.
A salvare l’operazione dal fiasco totale ci sono per fortuna l’esotica e sensualissima versione del gioiello“The Girl From Ipanema” di Carlos Antonio Jobim e Vincius De Moraes, e una spicciolata di brani originali, gli ultimi verosimilmente scritti e incisi dalla Winehouse: il frugale intimismo soul di “Wake Up Alone” (quasi un triste presagio di non risveglio), l’ironia mordace e un po’ retrò di “Best Friend, Right?” e l’apprezzabile “Half Time”, molto anni 70, stile Donny Hathaway & Roberta Flack. In conclusione, prendendo spunto dalle belle parole spese su di lei e sul disco da Salaam Remi (Amy aveva un grande dono. Credo che quello che ci ha lasciato rimarrà nel tempo. Il valore della sua opera sarà di ispirazione per generazioni di cantanti e musicisti che forse non sono ancora nati. E io sono onorato di aver fatto parte di tutto ciò, di aver conosciuto una persona straordinaria e di tramandarne la memoria con questo album), mi permetto di suggerire ai posteri (o perlomeno a quelli che avranno la bontà e la pazienza di leggerci nei prossimi anni) di cominciare altrove, da “Frank” e “Back To Black” fuor di metafora, la lettura, anzi l’ascolto, del “vero” lascito e testamento artistico della Winehouse. Anche se buttare un orecchio qua male più di tanto non può fare.
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