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10/10

Baby Huey

The Baby Huey Story: The Living Legend

 

Quando succedono certe cose, l'istinto di sopravvivenza viene in soccorso come può. Muore un ragazzo di 24 anni durante una corsa motociclistica e la mente accorre a combattere la paura: “Beh, andava a 300 chilometri orari tutti i giorni, è normale. Tu lavori in banca, non ti potrà mai succedere”. Una cantante di 27 muore in una stanza d'albergo e il primo pensiero è: “Quella era una drogata, tu hai persino smesso di fumare, stai tranquillo”. Le morti famose – purtroppo - piacciono per due motivi: da un lato riportano certi personaggi sul pianeta Terra, livellando redditi, possibilità, eredità e conoscenze (e voglio avere l'eleganza di risparmiarvi il cartello che lessi appeso sulla porta di un centro sociale Torinese all'indomani della morte del figlio di un noto imprenditore della città), dall’altro consegnano il “defunto vip” al mito, alla leggenda, all’idolatria riservata a tutti quelli che hanno (volontariamente o accidentalmente) evitato la fase discendente della propria carriera.

 

Ecco, in queste occasioni sarebbe forse consolatorio pensare a quello che è stato, al successo, alla gloria – breve o magari brevissima – ottenuta in vita. Poco importa perché sia successo e perché non potrebbe succedere a noi (illusione rassicurante quanto vana), quello che conta è conservare ciò che è stato e considerarlo comunque una fortuna. Ad esempio, ogni volta che qualche rockstar più o meno celebre si aggiunge al tristemente noto “Club of 27”, a me viene in mente Baby Huey.

 

Perchè James “Baby Huey” Ramey nel 1969 ce l’aveva fatta. Dopo anni trascorsi a suonare in ogni angolo di Chicago insieme ai suoi Babysitters, Donny Hathaway della Curtom Records aveva portato la musica dell’”anatroccolo gigante” alle orecchie di Sua Maestà Curtis Mayfield e “Mr Superfly” aveva subito messo Baby Huey sotto contratto e iniziato a lavorare per pubblicare il suo primo album.

 

La storia di Baby Huey finisce qua, ancora prima di iniziare. Durante le registrazioni del disco, Ramey aggiunge ai problemi di salute dettati dalla sua mole (sempre tra i 150 e i 180 Kg) i danni causati dalla dipendenza dall’eroina. Nella primavera del 1970, sconvolto dalla morte dell’amico Jimi Hendrix, decide di farsi ricoverare per tentare la via della riabilitazione. Il 28 Ottobre muore all’età di 26 anni.

 

Cercando di allontanare il pensiero di quanto sia stato perduto e di cosa Baby Huey sarebbe potuto diventare (l’esordio solista dello stesso Mayfield risale al 1970, Sly Stone aveva appena raggiunto il successo, George Clinton stava trasformando i Parliament in Funkadelic), concentriamoci su cosa è stato: un vulcano soul, un gigante del funk, il punto d’incontro tra musica nera e psichedelia (Sly & The Family Stone), il precursore e ispiratore di ciò che sarà il rap (l’esordio discografico di Gil Scott-Heron è del 1970, ad esempio), un interprete vocale devastante in grado di rielaborare con personalità ogni influenza (James Brown, Sam Cooke, Otis Redding).

 

The Baby Huey Story” (sottotitolato – con poco tatto - “The Living Legend”) è l'unico lascito (postumo) di Baby Huey & the Babysitters. I Babysitters in realtà si erano già sciolti a causa ella decisione di Curtis Mayfield di scritturare il solo Ramey, ma il trombettista/organista Melvin Jones ed il chitarrista Johnny Ross decisero di aiutare Baby Huey durante le registrazioni. Il disco, che curiosamente è un disco d'esordio, un best-of e un disco postumo allo stesso tempo, prova a dare un quadro delle potenzialità di Ramey e della carica dei suoi leggendari spettacoli del vivo con i Babysitters. Che dovevano essere spettacoli “pirotecnici”, grondanti soul, funk e sudore: questo riportano le cronache coeve e questo dimostrano i tre minuti scarsi di “Mighty Mighty”, esecuzione live del brano omonimo degli Impressions di Curtis Mayfield che non solo rende perfettamente la forza dei concerti di Baby Huey, ma offre un primo – impressionante – confronto tra la vocalità di Ramey e dello stesso Mayfield. La seconda cover “curiosa” del disco è “California Dreaming” (proprio quella) riproposta in chiave funk, con tanto di organo, congas, e flauto (in sostituzione della voce). La terza è “A change is gonna come”, brano-manifesto scritto da Sam Cooke nel 1963 ed eseguita – negli anni – da gente come Bob Dylan, Aretha Franklin, Solomon Burke, Al Green, Otis Redding, The Band e chissà quanti altri. La versione di Baby Huey rimane – opinione personale – la più incisiva. Ramey cattura l'anima del brano (splendido, è opportuno rimarcarlo, la risposta nera a “Blowin in the wind” di Dylan) e ne riempie l'anima soul con una tensione blues profondissima, alcuni innesti funk decisamente “spinti” e una serie di vocalizzi da far drizzare i capelli (minuto 2:10, minuto 4:00...). Ma non è abbastanza, perchè il pezzo di Sam Cooke, che in origine sfumava nel giro di di tre minuti e poco più, nelle manone di Ramey non sfuma neanche per sogno, ma si trasforma in un lungo, incredibile e avveniristico “spoken word”, “street poetry”, sì – insomma – rap. E se pensate al significato del testo ed alla campagna elettorale di Barack Obama capite che si chiude un cerchio gigantesco.

 

Il disco contiene anche due brani scritti da Ramey, entambi strumentali (probabilmente lasciati incompiuti): “Mama Get Yourself Together” è un bel pezzo funk che mette in risalto una sezione ritmica eccelsa (formata da turnisti della Curtom Records di Mayfield) e lo stato di grazia del "Babysitters" Melvin Jones all'organo. “One Dragon Two Dragon”, condotta da flauto e percussioni, vira nettamente verso il funk psichedelico dei Cymande. “Listen to Me”, scritta dal produttore Michael Johnson, è puro “old-school funk” scuola James Brown: la voce di Baby Huey spacca letteralmente gli amplificatori mentre la band tira a lucido i fiati per un brano campionato, ballato e rivisitato centinaia di volte. Ma la parte del leone in fase compositiva è tutta di Curtis Mayfield: “Running” sembra un tributo di Ramey all'amico Jimi recentemente scomparso: il “groove “ è possente come il suo interprete, ma l'elettricità delle chitarre e il cantato sporco e “ribelle” (ma quanti registri vocali aveva, questo benedetto ragazzone?) è Hendrix al cubo. “Hard Times” è il vero e proprio manifesto di Baby Huey. “Hard Times” è un pezzo per il quale il sottoscritto – logorroico, grafomane ed egotico appena sotto il livello di sopportazione tipico di alcuni “colleghi elettronici” - fatica a descrivere. Il basso sembra un trombone scoppiato ed ha la sola funzione di sostenere il crescendo vittorioso dell'organo e delle chitarre. “Vittorioso” e “vincente” sono le uniche parole utilizzabili, perchè appena inizia il primo chorus sembra di vedere Apollo Creed che incrocia i guantoni davanti alla faccia facendo scintillare gli addominali neri, mentre dal secondo minuto in avanti i fiati accompagnano Rocky correndo a perdifiato lungo le strade di questa folle città fino al gradino più alto della scalinata (“Havin' hard times/in this crazy town/Havin' hard times/there's no love to be found”). La voce di Baby Huey è semplicemente impressionante: inizia con un timbro quasi femminile, le prime frasi sembrano cantate da Betty Davis o da Ann Peebles, poi acquista sicurezza e – via Otis Redding – diventa una versione “soulful “ di James Brown. Baby Huey, con una canzone, è arrivato ad essere la “versione soulful” del Padrino del Soul. “Hard Times” è stata reincisa dallo stesso Mayfield nel 1975 (molta meno potenza ma classe infinita) e – più recentemente – dai The Roots con John Legend alla voce. Ma soprattutto è diventata – nella versione di Baby Huey – un classico della musica rap ed è stata campionata e saccheggiata da mezzo mondo hip-hop (e non solo): Dj Shadow, A Tribe Called Quest, Ice Cube, The Chemical Brothers, Ghostface Killah, Lil Wayne, Public Enemy, Grandmaster Flash...

 

Chissà se – dal 1970 ad oggi – qualche nuovo membro del “Club of 27” (Cobain? Basquiat? Winehouse?) avrà raccontato tutto questo al povero James.

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Voto degli utenti: 8,1/10 in media su 6 voti.
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thinman 10/10
REBBY 7/10

C Commenti

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FrancescoB alle 21:01 del 11 novembre 2011 ha scritto:

Conosco pochissimo il personaggio, ma da quanto leggo credo meriti. Recensione al solito notevole.

thinman (ha votato 10 questo disco) alle 10:00 del 20 novembre 2011 ha scritto:

Ottimo ripescaggio

Emiliano (ha votato 8 questo disco) alle 12:08 del 28 novembre 2011 ha scritto:

Pur prescindendo dal personaggio, che conosco poco, questo è disco della madonna. recensione puntuale e piacevole come al solito.Se il termine "seminale" non fosse così inflazionato mi verrebbe da usarlo.