V Video

R Recensione

7,5/10

J Dilla

Donuts

Prima che l'estate finisca, è bello farsi un ultimo giro sulla giostra, camminare per l'ultima volta fra le luci sconnesse del Luna Park. Dimenticare che, da lì a poche ore, la fottuta realtà tornerà a scombinarci l'esistenza con i suoi ritmi convulsi e con le sue inesorabili scadenze.

L'ultimo giorno d'estate ha sempre un sapore particolare. Decisamente amaro. E' attraversato da un filo sottile ma robusto che si chiama malinconia. Non è triste, è solo un po' scosso, perché la mongolfiera si sta sgonfiando e la terra è sempre più vicina.

Ecco, trasformate in un gasdotto sovietico questo filo sottile, e forse potete immaginare cosa ha spinto il povero produttore James Devitt Yancey, in arte J Dilla, originario di Detroit, a incidere "Donuts". Perché l'album vede la luce poco prima che una brutta sindrome autoimmune se lo porti vita, giusto tre giorni dopo il trentaduesimo compleanno.

"Donuts" brucia della vitalità di chi vede strapparsi la vita dagli occhi poco a poco, inesorabilmente, senza poter combattere.

La cosa bella e incredibile allora è che l'LP suona, se non proprio felice, per lo meno galvanizzato. J Dilla è consapevole del tragico destino che lo aspetta, ma non ci saluta annegandosi fra le lacrime. Lo fa strizzando l'occhio: anche solo per questo, direi che merita qualcosa di più di una pacca sulla spalla.

James ha solo 32 anni ma è inserito fra i produttori hip hop/ r'n'b da un decennio buono, e con il suo collettivo ha contribuito a scrivere alcune fra le pagine più interessanti partorite da quel mondo. Il merito della bellezza di "Voodoo", di alcuni lavori di Common o di Erykah Badu, per dire, è anche suo. Il suo geniale impatto elettro-acustico, capace di miscelare sonorità roots e soul con timbri di marca elettronica e artificiale (James è un maestro nell'uso del campionatore) affascina da sempre anche chi, come me, è poco incline a meravigliarsi di fronte ai miracoli produttivi, concentrandosi da sempre e più che altro sulle dinamiche compositive.

"Donuts" riesce a compattare il meglio del ragazzo su entrambi i fronti, perché non solo origina un sound accattivante ed elastico, nella miglior tradizione del produttore, ma saccheggia la tradizione soul (degli anni '70 e non solo), l'Eldorado di quasi tutti i produttori, per imbastire una suite (articolata in 31 brevi movimenti) capace di fare centro anche dal punto di vista lirico e immaginifico. J Dilla era un tipo introverso (e lo sono anche la maggior parte delle sue creazioni), ma brillante, il lavoro è un vortice senza fine, un ciclo d'attrito interminabile. Ma non ricerca lo scontro con l'ascoltatore, ha un mood più complesso: vuole rilassarlo e al contempo insinuare un po' di inquietudine nera. Celebra l'esistenza, ma è consapevole della sua finitudine.

Gli artisti omaggiati da "Donuts" non si contano: J Dilla incastra sample di Shuggie Otis, James Brown, i Beastie Boys, Stevie Wonder, Smokey Robinson e i suoi Miracles (la stupenda "A Legend in its Own Time"), per arrivare a Malcom McLaren, ai Jackson Five e a Frank Zappa. Il geniale produttore architetta la celebrazione definita dell'America Nera, e non solo, scrive una vera e propria (piccola) enciclopedia, una guida agile e versatile. Trasforma il citazionismo in arte superiore.

Se il padre putativo del filone instrumental hip hop che cattura tutto lo scibile nero è senza dubbio Dj Shadow, qui si avvertono assonanze anche con le pubblicazioni più recenti dell'amico Madlib (si dia un ascolto a "Shades of Blue", che si cimenta con il catalogo Blue Note, per avere un'idea).

I singoli brani si incastrano uno nell'altro senza sforzo e senza sbavature, J Dilla recupera e assembla brevi incisi dei fiati, possenti voci soul, ritmi sferzanti, scratches che scorticano il vuoto.

Le dinamiche sono ora più frenetiche e affini al rap da strada, ora più distese e soulful. Ecco, il ragazzo possedeva il soul, e vari momenti del disco rimarcano il concetto: questo è il soul del 2000, un soul imbastardito se vogliamo, ma animato da una intatta forma di vitalità, dalla medesima solenne spiritualità.

Prendere in considerazione i vari brani è impresa difficile e forse poco costruttiva, perché il lavoro va assimilato e goduto nella sua interezza, nella sua varietà timbrica e ritmica, nel suo calore quasi tangibile.

Fra le linee di basso, e nei ritornelli saturi di rassegnazione, si intravede il buio, l'oscurità alle porte. Lo spettro dell'Unica Amica, la Fine.

Ma non si piange mai: J Dilla era innamorato della vita e ha voluto ribadirlo fino all'ultimo.

V Voti

Voto degli utenti: 10/10 in media su 1 voto.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.