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R Recensione

10/10

Stevie Wonder

Innervisions

StevieIl Magnifico” mi ha sempre stupito per la sua capacità, davvero unica, di confezionare ritornelli e melodie indimenticabili.

I suoi spunti melodici sono sempre stati peculiari e ricchi, Stevie è il classico autore che con poche note costruisce un mondo intero, e la sua voce brillante, alta, mordida e cristallina, lontana dal graffio tipico del soul e simbolo stesso del suono “Motown”, ne costituisce da sempre un valore aggiunto.

Al di là del peso storico enorme della sua opera, al di là della svolta impressa all’evoluzione della musica nera, paragonabile forse a quella di un James Brown o di un Sam Cooke, al di là del perenne successo di pubblico e di critica, Stevie ad avviso di chi scrive era ed è un musicista straordinario soprattutto perché sa scrivere canzoni straordinarie.

E questo è un dato troppo spesso dimenticato e sottovalutato: le sue composizioni sono immortali principalmente in ragione della loro assoluta e cristallina bellezza, nel senso più ampio del termine, e questo conta più delle foltissime schiere di eredi ed ammiratori che faranno tesoro della sua lezione (due nomi a caso: Prince e Michael Jackson).

La sua produzione degli anni ’70, sotto questo profilo, è davvero inarrivabile: quando diventa maggiorenne, il piccolo fenomeno del soul e dell’r’n’b, cresciuto a dosi massicce di Ray Charles e Sam Cooke, decide di fare di testa propria e di liberarsi delle catene di Barry Gordy, padrone e despota della Motown, che per un buon decennio ha sfruttato al meglio le numerose hit giovanili del nostro per rimpinguare le proprie tasche.

Già, Stevie a 21 anni vuole fare sul serio e cambiare marcia, senza però abbandonare la storica etichetta di riferimento, per cui anzi rimarrà sempre l’artista di maggior successo: semplicemente l’artista, pur seguitando a lavorare con Gordy, vuole esser libero di esprimere al meglio la propria creatività ed il proprio talento. Ed così impone la sua scelta, mostrando scarso timore reverenziale nei confronti del “capo”. Quindi, che vadano al diavolo tutti i contratti e tutte le clausole di questo mondo, divenuti inefficaci, giuridicamente parlando, proprio in ragione del conseguimento della maggiore età.

Scelta coraggiosa ma decisamente azzeccata, la sua: e non solo sotto il profilo artistico, che è quel che a noi qui interessa, ma anche sotto il profilo della pecunia, giacché il Wonder maturo farà molto di più, in termini di vendite ed incassi, rispetto ai pur ragguardevoli traguardi raggiunti dal bambino prodigio nel corso degli anni ’60.

Insomma, pochi dubbi al riguardo: la tetralogia degli anni ’70, che prende forma con “Music of my mind” e si chiude, quattro anni più tardi, con il lunghissimo ed un filino meno calibrato “Songs in the key of life”, rimane a tutt’oggi il risultato più alto dell’arte Wonderiana, nonché una raccolta di canzoni straordinarie, degna di essere accostata ai lavori post-“Revolver” dei Beatles, oppure, per restare in territori soul e Motown, ai migliori risultati del genio melodico di Smokey Robinson e dei suoi Miracles.

Innervisions”, terzo disco del Wonder maggiorenne che vede la luce nel 1973, a parere di chi scrive è la gemma fra le gemme, una fra le opere più grandi di tutti gli anni ’70, e non solo in America, non solo se si parla di soul e funk. “Innervisions” mette a frutto la passione di Wonder per la musica tutta, guardando anche al jazz ed alle sonorità latino-americane, così come alle nuove possibilità offerte dai sintetizzatori e dalla tecnologia, e proietta funk e soul direttamente nel futuro, arricchendo per di più la miscela con una vena compositiva e pop irripetibile.

Anche qui infatti, quasi non bastassero la freschezza del suono in quanto tale, l’accuratezza e l’originalità della produzione, il sapiente e rivoluzionario utilizzo dei sintetizzatori, a stupire è soprattutto la brillantezza melodica delle singole composizioni: “Innervisions” non concede mai tregua, elabora una serie di melodie accattivanti e freschissime, ognuna delle quali sarebbe in grado di illuminare, da sola, la carriera di numerosi altri autori. E non manca neppure un sano, energico ed elegante groove: “Higher Ground” e “Don’t you worry ‘bout a thing” sono esempi fulgidi di funk distillato e cristallino, arricchito da arrangiamenti lussureggianti e spunti melodici stupefacenti, che vanno persino oltre le intuizioni di un George Clinton. Che dire poi di “Living for the City”, classico pezzo Wonderiano socialmente impegnato e gravido di fede e speranza, altra cavalcata pop-funk condita da fraseggi di synth del tutto inusuali per la musica nera? Oppure della morbida “Visions”, che ammicca al flamenco e alla musica latina nei movimenti della chitarra, e che vanta un ritornello in crescendo sospeso e raffinatissimo? O ancora dell'enfatica "Jesus Children of America"? Questa è davvero una serie impressionate di capolavori, una serie che lo stesso Wonder non sarà più in grado di replicare.

Ed è altrettanto difficile, forse del tutto impossibile, ritrovare la magia della dolcissima “All in love is fair”, tenera e romantica ballata che guarda al jazz più raffinato, oppure di “Golden Lady”, costruita su un crescendo melodico emozionante ed immortale, forse la canzone più bella dell’intero repertorio Wonderiano, di certo la mia preferita.

Ma non fa nulla, non importa se cose così Il Magnifico non ne pubblicherà più: noi insaziabili ricercatori di canzoni “perfette” possiamo godere ogni volta che mettiamo nel lettore “Innervisions”, e tanto ci basta.

V Voti

Voto degli utenti: 9/10 in media su 27 voti.
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loson 9/10
Cas 9/10
sarah 10/10
risen 9/10
REBBY 7/10
tecla 7/10
bart 8,5/10
Steven 8/10
B-B-B 9,5/10
Robio 10/10
Lelling 9,5/10
Lepo 10/10
zagor 9/10

C Commenti

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fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 12:08 del 4 gennaio 2010 ha scritto:

Francesco, hai deciso di recensire i 10 dischi più belli della storia della musica? Capolavoro, capolavoro, capolav...

loson (ha votato 9 questo disco) alle 12:15 del 4 gennaio 2010 ha scritto:

Tutto davvero mooolto bello...

Totalblamblam (ha votato 9 questo disco) alle 12:59 del 4 gennaio 2010 ha scritto:

fino al doppio, con ep 7-inches incluso, songs in the key of life ha sbagliato davvero poco...questo è superlativo, anche per la copertina gatefold dell'originale dalla sostanza e dall'odore caucciù che mi ha sempre stupito,molle e melliflua come la sua musica...a me di stevie piace anche la produzione poco conosciuta degli anni 60 mi pare ci sia in giro un triplo looking back che raccoglie il meglio

voto 9

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 13:56 del 4 gennaio 2010 ha scritto:

Splendido lavoro!

FrancescoB, autore, alle 15:08 del 4 gennaio 2010 ha scritto:

Sono contento che il disco piaccia, troppo spesso si sottovaluta l'importanza di Wonder, non solo per la musica soul ma anche in ambito strettamente pop!

amnesia99 (ha votato 10 questo disco) alle 12:12 del 7 gennaio 2010 ha scritto:

Da non sottovalutare anche il fatto che il buon Stefanino suona una buona parte degli strumenti che si ammirano nel disco... un vero fenomeno a 360°!

ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 16:12 del 9 gennaio 2010 ha scritto:

Disco grondante sessualità e groove da tutti i pori, perfetto per una intensa e sudaticcia notte di passione. Grandissimo Julian.

sarah (ha votato 10 questo disco) alle 12:22 del 10 gennaio 2010 ha scritto:

"classico" stampato a caratteri cubitali.

Bellerofonte (ha votato 9 questo disco) alle 19:00 del 13 aprile 2010 ha scritto:

Disco superlativo ma...

gli preferisco songs in the key of life

risen (ha votato 9 questo disco) alle 16:48 del 17 dicembre 2011 ha scritto:

disco memorabile

nebraska82 (ha votato 9,5 questo disco) alle 18:25 del 2 novembre 2012 ha scritto:

da isola deserta.

bart (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:40 del 3 settembre 2013 ha scritto:

Devo dire che prima non amavo molto Stevie Wonder, anche perchè non lo conoscevo bene. Ma questo disco mi ha fatto scoprire un artista meraviglioso! Grande!

Mattia Linea (ha votato 8,5 questo disco) alle 14:27 del 18 agosto 2014 ha scritto:

Bellissimo album. Se si decidesse di iniziare ad ascoltare Stevie Wonder io consiglierei o questo album o "Songs In The Key of Life": si andrebbe sul capolavoro in entrambi i casi. Oltre ad avere una delle voci nere più belle del panorama musicale, Stevie possiede anche una tecnica strumentale totale (in ben 3 canzoni suona tutti gli strumenti, nelle rimanenti minimo due). Consigliatissimo. Funky, pulito e raggiante.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 18:24 del 16 marzo 2020 ha scritto:

Il mio preferito di Stevie. Capolavoro assoluto, grande Fra'!

FrancescoB, autore, alle 8:48 del 17 marzo 2020 ha scritto:

Dieci anni fa ero in piena fase soul, ricordo i mesi trascorsi a esplorare le discografie dei vari Sam Cooke, Stevie Wonder etc.. qui va beh un voto inferiore al 9 è quasi da denuncia

Giorgio_Gennari (ha votato 6 questo disco) alle 9:45 del 17 marzo 2020 ha scritto:

hihihihihi...

Giorgio_Gennari (ha votato 6 questo disco) alle 17:33 del 11 marzo ha scritto:

Mai stato un fan del buon Stevie, naturalmente. Il punto è che anche i suoi album più ambiziosi (perché Wonder ha sperimentato eccome) ristagnano in un anima che è più naive che genio. Comunque, Innervisions resta uno dei suoi migliori, anche se, ribadisco, non può dirsi un gran complimento. Spicca, credo, la canzone più genuinamente romantica: All in Love is Fair, ma anche Golden Lady, ma anche Visions... ma il resto è un po' troppo "facile".

FrancescoB, autore, alle 20:07 del 11 marzo ha scritto:

Buon per te che Fab e Loson non bazzichino più da queste parti, altrimenti avrei costituito con loro il triumvirato dei wonderiani feriti e rancorosi e insieme saremmo venuti a prenderti, armati di cattive intenzioni e con una gran voglia di fartela pagare, per questo imperdonabile 6. Uomo avvisato

Giorgio_Gennari (ha votato 6 questo disco) alle 11:08 del 13 marzo ha scritto:

Lo so, lo so... personalmente non ho niente contro di lui, la sua storia personale è bellissima (il talentuoso ragazzino cieco che riesce a diventare famoso e avere successo), la sua capacità vocale impressionante, la sua professionalità incontestabile. Però, c'è un però. La sua musica è spesso un po' troppo educata e, in fin dei conti, naive; commerciale insomma, in un senso che non mi piace. Intendiamoci, non metto in discussione la sua morale, sono certo che abbia fatto la musica che ha fatto perché gli piaceva molto e non avrebbe potuto fare altro, solo che non posso ignorare quanto, anche nei suoi album migliori, come questo Innervisions, la sperimentazione e la calibrazione degli arrangiamenti e dei crescendo, e le ritmiche funky, appaiano "più artigianato che arte". Cosa ne pensi avvocato di questo ragionamento?

FrancescoB, autore, alle 11:30 del 13 marzo ha scritto:

Posso capire il tuo punto di vista, ma Stevie Wonder è un artista pop, fa parte della famiglia Motown, e insomma lavora all'interno di un'area ben definita, di cui ha comunque contribuito a ridefinire l'estetica e il linguaggio. Io preferisco un diverso tipo di soul, tendenzialmente, ma Stevie rimane un'astronave, un artista capace di confezionare opere che sono al tempo stesso puro pop (e quindi accessibili al grande pubblico) e qualcosa di diverso. In ambito Motown, apprezzi Sam Cooke (che è Motown in parte, ok) e Smokey Robinson?

Giorgio_Gennari (ha votato 6 questo disco) alle 20:36 del 16 marzo ha scritto:

(Chi era Smokey Robinson, quello dei Miracles? 'spe che guardo la foto su Internet.. sì è lui, la sua faccia non la si può dimenticare)

Non posso certo criticare la professionalità di questi signori, di Sam Cooke in particolare, una delle voci nere più alte di sempre, la cui tragica fine non può che (giustamente!) alimentarne il mito. Ma ad onor del vero, non apprezzo particolarmente né la loro musica, né per dire quella di Otis Redding, o James Carr, o di Etta James, nemmeno James Brown in realtà... e gli Sly & the Family Stone ancora (anzi, molto) peggio. Sarà una specie di razzismo che berga in me; ma non credo, dato che riconosco sempre con piacere la statura di tanti jazzisti neri. In realtà, è forse il fatto che i neri hanno inventato il rock 'n roll, il soul e ancor prima il blues (quello nudo e crudo). Eppure tutti questi generi non riesco ad apprezzarli granché "a sé stanti", ma molto di più se vengono interpretati (e, a mio avviso, di molto migliorati) da altri musicisti, successivi a questi grandi pionieri. In conclusione, non divago oltre e concludo, rispetto tutti coloro che con un ugola eccezionale fanno belle cose, ma non credo che ciò significhi automaticamente fare grandi album - che poi, gente come Cooke è vissuta sostanzialmente prima dell'era dell'album, quindi non c'è neanche granché da rimproverare. Insomma, per me è così; il soul non mi dà dipendenza.

zagor (ha votato 9 questo disco) alle 14:08 del 17 marzo ha scritto:

dai su, capovolgi quel 6 e fallo diventare un bel 9...

theRaven (ha votato 8 questo disco) alle 17:00 del 16 marzo ha scritto:

Wonder è sempre wonder, anche se per me il soul e il funky devono essere luridi