R Recensione

9/10

Shuggie Otis

Inspiration Information

“Impara l’arte e mettila da parte”, c’insegna la saggezza popolare. Da bravo figlio d’arte, Shuggie Otis ha preso il proverbio alla lettera. Frutto dei pallidi benché “blueseggianti” lombi del ben più famoso Johnny, lo sbarbatello losangelino (classe 1953) cominciava prestissimo a padroneggiare non solo chitarra, ma anche basso, vibrafono e batteria. Appena dodicenne, agghindato con occhiali da sole e baffetti finti onde celare la tenera età, già figurava nella band d’accompagnamento del padre, la cui agenda allora era fittissima d’impegni live: situazione che parrebbe un sogno per qualsiasi turnista con un po’ di sale in zucca, ma non per Shuggie, uno che assorbiva stimoli da qualsiasi fonte (blues, R&B, jazz, classica, rock, evvai col liscio…) e il cui suo istinto guardava già avanti, verso luoghi ancora tutti da immaginare. Uno che "non aveva un posto” e non l’avrebbe mai avuto, detta assai brutalmente. Uno che in tre anni di incisioni, grosso modo dal 1971 al 1974, sarebbe riuscito a disintegrarsi la carriera (n)e(l) concepire “Inspiration Information” il quale, fatte salve inconfutabili ascendenze, appartiene all’albo di quelle opere che sembrano fare il vuoto attorno a loro.

Capire come si sia potuti giungere a un simile risultato resta un mistero. Perché sì ok, il panorama della black music nei primi ‘70s era quanto di più multiforme ci si potesse aspettare, specie viste le direzioni intraprese dai reduci del decennio precedente: Marvin che scombussolava la Motown (e gli zebedei di Gordy) con concept sinuosi rivolti ora a Dio, ora all’Ambiente e ora alla Dea Copula; Curtis alle prese con ineguagliate morality play in chiave “baroque funk” presto elette a colonna sonora del filone “blaxploitation”; Stevie a giochicchiare con synth e farsi eleggere il “Mozart nero” del pop tout court; James (l’infaticabile lavoratore, no?) a far l’equilibrista sul filo di un minimalismo ritmico ormai trasfigurato nell’ipnosi pura; Aretha tutta occupata a riscoprire se stessa e la sua negritudine via opere sempre più influenzate, nello spirito, da Madre Africa; Sly in pieno trip decadente “coca/anfetamine/pilu/qualche grammo di musica rivoluzionaria/ancora coca/lsd e via da capo”. E la storia mica finisce qua, ovviamente. Il funk psichedelico, nato proprio con la benedizione dello Sly nazionale, era una realtà più o meno dal 1968, anno in cui il produttore-guru Norman Whitfield mise mano a “Cloud Nine” dei rinnovati Temptations, spianando la strada alla formuletta “James Brown + Jimi Hendrix + Sun Ra” che avrebbe fatto la fortuna di War, Funkadelic e tanti altri. Non solo: fra chi gettava le fondamenta del rap (Gil Scott-Heron, Last Poets) e chi schiumava di febbre latino-americana (Earth, Wind & Fire), si ergeva, in tutta la sua spettacolare zuccherosità, il nuovo soul di Philadelphia, forgiato da produttori/autori quali Thom Bell e la coppia Gamble & Huff per acts sublimi come O’Jays, Spinners, Harold Melvin & The Blue Notes.

Questo il quadro, seppur parziale e criminalmente sommario. Ma la testolina di Otis andava oltre, in ogni senso. Già il primo album “adulto” “Freedom Flight” (1971, terzo di una discografia che conta solo quattro titoli) era frutto di frequentazioni sospette con figuri quali Al Kooper, Arthur Lee (Love), Frank Zappa (è Shuggie a suonare il basso nell’universalmente nota “Peaches En Regalia” del Baffo) e mirava a uno sposalizio fra tramonti West Coast, notturni jazz e “voglie” R&B da dopo pranzo. Ad esempio, la sua “Strawberry Letter 23” – riproposta con successo dai Brothers Johnson nel ’77 – è pura fioritura folk dall’aroma soul in anticipo su Hall & Oates che, per finale, si concede un minuto e passa di fraseggi minimalistici alla Terry Riley. Valgono poco meno i 12 minuti della Title Track: un volo in planata che dal misticismo pastorale stile “In A Silent Way” approda a una fusion rilassata, con tanto di studio sulle possibili applicazioni chitarristiche del delay. Non esattamente il pane quotidiano dei frequentatori abituali della “sweet soul music” di casa Stax, evidentemente. (Entrambi i brani sono stati inseriti nella ristampa di “Inspiration Information” del 2001, per la Luaka Bop di David Byrne.)

Come cantante poi, Otis era l’antitesi del “canto soul” (sudista e non) inteso quale straripante vortice di passione e sfumature, cerimoniale profano di catarsi gospel trasfigurata in adorazione della carne. Timbro sottile, a tratti monocorde, fragile come da lezione folk-rock: la sua pasta vocale risultava affine a quella di Mayfield, seppur meno caratteristica. Pezzi grossi come Otis Redding e Solomon Burke se lo sarebbero pappato in un nanosecondo (e non solo in senso figurato: non so se avete presente la fisionomia di Burke…), ma proprio in questa anticonvenzionale neutralità sta il fascino agrodolce del suo singin’.

Composto, prodotto, arrangiato e quasi interamente suonato da Otis, “Inspiration Information” (Epic, 1974) è spesso ricordato per l’uso massiccio della drum machine, secondo l’esempio di “There’s A Riot Goin’ On”. Eppure Shuggie sfrutta questo espediente con originalità, ponendolo a fondamento di un indecifrabile funk rarefatto e malinconico, policromatico eppure minimal nel suo srotolarsi con lucido modernismo (si faccia caso alla produzione, quasi il trait d’union fra il calore di una registrazione domestica e il perfezionismo garantito da un 32 tracce). Ma limitarsi a definire funk questa musica sarebbe un altro crimine, giacchè talmente vasti sono lo spettro delle sonorità “ipotizzate” e l’immaginazione armonica dell’autore che quasi bisognerebbe vergognarsi dell’indifferenza con cui il lavoro venne accolto.

E dire che la Title Track i crismi del singolo li aveva: solido funk sincopato che Otis prende per mano e addolcisce, aggiungendo brillantina soft-pop (la discesa per semitoni alla Todd Rundgren a 1’50’’) e giusto un assaggino della melma in cui sguazzava il New Orleans Soul (gli staccato nervosi delle sei corde, la pastosità contagiosa della base ritmica). Uscito come 45 giri, il brano non andò oltre la cinquantaseiesima posizione della classifica R&B (quella “pop” restava un miraggio). Il vero miracolo stava però sul lato B, anche se praticamente nessun dj osò inserirlo in scaletta e suonarlo alla radio. Peccato perché l’immane “Island Letter”, nel suo pavoneggiarsi futuristicamente” lounge e febbricitante di bollicine elettroniche, inventa di sana pianta gli Air: ne siano testimoni la sottigliezza dell’incastro melodico, quell’organo astrale filtrato attraverso un pedale wha wha, la voce angelica di Otis, i delicati arpeggi di chitarra acustica, le serpentine lubrificate degli archi, la trapunta soffice di rhodes e organetto retrò. Una fra le più complesse meraviglie (art) pop di ogni tempo.

Improponibile, dopo quel flop, la candidatura dell’altrettanto sconvolgente “Aht Uh Mi Hed” a successivo singolo. Altro peccato, sissignori. Scandita da una drum-machine cavernosa in primissimo piano, la song in questione prosciuga i riferimenti al “Philly soul” (il glockenspiel, i soffici rivoli merlettati degli archi qui già proto-disco) e ne organizza i rimasugli in un altro puro miracolo d’equilibrio fra struttura e smantellamento della stessa. Dopo soli due minuti, le luci dei riflettori si spengono per lasciar posto a un coda simil-jam indefinibile nella sua assoluta fissità; come se all’ascoltatore venisse data l’illusione di un’ulteriore apertura ritmica che non arriva mai, il presagio di un climax matematicamente eluso a ogni giro di boa. Nessuna meraviglia: Otis è architetto e illusionista nel medesimo tempo, teniamocelo bene a mente.

La seconda facciata, se si eccettuano i rari versi della sbarazzina/schizofrenica “Happy House”, è interamente strumentale. Trattasi di composizioni dai sapori elettro-esotici, eccentriche miniature jazzy pregne di quella nostalgia per “il futuro mai arrivato” a cui lo space-age pop guardava con sgomento e che qui, invece, fiorisce in bonsai di meticolosa, accecante beatitudine. Il ¾ elegante di “Rainy Day” ha l’andatura da ballata, con la chitarra pulita di Shuggie che dialoga con archi, ottoni quasi impalpabili, legni trasparenti, come se a dirigerli fosse un Duke Ellington “impigiamato” in combutta con il Brian Wilson di “Let’s Go Away For Awhile”. Su “XL-30” sono invece i Cabaret Voltaire che si mettono a giocare col groove preferito da un marziano, e il tono del Farfisa passa da fanfare melodiche a improvvisi squarci atonali fino a quella discesa, tanto repentina quanto liberatoria, di flauto e clarinetto.

“Pling!” annuncia un puntillismo al ralenti, pigro soundscape R&B che nella mia testa si lega – non chiedetemi perché – al Miles Davis evanescente di “I Loved Him Madly”: mistero indicibile a suon di ritmo sintetico e piano elettrico, con pizzicotti d’arpa dosati col misurino e tanto di coro “manipolato” a fluttuare, tutto sorridente, come un synth color arcobaleno. Non mi si crederà, ma sembra davvero d’ascoltare una base di D’Angelo con venti e passa anni d’anticipo (e senza Prince di mezzo). La conclusiva, “funkettara” “Not Available” resta imbrigliata in una maglia polifonica che soltanto a 1’40’’ si concede qualche libertà espressiva, dando la sensazione di un gomitolo finalmente sbrogliato. Ma è ancora un’illusione: pensare di “possedere” questa musica è come pensare di far passare un cammello nella cruna di un ago, o di convincere un prete a votare comunista.

Tutto il disco, scrutato con attenzione, sembra un oggetto curiosamente familiare ma “alieno” (nella tagliente “Sparkle City” è addirittura un sinistro fruscio di nastro magnetico a esser isolato e messo in circolo a mo’ di sample), qualcosa che è tremendamente facile amare ma di cui si continua ad avere un sacrosanto, eccitato timore. Certo non lo stesso timore che mostrò il pubblico dell’epoca, disertando in massa l’appuntamento con l’acquisto del suddetto long playing. Sì, perché a parte un ingresso furtivo in top 100, di “Inspiration Information” non si hanno più avuto notizie per anni. Almeno finché qualcuno non si è accorto che il disco anticipava tratti degli Stereolab, della neo-lounge della seconda metà dei ‘90s, del nu-soul, di generi che ancora non hanno un nome (“Quello di Otis sembrava quasi un nuovo stile musicale in grado di svilupparsi autonomamente” dirà proprio lo “stereolabiano” Tim Gane), mostrando persino qualche similitudine con certo post-rock (soltanto un nome: Tortoise). Riesumarlo è stato come recuperare un antico fossile e scoprire che non si trattava di una felce, ma del calco di una pistola laser. Quando si dice “retrofuturismo”…

V Voti

Voto degli utenti: 9,4/10 in media su 9 voti.
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sarah 10/10
Cas 9/10
ozzy(d) 10/10
REBBY 7,5/10

C Commenti

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Emiliano (ha votato 8 questo disco) alle 14:53 del 5 febbraio 2010 ha scritto:

Un discone grosso così e una recensione puntuale e completa. Otis è l'epitome dell'artista da rivalutare. Sono un paio di mesi che lo ascolto a ripetizione.

Utente non più registrato alle 21:02 del 5 febbraio 2010 ha scritto:

Capolavoro!

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 21:16 del 5 febbraio 2010 ha scritto:

Il 10 lo raggiunge - da sola - "Aht Uh Mi Hed". Tutto il resto va oltre. Disco stratosferico, spaziale, mostruoso, infinito.

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 21:21 del 5 febbraio 2010 ha scritto:

... e poi, gli accordi di "Not Available" ... Vabbè, vabbè non diciamo nient'altro, che il Los ha ampiamente detto tutto. Cercatevi sto disco.

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 21:21 del 5 febbraio 2010 ha scritto:

ora

sarah (ha votato 10 questo disco) alle 23:37 del 5 febbraio 2010 ha scritto:

Vero e proprio disco da isola deserta, tra lui e Terry Callier non saprei chi scegliere! Recensione stupenderrima!

FrancescoB (ha votato 10 questo disco) alle 9:49 del 6 febbraio 2010 ha scritto:

Capolavoro descritto al solito in modo impeccabile dal Matteo. Un ascolto godurioso e ricco come pochi.

Emiliano (ha votato 8 questo disco) alle 13:35 del 6 febbraio 2010 ha scritto:

Comunque anche le session con Al Kooper meritano. Per chi lo volesse davvero, è stato ristampato su cd qualche anno fa. Vinile non so, il mio me lo tengo stretto.

Emiliano (ha votato 8 questo disco) alle 18:45 del 6 febbraio 2010 ha scritto:

Azz, l'avevi già detto tu.

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 19:19 del 9 giugno 2011 ha scritto:

disco orgasmico come pochi, shuggie idolo assoluto, il miglior figlioccio del grande sly stone. che pero' un lavoro cosi perfetto forse non lo ha mai fatto. bellissima la rece.

galassiagon alle 1:32 del 10 giugno 2011 ha scritto:

,ma chi è stò tizio? mai sentito...

Leggendo la recensione propendo recuperare subito la mancanza! Grazie Storia D.M!!

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 8:59 del 10 giugno 2011 ha scritto:

sto tizio e' un matto che nel 74 diede un calcio in culo a gloria, dollari e donne a fiumi rifiutando di entrare negli Stones al posto di mick taylor.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 9:23 del 26 agosto 2015 ha scritto:

Recensione perfetta per un disco che non dev'essere dimenticato, ma tramandato ad libitum ai posteri, per quanto sia geniale, futuribile e precursore. Complimenti vivissimi.