AA. VV.
Afro-Rock Vol. 1
Adesso che non siete più impegnati con le pagliacciate di Mourinho, di Balotelli e di Totti, segnatevi il nome di questo fenomeno vero: Duncan Brooker. Nel 1994, il diciannovenne Brooker lavora in Inghilterra come galoppino-tuttofare per l’agenzia di stampa Reuters. Un giorno, viene spedito a lavorare nel Continente Nero, e nell’arco di sei mesi attraversa tutta l’Africa Orientale e Centrale: Etiopia, Zaire, Malawi, Mozambico, Tanzania, Zimbabwe, Zambia… Nel tempo libero Duncan si appassiona alla musica ed ai suoni di quei posti sconosciuti ed inizia a collezionare vecchi dischi in vinile. Li raccoglie ovunque, nei rari negozi di dischi, nei mercatini dei villaggi, nelle case… li cataloga, li ripulisce e in pochi anni assembla una collezione di oltre 20.000 titoli. Fico, no?
Uno dei risultati di questa preziosa opera di recupero è questa compilation di 11 brani edita nel 2001 dall’etichetta di Brooker (la Kona Records) e riproposta oggi dalla rinata (eccome!) Strut Records. “Afro-Rock Vol 1” inanella in poco più di un’ora una serie impressionante di piccole-grandi perle afro-rock, mettendo in moto quella riscoperta delle forze motrici funk, jazz e soul presenti nella nuova musica africana degli anni ’60 e ‘70, una musica che rispecchiava lo stato d’animo coevo, deciso ad ottenere l’indipendenza attraverso il recupero delle tradizioni e della propria cultura pre-coloniale.
Direttamente dal Kenya, anno 1974, arriva Ishmael Jingo con la sua “Fever” (potreste averla già ascoltata nella colonna sonora del film “L'ultimo Re di Scozia”), vero e proprio manifesto Afro-funk trascinato da un ritmo in 6/8 spezzato e incalzato dai fiati. Impressionante anche l’interpretazione vocale, così vicina ai modelli funk statunitensi eppure così fedelmente “afro”. Il secondo brano in scaletta è nientemeno che “Heavy Heavy Heavy” di Geraldo Pino & The Heartbeats. E qui bisogna soffermarsi un momento perché, al di là del nome, Geraldo Pino non è uno qualunque: nato in Sierra Leone con il come Gerald Pine, fu uno dei primi a suonare musica funky in Africa Occidentale, contaminandola con i suoni ed i ritmi “danzerecci” (cha cha cha, rumba) che andavano di moda in Africa in quel periodo. Da qui la decisione di dare un suono più “latino” al proprio nome e di portare la sua musica in tutta l’Africa Occidentale. In breve tempo la fama del “James Brown d’Africa” fu talmente schiacciante da indurre Fela Kuti a fuggire per intraprendere quel viaggio Americano che tanto influenzerà la sua musica (“Non avrei potuto far nulla con quell’uomo in giro anche in Nigeria. Dopo che quel fottutissimo Pino aveva conquistato la scena, non c’era più un cazzo di niente che avrei potuto fare a Lagos” - tratto da “Fela, Fela, This Bitch of a Life” , a cura di Carlos Moore, London, 1982). “Heavy, Heavy Heavy” è pesante come il suo titolo, un groove rotolante carico di chitarre wah wah e organi Hammond.
Steele Beauttah era il cantante degli Air Fiesta Matata, seminale band afrobeat Keniana, e qui propone un breve saggio della sua classe chiamato “Africa” e caratterizzato da un lungo break di chitarra funk, mentre gli sconosciuti Congolesi Dackin Dackino si spingono oltre l’immaginabile con una traccia di 12 minuti (“Yuda”) intessuta su ritmi polverosi, chitarre circolari e stacchi spiazzanti.
Non sfigurano neanche i ritmi più “tradizionali” della Mercury Dance Band (i passi Highlife di “Envy No Good”) o dell’ Orchestra Lissanga (“Okuszua”), ma l’aspetto affascinante di raccolte come questa risiede nella varietà di tinte e colori, negli sperimentalismi soul dei Super Mambo 69, nell’armonica a bocca usata come splendido strumento solista dai ganesi Bookor Band, negli spaziali effetti “elettronici” (?) con i quali gli Yahoos sporcano il loro rhythm & blues o nel vago sapore “mariachi-kraut”(??) della bonus track conclusiva, regalo della Strut records pescato ancora dal catalogo di Jingo (ma che voce ha quest’uomo?).
Oppure, se preferite, nella chitarra folle di Nkansah (già membro degli African Brothers) in “Pem Dwe” o nella mia traccia preferita (ma la scelta è stata durissima): “Kyenkyen Bi Adi M'Awu” di K. Frimpong & His Cubano Fiestas è un capolavoro evocativoe amaro, condotto da un ritmo asciutto (bacchetta di legno vs. montante metallico del rullante), una Farfisa leggera, una chitarra puramente ritmica, una tromba dal sapore jazz e un flauto impalpabile.
Generazione di fenomeni.
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