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R Recensione

8/10

Fela & the Africa '70

Shakara

Lo Shrine non è un club, è un luogo dove danziamo e suoniamo i tamburi per evocare gli spiriti. Il potere dello Shrine è molto forte, è un potere spirituale, questa è la ragione per cui fumiamo” (Fela Kuti – 1972)

Nel 1972 lo Shrine non è più un semplice locale. E' un tempio, nel quale si trovano altari dedicati a Malcom X e Martin Luther King. Tutte le sere Fela Kuti indossa i panni di “Chief Priest” e officia riti mistici dedicati alle tradizioni africane e stimolati dal largo uso di marijuana. Allo Shrine ci vanno tutti: studenti, semplici appassionati di musica, diplomatici stranieri e amministratori locali. Fuori dallo Shrine, lontano dal quartiere popolare di Mushin, il governo militare si arricchisce sfruttando il petrolio appena scoperto. Dentro lo Shrine si parla di tutto: di politica, costumi sociali, religione. Si parla di futuro. E si suona. Gli Africa '70 sono ormai una macchina perfetta guidata da Tony Allen, che è l'unico autorizzato ad uscire dal canovaccio ritmico delle lunghe jam collettive eseguite sul palco. Insieme ad Allen c'è Fela, ovviamente, ma ci sono tanti altri musicisti: ci sono i solisti Igo Chico al sax tenore e Tunde Wiliams alla tromba, c'è Lekan Animashaun al sax baritono, Christopher Uwaifor al secondo tenore e Nwokoma Ukem alla seconda tromba. Ci sono Lekan Benson alla chitarra ritmica, Oghene Kologbo alla chitarra tenore (una novità presa dal sound di James Brown). Poi ci sono i discepoli ritmici di Tony Allen: Henri Kofi, Nicholas Addo e Shina Abiodun alle congas, Okalue Ojeah al basso, James Abayomi agli sticks e Isaac Olaleye allo shekere. E poi ci sino le Fela's Queen, un gruppo di ballerine che si occupa anche del “response”, ovvero dei cori che incalzano e sottolineano le frasi cantate da Fela: Kevwe Oghomienor, Alake Adedipe, Ihase Obotu, Fehintola Kayode, Ronke Edason, Tejumade Adebiyi, Shade Komolafe, Shade Shehindemi e Felicia Idonije.

Shakara” esce nel 1972, esattamente come “Roforofo Fight”. Si compone di due soli brani della durata approssimativa di tredici minuti ciascuna, quando basta a Fela Kuti per spiegare cosa sia “Shakara” (ovvero la “prevaricazione") in un up-tempo governato da un Tony Allen impressionante, ma soprattutto per fornire la sua controversa, discutibile idea sulle donne africane. “Lady” è un pezzo difficilmente spiegabile se analizzato sulle base delle idee “libertarie” di Fela Kuti e del ruolo avuto da sua madre Funmilayo nella lotta per i diritti delle donne africane. Ma quello che Fela si propone in questo periodo è la lotta all'”occidentalizzazione coloniale” dell'Africa, la dissacrazione di quei costumi imposti dai dominatori stranieri e per anni accettati supinamente dai popoli africani dominati. “Lady” oppone il ruolo della “donna” africana a quello della “lady”, ovvero la stessa donna corrotta dai costumi e dalle idee frivole importate dai colonizzatori. Il brano è ormai afrobeat “cristallizzato” nella sua forma definitiva, nel quale all'introduzione iniziale seguivano l'alternanza degli assoli (a turno: Fela, Tunde Williams, Igo Chico), poi un lungo stacco generalmente condotto dal piano elettrico e dalle chitarre in chiave “ritmica” e poi, a metà del brano, il "call" di Fela seguito dal “response” delle Fela's Queen.

"Se la chiami “donna”, una donna africana non lo apprezzerà. Lei dirà “io sono una signora”. E allora voglio parlarvi di questa “signora”. Lei dice di essere uguali agli uomini, di essere potente quanto gli uomini, di poter fare qualsiasi cosa fa un uomo. Non ho finito. Lei non si vergogna di fumare davanti agli altri, vuole che tu apri la porta per lei, vuole che l’uomo lavi i piatti per lei, non vuole salutare il suo uomo, vuole sedersi a tavola prima degli altri, vuole prendere il suo pezzo di carne prima degli altri, e se gli chiedi di danzare, lei danzerà un ballo “da signora”. Una vera donna africana invece ballerà una danza di fuoco. Lei sa che è l’uomo a comandare, cucinerà per lui e farà quello che l’uomo gli chiede, ma una signora non vorrà farlo, lei vuole comandare."

Anche le donne sono avvisate. Fela Kuti non è Gandhi e non è neanche Martin Luther King. Gli Africani devono fare gli Africani. L'Africa deve essere Africana. Chi vuole introdurre la propria cultura, comandare o insegnare qualcosa agli Africani, dovrà vedersela con un Fela Kuti armato. Armato di musica.

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