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R Recensione

8/10

Orchestre Poly-Rythmo

Cotonou Club

A questo punto urge una riflessione. Sono centinaia di anni che ci interessiamo di musica ascoltandola, registrandola e catalogandola in mille modi. Conosco persone che da più di cinquant’anni si accapigliano per sostenere la supremazia della musica Inglese su quella Americana (o viceversa). Ancora oggi assisto a discussioni infinite su dischi del 1967 e ad ammorbanti valutazioni su quel disco dei Beatles e quell’altro dei Pink Floyd. Conosco almeno duecento gruppi indie-rock europei ed americani diversi (diversi solo tra loro, e a volte neanche) e probabilmente non sono che la centesima parte di quelli che incidono dischi. Poi arriva la Strut Records (alla quale devolverò il mio cinque per mille) e nel giro di pochi anni rispolvera – tra gli altri - l’unico genio jazz vivente, l’ultima leggenda afrobeat e adesso anche la mitica Orchestra Onnipotente di Cotonou. Ma ci verrà il dubbio che il nostro considerarci “esperti” o anche solo “appassionati” di musica abbia subìto pesanti limitazioni geografiche e (quindi) culturali? Perché dovremmo scaricare l’ultima collaborazione dei Flaming Lips o una raccolta di outtakes dei Radiohead continuando ad ignorare che in Africa, in Asia e magari anche in Oceania (a proposito, ma in Oceania qualcuno suona? Solo Nick Cave ed AC/DC in cinquant’anni?) esistono migliaia di musicisti la cui unica colpa è quella di non avere (avuto) etichette discografiche disposte a promuovere il loro lavoro?

Va beh, grazie al cielo e ora anche al mio cinque per mille, la Strut Records (inglese, sia chiaro, ma con lo sguardo fisso oltre il Mediterraneo) racconta al grande pubblico europeo la storia (dagli anni ’60 ad oggi, attraverso leggende, successi, cambi di formazione, lutti e oltre cinquecento 45giri pubblicati) dell’Orchestre Poly Rythmo (già Orchestre Poly Rythmo de Cotonou, T.P. Orchestre Poly-Rythmo de Cotonou e Orchestre Poly Rythmo de Cotonou Dahomey). In realtà già altri coraggiosi avevano rispolverato l’incredibile catalogo dell’orchestra Beninese: la Popular African Music aveva pubblicato nel 2003 una raccolta intitolata “Reminiscin in tempo”, che esplorava l’aspetto più “latino-americano” dell’orchestra, mentre nel 2007 la Soundway aveva selezionato da quella sterminata (e dispersiva) discografia gli elementi maggiormente legati all’afrobeat e al funk (“Kings of Benin Urban Groove - 1972 – 80”). Il lavoro più importante è stato però svolto successivamente dall’etichetta Analog Africa, che pochi anni fa aveva immesso sul mercato (con discreto successo, oltretutto) due raccolte che vedevano l’Orchestre tra i protagonisti (“African Scream Contest: Raw & Psychedelic Afro Sounds from Benin & Togo 70s” e “Legends of Benin”) e due dedicate interamente alla stessa Orchestre (“The Vundun Effect: Funk and Sato from Benin's Obscure Labels 1973-1975” e “Echoes Hypnotiques Vol.2; From the Vaults of Albarika Store 1969-1979”).

 

La Strut Records decide di spingersi oltre. Non si limita a recuperare e raccogliere vecchie incisioni, ma porta direttamente l'Orchestre Poly Rythmo a Parigi con l'obiettivo di incidere materiale nuovo. L'Orchestre porta in dote cinque elementi originali (Clement Melomè, Vincent Ahehehinnou, Gustave Bentho, Pierre Loko e Anago Cosme), il ricordo di quelli che non ci sono più (il batterista Leopold Yahoussi e il grande chitarrista Bernard “Papillon” Zoundegnon, scomparsi nel 1982) e una serie di brani storici rieseguiti per l’occasione insieme ad alcune composizioni nuove.

 

Gbeti Madjro” (da molti considerato il loro pezzo più rappresentativo) fu una vera e propria rivoluzione negli anni ’70, periodo durante il quale il Benin stava attraversando una fase politica turbolenta. L’Orchestre proponeva questo brano veloce, carico di funk e di grida alla James Brown, nelle piazze e nei locali dell’epoca, scatenando reazioni incontenibili e finendo per creare un vero movimento musicale, composto da bands che mischiavano i ritmi locali con il funk e la vocalità “urlate” di James Brown (da qui il titolo della compilation “African Scream Contest” di cui sopra). In “Cotonou Club” “Gbeti Madjiro” è riproposta con lo stesso impeto e l’aggiunta del tocco felino della “Leonessa del Benin” Angélique Kidjo.

 

La caratteristica fondamentale che distingue l’Orchestre Poly Rythmo da altri artisti di area africana è l’impronta rock che sottrae molto ai fiati per porre l’accento su chitarre, basso e percussioni. Il loro genere, che non esiste perché prende elementi da una serie infinita di generi (afrobeat, funk, jazz, highlife, rumba, latin, psichedelia, blues), vive e si alimenta da una matrice composta dai ritmi Vodoo (sakpata, sato, agbadja, tchenkoumé) influenzati dal rock e dal funk afroamericano.

 

Koumi Dedè” è puro latin-funk (cantato con una timbrica che ricorda vagamente Adriano Celentano!), tutto centrato su ripartenze ritmiche, chitarre wah e pianoforte merengue. “Von vo Nono” è un altro brano del passato, scritto da Gnonnas Pedro (cantante e ballerino molto famoso in Benin fino alla sua recente scomparsa) ed eseguita da numerose orchestre locali. Da sempre un loro cavallo di battaglia, l’Orchestre Poly-Rhytmo la esegue oggi con una lucidità miracolosa utilizzando una variante del “call & response” tipico dell’afrobeat, ma tenendo il tutto molto distante dalle soluzioni ritmiche della musica tradizionale nigeriana grazie all'uso delle pause e all’incedere jazzy.

 

Altro brano del passato è l’iniziale “Ne Te Faches Pas”, vera e propria perla di melodia qui riproposta in una versione abbreviata rispetto all’originale (ma provate a sentire quella chitarra che “prende il comando” al minuto 2:50!). Stesse soluzioni melodiche riportate alla luce in “Mariage/Ou c´est lui ou c´est moi” grazie alla voce di Fatoumata Diawara e centrifugate in salsa afrobeat/highlife in “Pardon” (che organo!) e “Holonon”. Ma la realtà è che non possono bastare questi cinquanta minuti (e forse nemmeno tutte le raccolte di cui sopra) per coprire lo spettro di soluzioni ritmiche offerto da questa Orchestra: Onnipotente certo, ma sopratutto Poliritmica.

 

Ah, come bonus-track c'è “Lion is Burning”, una specie di rivisitazione afrobeat dei Talking Heads di "Remain in Light", creata in collaborazione con i Franz Ferdinand, una delle solite indie-band europee.

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Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 9 voti.
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gull 8/10
REBBY 6,5/10

C Commenti

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gull (ha votato 8 questo disco) alle 17:18 del 3 luglio 2011 ha scritto:

Impossibile dare di meno! Musicisti formidabili, è un privilegio ascoltarli. Quello che hai scritto nella prima parte della recensione è la pura e semplice verità.

fabfabfab, autore, alle 18:33 del 3 luglio 2011 ha scritto:

Grande gull, meno male che esisti. Quando hai un po' di tempo libero, togliti la curiosità di cliccare in alto a destra su "discografia", giusto per farti una piccola idea sulla mole impressionante di musica che hanno pubblicato nel corso degli anni...

gull (ha votato 8 questo disco) alle 17:12 del 4 luglio 2011 ha scritto:

RE: togliti la curiosità di cliccare in alto a destra su "discografia"

Pazzesco!

Emiliano (ha votato 7 questo disco) alle 18:04 del 4 luglio 2011 ha scritto:

Quando si parla di ripescaggi di classe, quelli della Strut non sbagliano un colpo. Bel disco, molto godibile per chiunque (anche i non amanti del genere), proprio perchè riesce a coniugare archetipi afrobeat e una certa sensibilità rock. Disco intelligente.

bargeld (ha votato 8 questo disco) alle 13:50 del 14 dicembre 2011 ha scritto:

Che dirti Fabio, grazie di cuore per questo disco meraviglioso e per questi artisti straordinari. La scoperta dell'Africa musicale con te come Virgilio è divertente almeno quanto affascinante...

fabfabfab, autore, alle 10:33 del 29 gennaio 2013 ha scritto:

Scopro solo oggi che Clément Mèlomè, leader e fondatore di questo pezzo di storia musicale africana, è morto il 17 dicembre 2012. L'Orchestre non si fermerà, perchè non si è mai fermata, ma con Clement perde una parte importante della sua anima...