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R Recensione

7,5/10

The Gentlemen's Agreement

Apocalypse Town

C'è modo e modo, si sa, di fare le cose. E c'è anche un modo preciso di interpretare il proprio ruolo di artista. I Gentlemen's Agreement sono legatissimi, o così pare, al sinonimo “fare-creare” latino: un'attività pratica (fare come costruire – qui autocostruire, come vedremo) che ha poco a che vedere con la concezione romantica dell'artista che inventa dal nulla. Un'operazione “combinatoria”, quindi, collagistica, come diremmo oggi. L'idea di artista -se è lecito appellare così il musicista contemporaneo- che trapela dal lavoro dell'ensemble napoletano, è dunque fortemente caratterizzata da un consapevole sforzo d'assemblaggio e riorganizzazione. Da tutti i punti di vista.

Il packaging, innanzitutto. Il bellissimo cofanetto cartonato, sigillato da un bullone, è il frutto di un accordo di baratto con la serigrafia della Facoltà di Architettura di Napoli: in cambio dell'opera la band ha “scambiato” una sua esibizione live. Ed è sempre il baratto a scandire le fasi della realizzazione dell'album: le sessioni di registrazione in cambio dei lavori per la realizzazione di una sala del SudEstudio, l'abitazione presso l'ex fabbrica di sapone, ora club Lanificio25 a Napoli, in cambio della sua gestione.

E poi c'è la fabbrica, secondo elemento caratterizzante, nucleo tematico di questo terzo lavoro (e non a caso luogo principale della “creazione” di merci nelle società industriali). Apocalypse Town è infatti un concept sull'officina, sui sui ritmi, sull'alienazione derivante dall'essere ridotti ad ingranaggio. A partire dagli strumenti, molti dei quali auto-costruiti (e rieccoci all'artista-fabbro), altri decontestualizzati (come da tradizione industrial), si da' forma ad un ambiente dove -accanto ai testi- è lo spazio sonoro ad inscenare la progressiva vicenda in cui “l'operaio senza nome”, protagonista del disco, prende coscienza e fugge dall'incubo della città meccanizzata.

Ed eccoci ai suoni, altrettanto contaminati e rimodellati: samba, bossa nova, jazz, rock e cantautorato italiano. Un'operazione che, arricchita dalle componenti brasiliane, unisce in una inusuale stretta De André, Enzo Del Re, Area, il Battisti di Anima Latina, Einstürzende Neubauten e Throbbing Gristle.

Moloch! è un tripudio corale dove ogni elemento appare nella sua contorta natura sferragliante-pulsante-vibrante, sviluppandosi su una linea di sax che fa da guida per avventurarsi in un mood ossessivo, capace però di placarsi in un morbido motivo ostinato di chitarra prima del riesplodere finale. Si continua con il levare dal sapore Caposseliano di Il Milione, col frizzante tropicalismo a ritmo di macchina da scrivere di Dire... Direttore, passando per la lieve bossa nova di Rumore sui Rumori e arrivando al blues-jazz di Mordi!Prendi!Vivi!, con il suo sax memore del compianto Mark Sandman e i citazionismi Velvet Underground (un riciclo, nel miglior senso della parola). Il ragga psichedelico di Leit Motiv #2 – Consapevolezza segna l'avvio di una seconda fase per “l'operaio massa” reinterpretato dalla band: una prima catarsi cui seguiranno quelle del “Risveglio” (dopo che la samba mutante di KABOOM! Chiude la fabbrica avrà dato l'avvio al processo) e della finale “Evoluzione”. Tra queste cornici concettuali si declina in musica l'evoluzione del personaggio e dell'ambiente, sempre meno oppressivo-ossessivo: citiamo qui la colorita bossa-psichedelica (digerita da un ideale Piero Umiliani) di Adeus o la lievissima ed elegante Come l'acqua.

Si regredisce per creare”, canta Raffaele Giglio. Una regressione intesa come disponibilità a destrutturare le conoscenze precostituite, per associarle liberamente tra loro. Nessuna tabula rasa. La fabbrica stessa, simbolo spesso considerato retaggio di un tempo andato, è ricontestualizzata, riproposta -nella sua simbolicità- in chiave contemporanea. E questo avviene soprattutto grazie alla perizia con cui la band prepara il corredo sonoro: un variopinto turbinio di intuizioni, di ibridazioni, di sperimentazioni che non danno mai l'idea di un vuoto solipsismo, inserendosi invece con gusto all'interno di un discorso complessivo libero, aperto, fecondo. Un album divertente (che ha in sé situazionismo, attitudine prog, “cannibalismo” in senso tropicalista e canzone d'autore) e nello stesso tempo intellettualmente gravido: non facile mettere assieme le due cose. I Gentlemen's Agreement ci sono riusciti alla grande. Il risultato è una piccola perla.

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