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R Recensione

7,5/10

Aziza Brahim

Soutak

Nascere in un campo profughi nel deserto del Sahara non è il miglior modo di incominciare a vivere. Passare l’adolescenza a scappare dall’esercito marocchino che vuole prendersi la tua terra probabilmente è anche peggio.  Il Sahara Occidentale è l’ultimo paese africano che non ha ancora ottenuto l’indipendenza, e il suo popolo vive su un altopiano roccioso in Algeria, subendo da quasi quaranta anni i bombardamenti e le invasioni del Marocco. Aziza Brahim è nata in questo paese senza terra, e da questa terra è dovuta scappare presto, trovando rifugio prima a Cuba e poi in Spagna. Ma le radici, si sa, sono la parte più resistente della vita, e per questo motivo la musica di “Soutak” fa il giro del mondo, si confronta con il flamenco spagnolo e con la musica Cubana, si concede all’ occidente e alla sua voglia di esotismo, ma lascia il proprio cuore sepolto laggiù, sotto la sabbia calda del deserto, tra le vittime del “campo della dignità” (“Gdeim Izik”), il ricordo di una madre lontana (“Julud”) e di un amore perso nella polvere (“Aradama”).

 

Rispetto all’ album d’esordio (“Mabruk”, uscito nel 2012), “Soutak” sposta l’attenzione su soluzioni acustiche e introspettive, riportando l’ormai canonico “desert blues” dei Tinariwen e dei compagni d’etichetta Tamikrest (produce Chris Eckman dei Dirtmusic) alla sua forma primordiale, basata più sulle evocazioni generate dalle voce che sull’ impatto delle chitarre. Così, “Gdeim Izik” (la protesta partita dall’ omonimo campo profughi diede il via alla “primavera araba”) è l’unico episodio accostabile ai famosi compatrioti, sebbene siano acustiche le chitarre che incalzano il canto di libertà della Brahim. Già nella successiva “Julud” è la voce di Aziza a rendersi protagonista, una voce bellissima e lontana, capace di esprimersi su diversi registri senza mai risultare stucchevole o forzata. A questo si aggiunga lo splendido controcanto della sorella di Aziza (Badra Abdallahe), che nella successiva “Espejisimos” viene sostituito dal botta e risposta tra la voce della Brahim e la chitarra acustica di Kalilou Sangarè.

 

Soutak” si muove sinuoso su questi registri, tra ballate gitane (“Manos Enemigas”), preghiere nude accompagnate solo dall’ “hand drum” della stessa Brahim, e almeno un paio di momenti da custodire gelosamente tra i gioielli più belli di questa musica lontana e affascinante: “Lagi” è così perfetta da poter essere definita “pop”, mentre (al contrario) la conclusiva “Ya Watani” è talmente desolata che dovremmo riascoltarla solo se un giorno qualcuno ci dicesse che non abbiamo più una patria, una terra e una casa. Speriamo di non doverlo fare mai. Speriamo che nessuno debba farlo mai più.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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gull (ha votato 8 questo disco) alle 23:06 del 26 marzo 2014 ha scritto:

Che meraviglia!

hiperwlt alle 16:10 del 27 marzo 2014 ha scritto:

Davvero meravigliosa "Julud".

gull (ha votato 8 questo disco) alle 15:10 del 4 aprile 2014 ha scritto:

Questo disco è la "cosa" migliore che mi sia capitata negli ultimi tempi (musica e non musica). Una ricchezza di suoni, arrangiamenti, stili e radici. Una vocalità profonda, che scava. Sublime la commistione con sonorità latino-ispaniche. Io definirei così questa musica: i Madredeus dopo un lungo esilio nel Sahara, con Lisa Gerrard come cantante. Fabio nel mio cuore per sempre.