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R Recensione

7/10

Goat

Requiem

Lo avete letto ovunque. Ve l’hanno fatto credere in ogni modo. È la notizia dell’anno, dietro alle elezioni presidenziali americane. Da oggi, con ogni probabilità, Korpilombolo sarà (ancora un po’) più povera: dopo quattro anni di onorata e sudata carriera, i Goat, le ultime grandi rockstar dei nostri tempi, gli eroi del trolling musicale 2.0, i grezzi baluardi ai devastanti tsunami del poptimismo, si fanno da parte. Calano le maschere. Sì, insomma: si ritirano. Loro saranno pure reticenti, ma noi mica siamo stupidi, in fondo. Troppi e troppo evidenti gli indizi offerti. Il titolo stesso del terzo full length, anzitutto (“Requiem”). La citazione dell’incantevole “Djôrôlen”, brano della regina del Mali Oumou Sangaré (tratto da “Oumou”, 2003), posta come epigrafe al rituale hippy di “Union Of Sun And Moon” – una danza per percussioni, acustiche e flauti fuori tonalità che ricorda e sbeffeggia a un tempo il Morricone della O.S.T. di Autostop Rosso Sangue, gli Inti Illimani e i King Gizzard & The Lizard Wizard di “Paper Mâché Dream Balloon”, per citare i primi che vengono in mente –, così come dal Mali viene Boubacar Traoré, a cui i Goat avevano sgraffignato la struggente “Diarabi” (da “Mariama”, 1990), che apriva e chiudeva l’esordio “World Music”. “Djôrôlen” e “Diarabi”, già… apparizioni spettrali, fantasmi di Canterville le cui catene tornano a bussare anche alle porte di “Ubuntu”, l’amorfo, anomalo flusso new age di fine tracklist: un’oasi di pace sintetica, per certi versi speculare a “Union Of Sun And Moon”, segmentata da una gran quantità di samples vocali, che placa ogni bollore residuo. Compresi quelli, incandescenti, del pezzo precedente: intitolato, guarda un po’!, “Goodbye”.

Forse che i ragazzacci ci hanno, per l’ennesima volta, preso sonoramente in giro? Mettiamola così: se a “World Music” spettava il compito di creare il mitologema e il precedente “Commune” era una fata morgana, “Requiem” è un triangolo di Penrose. Così concreto da essere inesistente. Lo si percorre in lungo e in largo, lo si tasta e lo si percepisce, ma si ritorna ogni volta al punto di partenza, con un pugno di mosche in mano. Dopo svariati ascolti, la circospezione aumenta: e se quanto abbiamo ascoltato nascondesse qualcos’altro? Se non fosse esattamente quello che sembra essere? D’altro canto tutto, nel disco (un doppio LP), sembra essere votato ad un principio silenzioso (e antieconomico) di abbondanza: una cornucopia di canzoni, di stili, di colori, di giravolte. Il trittico iniziale sembra vivere di vita propria, membra disiecta di una cripto-suite votata al naturismo e al woodstockismo (che, lo sappiamo, più suona becero e più manda segnali opposti): sugli idiofoni non convenzionali di “I Sing In Silence” gracidano le voci femminili e sfrigolano complesse tessiture afro, come dei rāga che abbiano perso la bussola, mentre “Temple Rhythms” – incalzata da un sostenuto handclappin’ – moltiplica all’infinito la sua elementare, mesmerizzante cellula melodica. L’Hendrix sotto acido che frantuma l’equilibrio di “Alarms” è il segno che qualcosa sta già cambiando: ecco, infatti, arrivare l’irresistibile “Trouble In The Streets”, uno sguaiato gamelan sostenuto da una spettacolare chitarra exotica e da overdubs surf in bottleneck.

I mantra acustici riemergeranno ancora, poco oltre (si pensi al singolo trainante, una “Try My Robe” dall’effetto spiraliforme, o al Farfisa che si divora il lounge pop di “It’s Not Me”), alternati ad episodi elettrici di pregevole fattura (il desert rock minimalista, quasi velvettiano, di “All-Seeing Eye”, l’incanto Tinariwen di “Psychedelic Lover”). Il vero punto di forza di “Requiem”, tuttavia, sono le lunghe jam session, selvagge scorribande di assoluta libertà espressiva che, allo stesso tempo, sanciscono la reale cesura tra “Requiem” e i due capitoli ad esso precedenti. “Goatband” fluisce con il frastuono di una piena tumultuosa: una scarica di stolido kraut-jazz, fra la Squadra Omega di “Altri Occhi Ci Guardano” e i Fuzz Against Junk, che sfuma su landscape apocalittici. “Goatfuzz” è una danza dalle espanse propaggini rāga, che coccia contro un’impenetrabile chitarra fuzz e si frantuma in centinaia di schegge variopinte. “Goodbye”, infine, è un tantra r’n’r à la Group Doueh, imperniato sullo stesso giro – in accelerazione lieve ma costante – per quasi otto minuti: ciò che rimane, spogliato di ogni sovrastruttura, è un terrigno pizzicato folk d’altri tempi.

Lo avete letto ovunque, ma non è detto che sia vero. Non pretenderete mica che gente del genere molli il colpo così, sul più bello, dico bene?

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