V Video

R Recensione

7,5/10

Khruangbin

Mordechai

L’immediata riconoscibilità, come il potere, logora chi non ce l’ha: un precetto, questo, che vale soprattutto oggi, in tempi in cui utilizzare la parola trademark nel suo significato meno brandizzato equivale a bestemmiare in chiesa e alla cura di una forte identità stilistica si è lungamente anteposto un pretestuoso egalitarismo, spesso incapace di altro se non di piallare al ribasso ogni evidente scarto qualitativo. Poche le eccezioni. Tra esse, i texani Khruangbin, che per il “rock” (la solita non-categoria nella sua accezione più ampia) della seconda metà degli anni ’10 ricoprono una funzione simile a quella che ebbero i Black Keys un decennio fa o, stante il diverso settaggio degli amplificatori, i Pontiak del periodo 2010-2014: un gruppo-Gestalt in cui l’insieme di elementi noti e perfettamente codificati restituisce un’unità nuova, personale, a tratti genuinamente indefinibile, che di sicuro non equivale alla somma delle sue parti. “Mordechai”, ad un paio d’anni di distanza dalla consacrazione globale ottenuta con il convincente “Con Todo El Mundo” (poi riproposto, in versione dubbizzata, nell’“Hasta El Cielo” del 2019) e ad una manciata di mesi appena dall’interlocutorio EP in collaborazione con Leon Bridges (“Texas Sun”), è la non scontata conferma di uno dei migliori power trio della scena attuale.

Di sinestesie e trionfi d’umori la scrittura dei Khruangbin è tutto fuorché parca, ma è a metà della scaletta di “Mordechai” che si materializza il capolavoro, il singolo perfetto: “Pelota” è un metronomico e crepuscolare latin rock strafatto di cannabinoidi cumbia, dove i sinuosi fraseggi della chitarra di Mark Speer assomigliano ad una versione riverberata di un altro e ben più celebrato Marc, il Ribot dei Los Cubanos Postizos. Una cornucopia di rimandi globalisti (Cuba, Sud America, Medio Oriente…) indissolubilmente intrecciati fra loro e magnificamente resi dalle animazioni in 3D del video ufficiale, realizzato da una squadra di artisti coordinata da Hugo Rodríguez Rodríguez. È anche una vistosa eccezione al mood generale dell’opera che, se si volesse racchiudere icasticamente in un’immagine, assomiglierebbe piuttosto al tuffo senza corpi di David Hockney: un’immota, astratta giornata di sole totalizzante uscita da un episodio di The Twilight Zone (o del più recente Vivarium, tanto per stare in tema), incarnazione dell’Unheimlich in serie dell’iconografia capitalistica statunitense, familiarissimo eppure deantropizzato, inquietante, decadente, esistente nel suo solo tempo e quindi fuori da qualsiasi tempo. Di questo parla, essenzialmente, la doppietta d’apertura, con lo specchio ustore dub di “First Class” che si fa onirica cantilena tra indistinte macchie di riverbero chitarristico, schiocchi di idiofoni e lontani baluginii di vibrafoni, lasciando poi il proscenio allo sgargiante memento mori disco-funk di “Time (You And I)”, trascinante per quanto sottilmente e intimamente conturbante.

A dispetto delle apparentemente gioiose policromie della strumentazione (Donald “DJ” Johnson firma un’altra superba, inscalfibile prova dietro le pelli), sui brani di “Mordechai” aleggia un permanente senso di struggimento, di perdita, di noumenica Sehnsucht, in qualche luogo rafforzata da alcune peculiari scelte liriche (come quella del lento surf arabeggiante di “So We Won’t Forget”, dove si canta “Ooh / One to remember / Writing it down now / So we won’t forget / Ooh / Never enough paper / Never enough letters / So we won’t forget”) e in altri da inusuali declinazioni musicali (il fonosimbolico soul-lounge di “If There Is No Question”, la cui sezione centrale prende il volo su una malinconica improvvisazione chitarristica: lo strumentale conclusivo “Shida”, un saggio di turkish psichedelia mediato da una sezione ritmica dallo spessore di una produzione dub). Un’istantanea scattata in onore della caducità della vita, talvolta permeata di sensuale, sfatto erotismo à la Lilacs & Champagne (l’accondiscente exoticaConnaissais De Face”), più spesso messa a nudo in tutta la sua esistenziale malinconia (il reticolo di arpeggi in backwards sul ritmo in levare di “One To Remember”, vero e proprio preludio a “So We Won’t Forget”) o trasfigurata in un perenne negativo in controluce (la rumba hauntologica di “Father Bird, Mother Bird”). Ed ecco che la metamorfosi è completa: si comincia a ballare col sorriso sulle labbra, ci si abbandona da subito ad una soporosa e meditabonda inerzia.

Disco rock dell’anno? Qualcosa in più di una semplice suggestione.

V Voti

Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 2 voti.
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hiperwlt 7,5/10

C Commenti

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hiperwlt (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:23 del 22 luglio ha scritto:

Sottoscrivo ogni parola (come al solito, bravissimo Marco): un flusso ampio e ipnotico, in cui esotismi tropicali/dub e calore tex-mex trovano un equilibrio avvolgente e davvero appagante. Ps: gruppo-Gestalt: azzeccatissimo.