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R Recensione

6/10

The Dreamers

Ipos: Book Of Angels, Vol. 14

Non appena cerco di deviare leggermente la mia strada da quella di John Zorn, subito la coscienza morale mi dà dei leggeri colpettini e mi richiama al dovere. Che non è quello di ascoltare l’intera produzione Tzadik e trarne elogiative conclusioni, sia ben chiaro (non basterebbe questa vita e, probabilmente, nemmeno le successive reincarnazioni), ma semplicemente la voglia di risentire all’opera la fluida scrittura del sassofonista newyorchese, così come si avvertirebbe il bisogno, una tantum, di prendere in mano il telefono per sincerarsi delle condizioni di uno tra i propri migliori amici. Piccola verifica, se così vogliamo chiamarla, sulla tenuta, la lucidità e la compattezza del materiale propostoci da mastro Zorn (un esubero, in questo 2010: ben dodici dischi!), ultimamente stabilizzatosi – con una progressiva serie di leggere flessioni – in un’area limbica a sprazzi financo deludente, se non altro per le possibilità in nuce non pienamente espresse o, addirittura, sopperite da un certo qual gusto manieristico in grandi dosi tedioso.

Il ripescaggio del quattordicesimo capitolo del Book Of Angels, “Ipos”, s’impone così a sette mesi dalla sua uscita quando, in realtà, i completisti si saranno già stancati di discutere di “Baal”, quindicesimo angelo ribelle sensualmente incarnato dal Bill Goldberg Quintet, o “Haborym”, ritorno del Masada String Trio alla dimensione del canzoniere, cinque anni (ed innumerevoli album) dopo il capolavoro di “Azazel”. Perché concentrarsi, allora, su una serie di movimenti considerati già vecchi secondo i parametri zorniani, pronti ad essere soppiantati da decine di nuove reinterpretazioni? Chi segue, pure solo da lontano, l’immane produzione del Nostro, non avrà difficoltà a comprenderne i motivi. Capire quali musicisti si celano dietro agli strumenti, cosa ne verrà fuori, su che traiettorie getteranno il loro estro compositivo, di che mood saranno impregnate le ali di questo ennesimo messaggero antagonista è, infatti, questione di un battito di ciglia, dall’abbracciare le slide jewish blues dell’iniziale “Tirtael” sino a divertirsi con lo scatenato western mariachi di “Kutiel”, messe entrambe a ferro e a fuoco da un incontenibile Marc Ribot. Non v’è migliore welcome home, davvero.

Eppure John, a forza di scrivere dischi ed esercitarsi nei suoi inconfondibili andanti klezmer, dovrebbe essere ben conscio che anche la migliore delle abitazioni possibili può stancare. Quello che sorregge “Ipos” dall’inizio alla fine è, senza troppi giri di parole, la bravura plastica dei musicisti ed il gusto estetico con cui essi modellano il proprio stile alla cascata di scale in quinta composte dal loro direttore. Impossibile annoiarsi, d’altro canto, con le ennesime rivisitazioni melancho-jazz di un repertorio ormai davvero sconfinato e qualitativamente insuperabile (il tocco armonico di Jamie Saft in “Zavebe”, il vibrafono di Kenny Wollesen su “Hashul”, il calore conclusivo di una chitarra genuinamente hard rock a margine di “Zortek”), o con gli sporadici colpi ad effetto ancora diluiti frammezzo all’intera produzione (“Hagai”, monologo pianistico spennellato di colori nipponici). Ma la cosa si conclude qui. Niente che possa ricondurre ad un genio superiore o ad un elevato valore intrinseco: semplicemente – ed è brutto dirlo – questo Zorn è facilmente imitabile da moltissimi altri gazzettieri.

Easy listening, indubbiamente. Una formula che, ora come ora, comincia a far tentennare la nostra fiducia: “Ipos” non è sicuramente un brutto disco, lo avrete capito tutti (se non altro, gli otto minuti di “Qalbam” sono ben sciolti verso una lettura piuttosto dolce ed onirica), e piacerà da morire a chi non è avvezzo a queste sonorità. Lo zoccolo di ascoltatori più assidui, però, si accontenterà di tenerlo come delizioso sottofondo, e nulla più. Non è un delitto, ma mi piacerebbe poter avvertire nuovamente quel ruggito iconoclasta che animava l’azione zorniana sino a qualche anno fa…

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Emiliano alle 12:59 del 8 ottobre 2010 ha scritto:

Oramai anche lui è un simpatico signore di mezza età... inoltre il discorso inerente la perdita di furia iconoclasta non va riferito solo a Zorn, ma a buona parte della scena estrema americana. Comunque godibile, ma hai ragione Marco, i Naked city sono un'altra cosa.