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R Recensione

7/10

Kenny Wollesen / Jonathon Haffner / Dalius Naujo

Rasa Rasa

Il celebre linguista francese Antoine Meillet ebbe a dire, una volta, che chi volesse ricostruire alla base il perduto protoindoeuropeo (la grande lingua comune che, circa settemila anni prima della nascita di Cristo, si ritiene unificasse tutte le popolazioni stanziate dal bacino del Mediterraneo all’Europa continentale, dalle steppe siberiane all’India) dovrebbe fermarsi ad ascoltare la parlata di un contadino lituano. L’affermazione acquista di senso se, a partire da minimi rudimenti di linguistica, consideriamo che lituano e lettone (assieme ad una grande varietà di dialetti e ad un considerevole numero di parlate oggi estinte) sono le rappresentanti di punta del gruppo baltico, un sottoinsieme della famiglia indoeuropea la cui struttura distintiva presenta tratti che – per lo storico isolamento geopolitico di tali popolazioni e per la povertà di attestazioni scritte – vengono ritenuti particolarmente arcaici dagli esperti del settore. Laddove, tuttavia, il lessico lettone si è evoluto, nel corso degli anni, soprattutto in direzione germanica, il lituano ha preservato molte delle proprie particolarità, caratterizzandosi per una certa qual recalcitranza nell’assorbire prestiti stranieri. Il risultato è una lingua microcosmica, chiusa in sé stessa, culturalmente impermeabile, affascinante nella sua unicità, nella sua musicalità (come il cinese mandarino ed il serbo-croato, presenta anch’essa marcature tonali), nella sua capacità di creare e dar vita ad una ricchissima ed antichissima letteratura orale: all’orecchio dell’inesperto, una strana miscela – per chi ha un po’ di dimestichezza a tal proposito – tra il ramo orientale delle lingue slave (russo, ucraino), le lingue altaiche (turco in primis, ma anche armeno) e quelle ugro-finniche (specialmente l’ungherese).

L’introduzione serva per l’esposizione del trucco. A chi poteva mai venire fuori l’idea, del tutto balzana, di riarrangiare l’antica musica polifonica lituana (!), con partiture per una moderna orchestra dotata di nuovi strumenti usciti fuori da laboratori sperimentali (!!), alternando frammenti corali con gli allucinati versi del poeta napoletano ed artista visuale Giuseppe Zevola (!!!), gracchiati dall’ipsissimus (!!!!)? Fossero vivi Frank Zappa o Captain Beefheart avremmo subitamente pensato a loro. Non si farebbe comunque peccato, giacché la loro presenza, perlomeno spirituale, aleggia senz’altro sull’allucinato progetto di “Rasa Rasa”, composto a nome di Kenny Wollesen (vibrafonista di fiducia di mastro John Zorn, occasionalmente batterista, deus ex machina dei sopraccitati Wollesonic Laboratories), Jonathon Haffner (giovane sassofonista sino-americano e stretto sodale di Wollesen negli Himalayas) e dal batterista Dalius Naujo, ma comprendente in verità un numero ben più ampio di musicisti, tra cui sette cantanti lituane (Agota e Dorotė Zdanavičiūtė, Lina Saveikytė, Živilė Rimšaitė, Milda Laužikaitė, Kristė Krupovisovaitė e Lana Is) qui chiamate al sobrio contrappunto di un coloratissimo universo sonoro.

World music? Free jazz? Avanguardia? Dada rock? Sfido chiunque a trovare, man mano che si procede con l’ascolto, dei metri di paragone che possano essere validi per un qualsiasi fruitore occidentale mediamente colto. Inutile pescare dalle parti di Peter Gabriel, del De André di “Crêuza De Mä”, di Luigi Nono, della new age, di Arto Tunçboyacıyan, del tutto insensato riesumare la musica sacra contemporanea di Arvo Pärt o, addirittura, citare a casaccio esempi di più appetibile impatto per la nostra pur eurocentrica cultura, come i caroselli gitani del Goran Bregović post-Bijelo Dugme o il tocco di Ryūichi Sakamoto. Ci si potrebbe aggrappare, con le unghie e con i denti, a quanto di nuovo viene scritto per magnificare il repertorio polifonico. Ad esempio, alle trombe di Michael Irwin e Sean Francis Conway che, con precisione millimetrica, introducono l’irrompere ed il defilarsi dell’intera orchestra, in un magmatico andamento cripto-canterburiano che non frena nemmeno per un istante l’ipnotico intrecciarsi del coro femminile (“Einu” è uno dei pezzi dell’anno). Al nu jazz in levare che, in “Kadu Buva”, ricrea la perfetta illusione di una nuova, artistica forma pop. Al magnifico a capella (forti reminescenze delle strategie adottate per la colonna sonora zorniana di “The Last Supper”, 2008) di “Liepa”, con Zevola lasciato libero di delirare (esempio random: “sì / la trementina/ volatilizzandosi velocemente / diventa / acqua di sangue”). Al delicato accompagnamento minimal-ambient di “I Love My Friends”, che fa il paio con le percussioni metalliche di “I Love My Mom”. Alla spigliata marcia swing (ma con un certo qual gusto ayleriano) di “Ti Ti Ti”. Alla sbilenca Mary Halvorson che sembra mettere becco nella ritmatissima “Uosile”, scombinando del tutto le carte in tavola. Al girotondo di “Augo Putins”, una cantilena vicina ai nostri sonetti propiziatori.

In verità, per un disco come “Rasa Rasa”, primo gradino di un progetto che ci si auspica avere presto un qualche seguito, non esistono validi paragoni, così come non esistono corrette valutazioni. Prevale l’estasi contemplativa di chi sa di aver assistito a qualcosa di veramente diverso (gli aspiranti studiosi, come il sottoscritto, gioiranno anche per la scelta linguistica, rischiosa ma fortunatissima), a qualcosa che non si esaurisce affatto nell’atto dell’ascolto. Voto indicativo.

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