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R Recensione

7/10

Servillo Girotto Mangalavite

Parientes

Soffia una leggera brezza Avion Travel su questa seconda produzione del Trio Servillo, Girotto, Mangalavite, sei anni dopo l’esordio con il concept  calcistico “Futbol”, e non è solo per la presenza del cantante del gruppo casertano, o per la ripresa di due classici della Piccola Orchestra, “Figlio d’arte”, in felice variante sudamericana e “La famiglia”,  entrambi pescati dal glorioso “Opplà”, anno 1993.

I richiami derivano  anche dal tono  generale del lavoro che, nell’affrontare, sotto il titolo emblematico di “Parientes”, l’attualissimo tema di valori e culture dei popoli migranti, attinge suggestioni dal senso di leggerezza, dalla narrativa ricca di ironia e malinconia insieme, che abitava dischi ed esibizioni della formazione di Servillo. Ciò che cambia sensibilmente è il contesto musicale: al posto del quintetto amante della “buona creanza”, in grado di dare vita a ricche orchestrazioni, qui c’è un essenziale trio basato sul magnetico recitar cantando di Peppe Servillo, gli elaborati arrangiamenti  di fiati e pianoforte e la voce solista forte, emotiva, spesso tesa fino al parossismo, dei sassofoni di Javier Girotto. Nessun rimpianto comunque, l’esperienza Avion Travel ha brillato finchè è durata, per poi esplodere in tanti nuclei diversi, ciascuno con propria personalità, ed in questo caso è agevole individuare lungo quali percorsi si siano  incontrati  i tre protagonisti.

Tanghi, milonghe  e cumbe animano il cuore del disco, ricco di storie e personaggi, emozioni, scampoli di vita quotidiana, ricordi e sentimenti: c’è il rimpianto del protagonista di  “Milonga sentimental”, che sembra presa da una soffitta astigiana di Paolo Conte, le memorie affettive  di “Cafetin de Buenos Aires”, i legami parentali dei “Parientes”, (si vede dal naso che siamo parenti, gli stessi sorrisi, gli stessi commenti), la cultura culinaria espressa nelle rime, enfatiche e pesanti come certi sughi del sud, di “Come si usa col ragù”, il rancore di “Chiquilin de bachin, l’ ”epoca fetente” di “Cambalache”. Nel recitato “Reyes Mago”ed in “Y todo comenzò”, l’Argentina, di Girotto e Mangalavite  fa capolino in modo diretto anche tramite l’uso della lingua madre, mentre a  “La calesita” e “La nona” è  affidato  il compito di  creare un immaginario  di emozioni tramite i soli sassofoni e  piano, ed il risultato è quasi una piccola colonna sonora per un viaggio dal ritorno incerto.   

Alla fine , dopo “Kunikarani”,  episodio meno melodico, tutto sviluppato sugli spigoli di un dialogo  fra voce e sassofono soprano, sta forse la parte migliore di “Parientes” : “Canta Nenè”, un gioiellino  basato sul  refrain ritmico del sax baritono con una irresistibile sezione corale, e "Terra che canta non mente”, inno al ritorno a casa, all’appartenenza, giocato su un tema ripetuto dagli strumenti e quindi affidato alle voci.

Con grazia e leggerezza, come si usa da artisti che sanno parlare al cuore di chi ascolta.

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