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zagor
MessaggioInviato: Lun Feb 03, 2020 5:10 pm  Rispondi citando
Music Guru


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riascoltato ieri in onore del compianto Andy Gill

ovviamente la bibbia di tutto il suono p-funk, con quelle geometrie chitarristiche che hanno fatto scuola.
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Cas
MessaggioInviato: Lun Feb 03, 2020 9:39 pm  Rispondi citando
Music God


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zagor ha scritto:


riascoltato ieri in onore del compianto Andy Gill

ovviamente la bibbia di tutto il suono p-funk, con quelle geometrie chitarristiche che hanno fatto scuola.


Uno spettacolo. Omaggio doveroso.

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FrancescoB
MessaggioInviato: Mar Feb 04, 2020 10:02 am  Rispondi citando
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Disco che apre la strada a un milione di epigoni, soprattutto di area new-new-wave.

Però qui esiste una tensione di fondo anche intellettuale che mancherà quasi completamente negli epigoni, molto più fedeli alla teoria della "musica per la musica", che utilizza forme e stili in ottica ludica.

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zagor
MessaggioInviato: Mar Feb 04, 2020 1:46 pm  Rispondi citando
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si', credo che solo i Minutemen abbiano mantenuto quella tensione di impegno sociale( (con la loro visione della San Pedro operaia) tra i loro eredi.

la maggior parte degli epigoni si sono limitati a ricalcare o ampliare la loro lezione ( i primi che mi vengono in mente sono i Red Hot Chili Peppers, Flea sicuramente si è ispirato a Dave Allen)
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FrancescoB
MessaggioInviato: Mer Feb 05, 2020 8:37 am  Rispondi citando
Music God


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I Minutemen aggiungeranno anche il cuore agli spigoli della pur meravigliosa Gang, saranno forse meno ortodossi in termini di visione politica ma appunto più accorati e pre me toccanti.

Poi si parla sempre di giganti, quando penso ai Minutemen ho i brividi. Da una vita cerco di recuperare il documentario "We Jam Econo" sottotitolato, forse sul tubo si trova qualcosa? Tu l'hai visto, Zagor?

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Marco_Biasio
MessaggioInviato: Gio Feb 06, 2020 10:14 am  Rispondi citando
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Il documentario lo trovi tutto qui:

https://www.youtube.com/watch?v=HmKGusadv08

Non credo siano disponibili i sottotitoli, ma non è difficile da capire.

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FrancescoB
MessaggioInviato: Gio Feb 06, 2020 2:20 pm  Rispondi citando
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Grazie Marco, l'ho poi trovato anche sottotitolato in inglese e me la sono cavata, con l'inglese orale non sempre me la cavo bene.
Grazie ancora.

In ogni caso, documentario della madonna, in cui sfilano personaggi mitici e si respira aria di rock alternativo al tempo stesso oltraggioso, sperimentale, fai da te e distante anni luce dallo star system a dai suoi valori. Tanta roba per davvero, in termini anche di etica dell'arte e del lavoro quello per me rimane il punto più alto della musica rock; la sfavillante cometa dei '60 in termini qualitativi e rivoluzionari rimane credo ineguagliabile, ma fu presto contaminata da mille fattori di cui oggi siamo più consapevoli.

Il mondo dei Watt, Boon e MacKaye è invece sempre rimasto defilato e ha concentrato tutta l'attenzione sulla proposta musicale e sui suoi risvolti anche sociali e politici in senso lato.

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Giorgio_Gennari
MessaggioInviato: Sab Feb 08, 2020 3:48 pm  Rispondi citando
Utente Master


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Ciao, negli ultimi mesi mi sto interessando alla scena jazz dei 50, e in tal senso le opere che ritengo più grandi, che più mi hanno colpito, sono (in ordine cronologico):

• *Pithecanthropus Erectus*, Charles Mingus; per l'innovatività, soprattutto della prima, colossale, traccia;
• *New York, N.Y.*, George Russell; non se lo fila mai nessuno, ma per me è incredibile. Il narratore introduce deliziosamente ogni brano;
• *Kind of Blue*, Miles Davis; per la superba eleganza formale raggiunta;
• *Mingus Ah Um*, Charles Mingus; per lo straordinario eclettismo - mi sembra ancora più grande di "P. Erectus", o sbaglio?;
• *The Shape of Jazz to Come*, Ornette Coleman; con tutto il rispetto per "Kind of Blue", questo credo non sia affatto da meno, e poi lo trovo anche assolutamente accessibile.

Rivolto a chi su questo sito "ne sa a pacchi" sul jazz, chiederei se i 50s hanno prodotto altri album a queste altezze e se potesse segnalarmeli (magari dicendo in breve un "perché"). Grazie mille in anticipo
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Wonderful
MessaggioInviato: Sab Feb 08, 2020 11:21 pm  Rispondi citando
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Ciao a tutti, vorrei segnalare a Marco Biasio questi album del 2020.

Nada Surf - Never Not Together

Stone Temple Pilots - Perdida

Yorkston/Thorne/Khan - Navarasa: Nine Emotions

Jorja Chalmers - Human Again

Cheerleader - Almost Forever

Sam Chown/Shmu - Pure Bliss

Drive-By Truckers - The Unraveling

Dan Deacon - Mystic Familiar

Smoke Fairies - Darkness Brings the Wonders Home

Walter Martin - The World at Night

Dagli un'orecchiata Marco!
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FrancescoB
MessaggioInviato: Dom Feb 09, 2020 9:05 am  Rispondi citando
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Ciao Giorgio,
i dischi che menzioni sono straordinari, vere e proprie pietre miliari che segnano un prima e un dopo nella storia del jazz, ne ho recensiti alcuni per storia e se hai voglia leggiti qualcosa per un po' di dettagli in più.

Il decennio ha regalato un'infinità di opere jazz notevoli (si parla dell'epoca d'oro dell'hard bop, dei primi presagi di free jazz, del trionfo del cool e del jazz modale).

George Russell è un gigante, forse il vero teorizzatore del jazz modale e in larga misura capace anche di immaginare il free jazz, ancorché la sua traduzione pratica fosse molto rigorosa, ragionata, rispetto a quelle che saranno da un lato di Evans e Davis e dall'altro di Coleman.

Un po' di dischi che reputo molto significativi:

Erroll Garner - Concert by the sea: gemma della carriera del pianista, mainstream jazz sofisticato.

Stan Kenton: Cuba Fire! Basta la definizione, Afro-cuban Big Band, disco ancora oggi originale e stupefacente.

Thelonious Monk: Brilliant Corners, che se non è il disco jazz più grande mai pubblicato, ci manca poco. Spigoloso, astratto e al tempo stesso divertente come poteva riuscire solo a Monk.

Billie Holiday: Lady in Satin, dopo il primo ascolto sono corso a controllare il cd e mi ha stupito trovarlo lindo, non gonfio di lacrime. Boh, io non piango mai, ma con Billie piango.

Chet Baker: It Could Happen to You, romanticismo cool all'ennesima potenza, anche la sua voce mi fa a pezzi il cuore e ti assicuro che non si tratta di retorica, un non-cantante geniale.

Jimmy Giuffre: Western Suite, ovvero un jazz astratto e difficile da catalogare che avvicina la musica country e western, Giuffre talento assoluto da sempre sottovalutato.

Ci sono poi tantissimi classici: Time Out del Dave Brubeck Quartet (recensito su storia nel 2011), il celeberrimo Kind of Blue (idem), Everybody Digs Bill Evans (Nick Drake che diventa un virtuoso del piano jazz, Evans è serio candidato alla corona di artista cruciale della mia esistenza), un paio di opere di Nina Simone, Art Blakey, Sonny Rollins, Sonny Clark, Sun Ra, Giant Steps di John Coltrane, e ne dimentico un centinaio buono, ma direi che è un buon inizio.

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Giorgio_Gennari
MessaggioInviato: Dom Feb 09, 2020 9:21 am  Rispondi citando
Utente Master


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Grazie DIECImila Francesco. Pian piano me li gusto tutti e tra un po' di giorni comunicherò le mie impressioni.
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FrancescoB
MessaggioInviato: Dom Feb 09, 2020 3:40 pm  Rispondi citando
Music God


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https://www.youtube.com/watch?v=wPAcPok5DVY&list=PL0q2VleZJVEllCDWHYk_jEJJgARgvlmGA&index=8&t=0s

A proposito di Bill Evans, qui senti il suo rigoroso controllo della dinamica (da pianista classico in orbita Debussy) che tuttavia non tarpa le ali alla maggiore libertà espressiva e formale del jazz (che lui utilizza, ad esempio, togliendo la tonica dalla mano sinistra per liberare l'armonia), di fatto è tra i pochissimi musicisti capaci di mettere d'accordo entrambi gli schieramenti.

Idem qui, l'ultimo brano della sua carriera (intitolato in modo significativo "Suicide is painless" e ispirato a MASH di Robert Altman) è un capolavoro di lirismo che ha davvero pochi eguali, e rivela la sua capacità di rielaborare all'infinito un semplice tema, cavandone ogni possibile sfumatura e umore. Purtroppo la sua fu una vita tragica, segnata dai problemi con l'alcol del padre, dal suicidio del fratello e della moglie, dalla prematura morte del collega e amico fraterno Scott La Faro (contrabbassista assurdo), da una lunga tossicodipendenza. Ho parlato con una persona che l'ha conosciuto a Milano e me l'ha descritto come musicista estremamente umile, di una profondità sconcertante, mi ha detto qualcosa come "troppo sensibile per vivere a lungo". Io poi ho con lui un legame personale perché "Alone" è l'ultimo album che ho ascoltato con mia madre poche ore prima che se ne andasse.

https://www.youtube.com/watch?v=nqsUl08Qmz4

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Giorgio_Gennari
MessaggioInviato: Mer Feb 12, 2020 9:09 pm  Rispondi citando
Utente Master


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Dunque, dopo aver recuperato altro materiale, mi sento di aggiungere al mio "rosario"

• *Fontessa*, Modern Jazz Quartet; ok, "Django" è notevole e forse ancor più "pietra miliare", però qui raggiungono, non so... un intimismo che ha il sapore dell'eternità. Credo sia davvero un lavoro imperdibile (certo che con qualche cover in meno e qualche composizione originale in più sarebbe ancora più brillante, ma direi che è un po' cercare il pelo nell'uovo visto che Fontessa è tutta di Lewis);

• *Brilliant Corners*, Thelonious Monk; l'ho appena comprato. Avevi SUPER ragione, album immenso anche se ho impiegato molto tempo per assorbirlo a dovere (lo conoscevo da un pezzo) ne è sicuramente valsa la pena. Senza remore: stupefacente.

• *Freedom Suite*, Sonny Rollins; il mio rapporto con Rollins è stato più o meno così: prima, sassofonista bruttino da sentire; col passare del tempo: artista nei momenti migliori assolutamente fantastico. Questo è forse il suo lavoro definitivo, anche se "Saxophone Colossus" è anch'esso imperdibile (Polillo qui insegna bene) ma qui è come se la sua arte "trascendesse". Inoltre contiene il primo (GRANDE) brano jazz che si invischia in vicende politiche. Trovo quindi più che opportuno collocarlo fra le imprescindibili pietre miliari dei '50.

Gli altri artisti che mi hai elencato sono ovviamente rispettabilissimi, ma non credo che alcun loro album (almeno nei '50) sia degno di essere posto accanto agli otto che ho elencato. Anche per il  "Giant Steps" di Coltrane, per me almeno per ora è Rollins il grande artista del sassofono dei 50 (nei 60 le cose magari saranno BEN diverse, ma è un'altro discorso).

Il personaggio che mi incuriosisce maggiormente è tuttavia... Stan Kenton. C'è chi trova ottimi "Innovations in...", chi "City of Glass", chi appunto "Cuban Fire", ma... quanto questi album sono effettivamente "suoi"? Quanto è stato fondamentale questo personaggio? Qualcuno di questi album è davvero degno di stare accanto agli altri (mi rendo conto che è molto "nazi" il discorso, ma è per avere un'idea)
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zagor
MessaggioInviato: Gio Feb 13, 2020 7:06 pm  Rispondi citando
Music Guru


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50 anni di headbanging e pipistrelli, grazie ragazzi

https://www.youtube.com/watch?v=0lVdMbUx1_k
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theRaven
MessaggioInviato: Ven Feb 14, 2020 4:41 pm  Rispondi citando
Utente Junior


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Giorgio_Gennari ha scritto:
Ciao, negli ultimi mesi mi sto interessando alla scena jazz dei 50, e in tal senso le opere che ritengo più grandi, che più mi hanno colpito, sono (in ordine cronologico):

• *Pithecanthropus Erectus*, Charles Mingus; per l'innovatività, soprattutto della prima, colossale, traccia;
• *New York, N.Y.*, George Russell; non se lo fila mai nessuno, ma per me è incredibile. Il narratore introduce deliziosamente ogni brano;
• *Kind of Blue*, Miles Davis; per la superba eleganza formale raggiunta;
• *Mingus Ah Um*, Charles Mingus; per lo straordinario eclettismo - mi sembra ancora più grande di "P. Erectus", o sbaglio?;
• *The Shape of Jazz to Come*, Ornette Coleman; con tutto il rispetto per "Kind of Blue", questo credo non sia affatto da meno, e poi lo trovo anche assolutamente accessibile.

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Wow! Ti trovi in quella bella fase della ricerca/scoperta/meraviglia, un cincinino ti invidio.
Sto provando a fare qualcosa di simile (non nello stesso genere) con robe 80/90, ma le soddisfazioni sono infinitamente inferiori Sad
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