R Recensione

7/10

Berserk

Berserk

Se la filosofia della RareNoise è basata sull’idea di incrocio e contaminazione fra culture e suoni diversi, allora Berserk, progetto ideato dal bassista Lorenzo Feliciati e dal cantante e sperimentatore Lorenzo Esposito Fornasari (LEF)  potrebbe esserne un ideale manifesto.

Dietro il nome,  ispirato ad un aggettivo dai mille significati, rivolti comunque a rappresentare la libertà nella  follia ,  si cela un puzzle imprevedibile e stordente di tessere sonore  originate da  influenze, generi e voci musicali diverse, che è divertente cercare di ricomporre .

Si inizia , in “ Macabre dance”, da un bel giro di basso “circolare”che ricorda i  Japan:  la voce di Fornasari è però all’opposto rispetto a quella di   David Sylvian, cavernosa e profonda come ci si aspetterebbe da un gruppo goth metal,  e la musica  si sviluppa fra momenti di satura elettricità e parti corali .

Fetal claustrophobia “ sono i Pink Floyd con Gianluca Petrella al trombone, una delle anime jazz del progetto, che in questo caso contribuisce a creare, insieme all’uso ripetuto e corale delle voci, il clima surreale memore di certi episodi del gruppo rock inglese.

Ritmo trip hop e aberrazioni vocali introducono invece  “Not dead”, ed il confine tende a spostarsi verso zone più inquietanti fino all’assolo liberatorio di Petrella, mentre “Clairvoyance” ricorda le architetture sonore austere ed impenetrabili di certi King Crimson, una delle ricorrenti influenze di Fornasari,  e gruppo di provenienza del batterista Pat Mastellotto. Accanto ai nomi citati, in formazione figurano anche il sassofonista Sandro Satta, i batteristi   Cristiano Calcagnile e  Simone Cavina, i pianisti Fabrizio Puglisi e Jamie Saft ed il chitarrista norvegese Eivind Aarset, vera terza “anima” del progetto.

Si potrebbe continuare così, elencando frammenti ed influenze reali o percepite ( e nella lista potrebbero finire il jazz, il progressive e  l’avanguardia ), ma va detto che il carattere eclettico e “forte”  del lavoro non va a scapito dell’omogeneità e del fascino complessivo.

Riconoscibile ed apprezzabile da parte di chiunque sia abbastanza pazzo e libero.

Berserk, appunto.

V Voti

Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 3 voti.
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VDGG 8/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 7,5 questo disco) alle 17:12 del 13 maggio 2013 ha scritto:

Difficile definire un disco del genere, che va in mille direzioni diverse senza al contempo smarrire la propria identità di fondo: dark-jazz? impro-jazz? prog-jazz? Tutto assieme. Alcune cose sono davvero speciali, come il trip-hop anestetizzato e maligno di "Macabre Dance" o le svisate di "Clairvoyance": meno bene quando i toni si fanno più roboanti e l'ascolto diventa più forzato, come nell'ultima "Dream Made Of Water". Una line up del genere non poteva tirare fuori qualcosa di brutto, comunque. Davvero sugli scudi Gianluca Petrella (Fetal Claustrophobia ha un piglio tribale e da oltretomba che mi ricorda quasi gli Yakuza), Pat Mastellotto (ogni volta che entra su Wait Until Dark risento i Crimson di Level Five, provare per credere...) e Jamie Saft. Bravo tu a segnalare, Andrea...

skyreader (ha votato 8 questo disco) alle 10:55 del 31 agosto 2013 ha scritto:

Assolutamente SPLENDIDO il disco dei Berserk! A tratti mi sembrano una versione sperimentale degli A Perfect Circle innestati agli Ulver (la voce sembra proprio quella di Kristoffer Rygg), in contesto industrial-jazz. Fetal Claustrophobia (che titolo! che pezzo!), Latent Prints, Clairvoyance, Macabre Dance e First sono dei brani pazzeschi! Feliciati (uno dei più grandi bassisti in circolazione in Italia ...e non solo) avrebbe meritato di militare negli ultimi KC o anche in una futura (ma ormai improbabile) incarnazione della band di Fripp. Simone Cavina dei Junkfood (altra interessantissima band recensita su SdM) ha suonato su due pezzi dei Berserk! e sia lui che Paolo Raineri (sempre dei Junkfood) hanno partecipato ai concerti dei Berserk! Post-industrial? Industrial-jazz? Avant-jazz) Post-Miles? Anch'io Marco ho cercato di collocare nella mia testa, senza riuscirci, questo magma creativa. Quello che so di certo è che è uno dei più bei dischi usciti finora quest'anno... Peccato che in questa recensione non sia stato inserito almeno un estratto Youtube. Pertanto, tié, beccatevi Fetal Claustrophobia dal vivo a Genova:

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 14:47 del 31 agosto 2013 ha scritto:

Sbaglio o Fabrizio Puglisi faceva parte dei giganteschi Deus Ex Machina?...

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 14:44 del 11 settembre 2013 ha scritto:

Uno degli album più interessanti del 2013 ma anche di questi ultimi anni.

C’è qualcosa di ancestrale e sinistramente ipnotico in questo lavoro, di difficile classificazione e che si sviluppa seguendo trame di Free Jazz, Jazz avanguardistico, Fusion, visioni mutuate dal rock progressivo d’opposizione o da una certa psichedelia di stampo floydiano, memorie di Brian Eno e del Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, attimi di agghiacciante malinconia, spiazzanti momenti vicini al Trip Hop.

Ottimo il lavoro del sempre più eclettico trombonista barese Gianluca Petrella, che non fa sentire la mancanza di una chitarra solista, e l'apporto (anche se limitato) del pianista Fabrizio Puglisi che ricordo con i grandissimi Deus Ex Machina (la domanda era ovviamente retorica)...

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 15:02 del 17 ottobre 2013 ha scritto:

Per chi fosse interessato ed avesse la possibilità, venerdì 18 ottobre 2013 ore 21.00 al Cinema Lux di Padova,

il M° Fabrizio Puglisi, pianoforte in duo con Günter Baby Sommer, batteria e percussioni.

Marco_Biasio (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:07 del 17 ottobre 2013 ha scritto:

Oh yes. Grazie mille.

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 14:42 del 23 dicembre 2013 ha scritto:

Sempre della RNR consiglierei (ma in territorio più vicino all'ambient) "Winter Garden" di Robin Guthrie, Eraldo Bernocchi, Harold Budd del 2011.

In territorio in qualche modo "simile" si muove invece il 4et del pianista pugliese (figlio d'arte) Livio Minafra in "Surprise" del 2011.

L'imperversare funambolico dei sax di Gaetano Partipilo, le acidità e le distorsioni della chitarra elettrica di Domenico Caliri, il vorticoso sostegno ritmico di Maurizio Lampugnani, con l'energico e percussivo pianismo di Minafra, compongono un quartetto di notevole coinvolgimento emotivo.

Momenti irrefrenabili alternati ad altri colmi di struggente liricità, in una varietà di suoni e atmosfere; un avvicendarsi di

improvvisazioni jazz o derivazioni etniche con continui cambi ritmici di chiara ispirazione progressive rock.