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8/10

Velvet Underground

The Velvet Underground

Dopo aver provato come si potessero sfidare le convenzioni tematiche e musicali del rock degli anni sessanta nei due predecessori (“The Velvet Underground and Nico” e “White Light/White Heat”), con questo terzo lavoro i Velvet Underground, sul piano musicale, virano in un terreno più calmo e rilassato.

Infatti, con la perdita di Jonh Cale, allontanato da Reed, non solo viene a mancare il co-fondatore ma anche il musicista più avaguardista dei quattro. Così nell’autunno del 1968, per mezzo del manager Steve Sensnick, Lou fece entrare nel gruppo Doug Yule, un giovane bassista cresciuto a Long Island. Sebbene Sterling Morrison e Maureen Tucker erano preoccupati che il nuovo ingresso potesse turbare i delicati equilibri della band (i due erano stati decisamente contrari alla decisione di Lou di liberarsi di Cale), Yule si rivelò un’aggiunta interessante alla band perché era un musicista più che dignitoso e aveva delle ottime qualità vocali.

Il primo frutto della “nuova” band di Lou fu, appunto, il terzo album dei Velvet Undergroud che porta il titolo omonimo e fu registrato in novembre nei TT&G Studios di Los Angeles.

Il secondo evento determinante per capire l’evoluzione di questo album si verificò proprio a Los Angeles e consistette in un accadimento causale, ossia il fatto che appena prima di entrare in studio di registrazione, mentre si trovavano all’aeroporto, i Velvet subirono il furto di tutti gli effetti elettronici, riposti nelle loro custodie protettive, restando soltanto con gli amplificatori e le chitarre, senza distorsori, compressori e pedali vari (anche per questo le sonorità del disco risultano semplici e accoglienti).

Infine, accadde un qualcosa che avrebbe influenzato tutta il resto della carriera di Lou Reed e gettato il seme per lo scioglimento della band che si sarebbe verificato di lì a poco. Reed, dopo la registrazione e il missaggio dell’album, tornò da solo in studio di registrazione e rifece il missaggio per mettere in evidenza la propria voce e la propria chitarra, distruggendo tutto il duro lavoro che gli altri componenti della band avevano compiuto per tirare fuori il meglio dalle sue composizioni (esistono due versioni diverse del disco: la Val Valentin della MGM e quella realizzata da Reed, nota con il nome di “the closet mix” perché secondo un notevolmente perplesso Morrison i brani sembravano registrati in un ripostiglio).

Nonostante questa serie infinita di inconvenienti, The Velvet Underground risulta un bel album che offre alcune ottime composizioni del cantautore newyorkese: “Candy Says” (dedicata al travestito Candy Darling, che sarebbe poi comparso in uno dei successivi hit di Reed, “Walk On The Wild Side”), la psichedelica “What Goes On”, il torbido blues di “Some Kinda Love”, la delicata e romantica “Pale Blue Eyes” (novità assoluta per i Velvet), in cui si indagano le fragilità, i rimpianti, le speranze, di un amore ormai consumato e irripetibile. Canzoni forbite, venate di intimismo e di struggente malinconia, anche se prive ormai della linfa primordiale dei dischi precedenti.

Le canzoni sono tutte incentrate sull’argomento su cui Lou era più confuso in quel periodo, e cioè l’amore. Confusione che si manifestò nella sua evidente bisessualità. In particolare, durante questo periodo e anche oltre, Reed ebbe una storia con due delle persone che avrebbero contato di più nella sua vita e la cui personalità pervade l’intero album: il manager della Factory Billy Name (autore delle foto delle copertine) e la sua ex fidanzata di Syracuse Universaty, Shelley Albin.

L'album elenca tutti i tipi d’amore, dall’adulterio all’amore religioso, passando per quello omosessuale. Si incomincia con “Candy Says”, una ballata malinconica dalle chitarre piangenti cantata e interpretata meravigliosamente da Yule, in cui Lou raccoglie le confidenze del travestito Candy Darling (“Candy dice sono arrivata ad odiare il mio corpo e tutto ciò cui ha bisogno in questo mondo... Candy dice vorrei capire con precisione quello di cui gli altri discutono con tanta discrezione”). Si tratta ancora una volta di uno sguardo sul dramma interiore dei transessuali che soffrono la condizione di essere delle donne imprigionate in dei corpi maschili. Tuttavia, sia la musica che la lirica si fanno più dolci e compassionevoli rispetto alla cruenta sala operatoria di “Lady Godiva's Operation” (“Guarderò gli uccelli blu (tristi) che volano sopra le mie spalle... voglio guardarli mentre mi passano sopra... forse quando sarò più vecchia... cosa credi che vedrei se potessi allontanarmi da me?”).

Con “What Goes On” si cambia e i Velvet ritornano ad accellerare a ritmo di rock psichedelico accompangando la confusione di Reed (“Cosa succede qui nella tua mente? Penso di stare cadendo... che succede qui nella tua mente? Mi sembra di stare a testa in giù”). Ricompare l'organo, ma quello di Yule non è quello di Cale in “Sister Ray”.

Some Kind Love” è un classico della band e si tratta di un blues seduttivo e accattivante, in cui Lou enuncia il tema fondamentale dell'album, secondo cui tutti i tipi di amore sono uguali basta che siano amore (“In certi tipi di amore... Marguerita ha detto a Tom... tra pensiero ed espressione ci sta una vita... certe situazioni accadono a causa del tempo e non ci sono amori migliori di altri”).

L'altro classico dell'album è “Pale Blu Eyes” (oggetto di numerose cover tra cui spicca quella di Patty Smith nel Live di Stoccolma del 1976). Lou si mostra romantico come prima aveva fatto solo in I'll Be Your Mirror” (anche questa, contrariamente a quanto comunemente si pensa, ispirata dalla Albin e non da Nico), ma qui risulta più nostalgico e appassionato. La canzone è una stupenda ballata acustica, semplice e struggente. La musica si disperde dolce nella scia di nostalgia che lasciano gli occhi azzurro pallido di Shelley (Linger On è un termine utilizzato per sottolineare l'odorare le scie dei profumi che rimangono nell'aria). Questa canzone è dominata da Lou, dalla sua voce commossa nel rimpianto per la perdita del suo amore più grande (“Pensavo a te come la cima della mia montagna, pensavo a te come la mia vetta, pensavo a te come tutto quello che ho avuto ma non sono riuscito a tenermi... che ho avuto ma non sono riuscito a tenermi... non dimenticando i tuoi occhi azzurro pallido”). Una canzone che cambia così radicalmente sia il suono che il messaggio dei Velvet, tanto che Sterling Morrison, si rivolse a Reed dicendogli: “se io avessi scritto una canzone del genere, non ti permetterei di suonarla”. Ma per fortuna è stata suonata e si tratta di un capolavoro.

La perdita di Shelley ci consegna un Reed stremato e desolato che addirittura non esita a chiedere aiuto a “Jesus”, una preghiera accompagnata da dolci arpeggi e dalle doppie voci che si fondono insieme quasi cantassero un inno (“Gesù aiutami a trovare il posto giusto per me... aiutami nella mia debolezza perchè sono caduto fuori dalla grazia”).

Con “Beginning To See the Light”, il protagonista del disco (che ovviamente è Lou ma che purtroppo o per fortuna potremmo essere ognuno di noi), capendo che percorrere la stessa strada con qualcuno è particolarmente triste, incomincia ad aprire una nuova finestra sul mondo che lo circonda e si rialza ("Comincio a vedere la luce... voglio dirvelo, uoooh... ora comincio a vedere la luce... ecco una cosa più dolce... ho usato le mie mani come denti per arruffare i capelli della notte... ed ora incomincio a vedere la luce”). Ritorna un rock veloce e grintoso come la stessa voce di Reed, quasi isterica nel godimento del sentire la sofferenza che incomincia ad essere alle spalle.

Sofferenza che diviene completamente alle spalle in “I'm Set Free” (“Sono stato liberato, sono stato liberato...sono stato lberato per trovare nuove illusioni”). La musica si fa piena in un crescendo continuo di voci (è cantata da Yule con doppia voce di Reed) e suoni, con una grande batteria di Maureen Tucker e un prezioso assolo di Morrison

Alla fine Reed, memore degli insegnamenti poetici e letterari di Raymond Chandler e del suo mentore Delmore Schwartz, sintetizza la sua parabola con un semplice e completo “non c'è differenza tra giusto o sbagliato... questa è la storia della mia vita” (“That's The Story Of My Life”).

A questo punto giunge l'inaspettato, una mossa senza compromessi degna dei due album precedenti, “The Murder Mystery”, nella quale si intrecciano quattro livelli narrativi diversi tra cantato (splendida Moe) e recitato. Torna a farla da padrone l'organo che crea una psichedelia inquietante e misteriosa fino al sesto minuto quando rimasto unico strumento trasforma completamente la canzone: in definitiva un gioiello.

La conclusione del disco è per la tristissima (così l'ha definita lo stesso Reed) e retrò “Afterhours”, deliziosamente cantata dalla voce babinesca della Tucker, in cui riemerge il tema dell'illusione della felicità data dagli effimeri eccessi della vita notturna, già accostato in “All Tomorrow's Party” (“Nell'oscurità bar in festa e cadillac scintillanti, mentre la gente sembra così grigia in piedi confusa sotto la pioggia... ma al buio la gente e bella... così se chiudi la porta, la notte potrebbe durare un'eternità... lascia fuori la luce del sole e dì addio al mai... tutta la gente balla e si diverte così tanto che vorrei potesse succedere anche a me... perciò chiudi la porta così non sarò più costretta a rivedere il giorno). 

L'album, sebbene, come premesso, non può certamente assurgere al ruolo di capolavoro e di disco seminale per l'intera musica rock, conquistato senza se e senza ma dai due precedenti lavori, risulta, tuttavia, degno del suo nome e forse propio il suo suonare così acustico gli fa assumere una peculiarità non ritrovabile negli altri Velvet Underground.

In definitiva, un disco molto buono che non può mancare nell'ascolto di chi voglia capire fino in fondo l'opera artistica di questa band incommensurabile. 

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Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 37 voti.

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benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 22:41 del primo marzo 2009 ha scritto:

E' ovvio, non è la banana e neppure il delirio al calor/luce bianco, non c'è più Cale, ma canzoni come What Goes On e Pale Blue Eyes sono pietre miliari nella storia della musica coverizzate senza pausa a destra e a manca. E poi c'è Moe che canta e che forse senza saperlo inventa un genere... che avrebbe fatto Isobel Campbell senza la filastrocca amara di Afterhours?

otherdaysothereyes (ha votato 8 questo disco) alle 22:48 del primo marzo 2009 ha scritto:

Interessanti gli aneddoti che hai raccontato...degni di un vero cultore dei Velvet Uderground! Bravo!Il disco è molto bello e spesso troppo sottovalutato, anche se effettivamente lontano dalle intuizioni dei primi due capolavori.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 12:03 del 2 marzo 2009 ha scritto:

Non è un capolavoro, ma certo un disco seminale: i germi dello slowcore sono qui.

Totalblamblam (ha votato 10 questo disco) alle 14:16 del 2 marzo 2009 ha scritto:

lo adoro

per me è il terzo capolavoro del gruppo capace di passare dalla "psichedelia" avanguardistica del primo al noise torrenziale del secondo per poi, con questo lavoro intimo soffuso "cameristico", riprendere il discorso di nico (chelsea girl) e seminare il slow core di loson, che non so neppure cosa sia LOL

thin man (ha votato 9 questo disco) alle 21:26 del 2 marzo 2009 ha scritto:

Inferiore agli altri due ma sempre grandissimo

Ivor the engine driver (ha votato 10 questo disco) alle 9:43 del 3 marzo 2009 ha scritto:

i velvet so come il maiale...

..non se butta via niente. Anche questo massimo dei voti come i due precedenti, come le due raccolte di out takes ocheminchiasono, forse solo Loaded mi piace un pelo meno. E c'è una I'm Set Free che è maeraviglia delle meraviglie

REBBY (ha votato 9 questo disco) alle 9:56 del 3 marzo 2009 ha scritto:

i velvet so come il maiale ...

... e qui divento mr copia/incolla

Mell Of A Hess (ha votato 10 questo disco) alle 21:59 del 18 ottobre 2009 ha scritto:

Una recensione del genere ti fa entrare davvero negli angoli ammuffiti dello studio hollywoodiano, tra i boulevard costeggiati da neon rotti, calze a rete strappate (così come il cuore di Reed) e trucco sbavato, ma pronto ad esser ricoperto con un altro strato.

Lo considero un disco "tragico", nel senso greco del termine, "The Murder Mystery" coi suoi intrecci vocali è per me il punto più alto del disco, quegli otto minuti di turbinio e rincorrersi creano un'alienazione senza pari!

Voto 10, per me non ha nulla da invidiare ai primi due, "We're number one and so forth, isn't it sweet being unique?"

Pampaboy1995 (ha votato 9 questo disco) alle 22:54 del 13 gennaio 2011 ha scritto:

Mi piace tanto pure essendo molto soft.

Adoro Beginning to see the Light, Jesus e Candy Says

PandaCiccione (ha votato 7 questo disco) alle 0:00 del 20 settembre 2011 ha scritto:

E' il miglior disco di Lou Reed, direi. Però i VU con Cale erano un'altra cosa. Sposo in parte la teoria di Sick Boy in Trainspotting.

Gli do 7, che comunque è buono.

Armando Lino (ha votato 10 questo disco) alle 22:33 del 11 settembre 2015 ha scritto:

Disco fin troppo sottovalutato, forse perché dopo i primi due album ci si aspettava qualcosa di 'diverso' dalla band.

Nonostante tutto io lo preferisco persino al capolavoro d'esordio.

Armando Lino (ha votato 10 questo disco) alle 22:34 del 11 settembre 2015 ha scritto:

Disco fin troppo sottovalutato, forse perché dopo i primi due album ci si aspettava qualcosa di 'diverso' dalla band.

Nonostante tutto io lo preferisco persino al capolavoro d'esordio.

zagor (ha votato 9 questo disco) alle 13:56 del 12 settembre 2015 ha scritto:

sottovalutato comunque fino a un certo punto, nonostante non abbia l'aura leggendaria dei primi due dischi a conti fatti questo è quello che ha più influenzato tutto l'indie rock americano (Feelies, REM, Pavement, Galaxie 500 etc)

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 14:18 del 12 settembre 2015 ha scritto:

...per non parlare di quello australiano (Triffids, Go-Betweens, Church)

zagor (ha votato 9 questo disco) alle 14:48 del 12 settembre 2015 ha scritto:

anche i chemical brothers dissero che il modello di ogni loro "ballata elettronica" ( tipo "where do i begin", cantata da beth orton) era "pale blue eyes"......sometimes i feel so happy sometimes i feel so sad but mostly you just make me mad......figured you as everything i've had but couldn't keep <3

Giorgio_Gennari (ha votato 8 questo disco) alle 22:18 del 4 ottobre 2019 ha scritto:

Ehi cavolo, ma che piacevolissima sorpresa questo disco! Ma che intelligenza, ma quanto cuore, ma quanta sensibilità nelle canzoni! Dopo due capolavori di influenza incalcolabile, i Velvet (qui più che altro Reed) ne hanno ancora? Ma che bellezza. Un 8 dato con tanto affetto non glielo toglie nessuno a questi "nuovi" Velvet. Sono impressionato ed emozionato.

PehTer (ha votato 10 questo disco) alle 22:34 del 4 ottobre 2019 ha scritto:

Tu pensa che, per quanto ami alla follia anche la banana e la luce bianca, questo probabilmente è il mio VU preferito, lo trovo semplicemente perfetto

Vito (ha votato 6,5 questo disco) alle 8:05 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

Terzo disco dei velvet e al tempo stesso primo album solista di reed;non vale,neanche lontanamente, i primi 2 del gruppo ed è ben al di sotto dei 4-5 capolavori che reed ha realizzato da solo(berlin,new york,take no prisoners,songs for drella con cale e Lulu coi Metallica.un buon disco ma prescindibile.

PehTer (ha votato 10 questo disco) alle 9:57 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

Prescindibile? Ma se è secondo solo alla banana per quanto è stato influente...

Vito (ha votato 6,5 questo disco) alle 10:17 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

È alla base del power pop ,vero,ma artisticamente è più che prescindibile

Giorgio_Gennari (ha votato 8 questo disco) alle 10:33 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

Credo che PehTer si riferisse a certa scena post-rock, sai i vari Red House Painters, American Music Club...

Il "power pop" è tutta un'altra cosa

PehTer (ha votato 10 questo disco) alle 10:35 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

Esatto

Vito (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:10 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

Lascia stare i red house painters tutt'altra storia,le ballate ombrose del disco tipo pale blue eyes e candy says conducono,mutatis mutandis ai big star,i plimsouls e Paul collins and beat. Il power pop deve a questo album e ai bytes la sua esistenza. Poi il disco più influente dei velvet è il secondo;tutto il rock più innovativo degli ultimi 40 anni da royal trux a half japanese, da sonic youth a swans a minutemen ,da faust a spacemen 3 e naked city si è ispirato a quello e non all'esordio, grandissimo album ma alla fine un disco di canzoni.il secondo invece è un disco essenzialmente di rumore ed è da lì proviene il rock piu interessante degli ultimi decenni.anche molto post rock viene da lì. Il terzo è si influente ma anche sopravvalutato

zagor (ha votato 9 questo disco) alle 15:04 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

il power pop con questo non c'entra nulla a mio avviso. l'indie rock piu' morbido e setoso ( rem, feelies, galaxie 500, i pavement delle ballate) invece parecchio.

Vito (ha votato 6,5 questo disco) alle 22:23 del 7 marzo 2020 ha scritto:

Per me c'entra eccome,i red house nemmeno un po'

Vito (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:11 del 16 febbraio 2020 ha scritto:

I byrds volevo scrivere

zagor (ha votato 9 questo disco) alle 17:30 del 8 marzo 2020 ha scritto:

Credo ci sia un equivoco di fondo. Citi i Big Star che sono stati tra i principali antesignani del power-pop ( soprattutto nel loro secondo album, penso a brani come "september gurls" e "back of a car"), ma che non hanno suonato solo power-pop. Anzi. il loro terzo disco si muove in ben altri territori, da art-rock maturo e stratificato in cui si puo' ravvisare l' influsso dei Velvet Underground. Il Power-pop è un genere solare, arioso, scoppiettante: tutti aggettivi che di certo non si riscontrano nei Velvet, anche in quelli piu' leggeri post-John Cale. Anzi, brani ipontici, lenti, dilatati come Candy Says o Pale Blue Eyes creano il terreno che sarà fecondo per lo slowcore di Low e compagnia cantante, come ribadisce anche il sommo Loson in questa pagina. Il brano che di fatto inventa il power pop negli anni 60 è "I'll feel a whole lot better "dei Byrds, che allinea tutte le caratteristiche del genere che ho elencato, come altri nel loro catalogo tipo "Have you seen her face?".