R Recensione

10/10

Nico

Desertshore

Per avvicinarsi la prima volta al terzo lavoro di Nico, “Desertshore”, è necessario prima di tutto lasciarsi alle spalle la Femme Fatale che aveva fatto capolino, con prepotenza, nello storico esordio dei Velvet Underground, annata 1967. È vero, il canto quasi recitato di “All Tomorrow’s Parties” aveva fatto già intuire molto di quella strana e bellissima creatura, glaciale e apparentemente intoccabile ed inavvicinabile come un druido, antesignana, nello stile, di quello che poi verrà chiamato dark o gothic.

Ma la Nico che, passando per l’incerto “Chelsea Girl” e il decisamente superbo “Marble Index”, piazza la bandiera nera su “Desertshore”, è indubbiamente un’altra cosa. Prima di tutto, inquadrare le otto composizioni del disco non è affatto facile, dato che richiamano un insieme di elementi da tutta la storia della musica, se non addirittura da un’intera civiltà; elementi comunque accomunati da un fattore ben preciso: l’oscurità. Ma l’oscurità di Nico ha ben poco a che fare con il “dark”, con buio, con il lato oscuro della luna, della mente umana: quella di Nico è l’oscurità della storia e di tutta la nostra civiltà. La musica di Nico è, nella sua apparente semplicità, l’altro lato di tutta l’umanità e di tutto il percorso dell’uomo, dagli albori ai giorni nostri. Millenni di storia sono condensati in queste otto canzoni, che dipingono – come in un quadro di Hieronymous Bosch – un’umanità condannata alla dannazione eterna, che però riesce a scappare temporaneamente dall’Inferno con l’unica arma che le rimane: la preghiera.

Le prime note di harmonium in “Janitor of Lunacy” sono il raggelante inizio della messa nera: l’umanità si alza in piedi in attesa che la Sacerdotessa pronunci le prime parole di espiazione. Quando entra la voce di Nico, che squarcia un velo di tenebre e vento, infestato da anime in cerca di una redenzione come nella processione de “Il Settimo Sigillo”, il tempo si ferma allo stesso modo in cui nel film di Bergman tutti, credenti e non, si fermavano a guardare la tragica metafora dell’esistenza di tutto il genere umano, racchiusa in quella sfilata di anime penitenti.

Janitor of Lunacy” è dunque l’invocazione, che procede in parte con “The Falconer”, aperta da un giro di accordi suonati al pianoforte, coperto poi da un manto nero di harmonium e dalla voce solenne e quasi salmodiante di Nico, che poi lascia sospendere il tempo e lo spazio (due dimensioni che appartengono raramente a questo disco) agli strumenti, prima di concludere la declamazione con uno stupendo e romantico pianoforte (suonato dalla viola impazzita dei Velvet, John Cale), quasi cameristico, che sembra chiudere serenamente il tutto; ma è solo un trucco, perché la maestosa interpretazione iniziale di Nico riprende per concludere il brano, come se qualcuno avesse voluto chiudere l’unica feritoia dalla quale riusciva a passare un po’ di luce.

In questi primi due brani c’è un incredibile senso di angoscia che “My Only Child”, un brano religioso a cappella sorretto soltanto dalla voce di Nico, dal silenzio sullo sfondo e da sporadici interventi dei cori, finge soltanto di stemperare: in realtà, la voce scura e profonda della chanteuse non fa altro che trasmettere il senso ultimo (e unico?) del bisogno di religione che caratterizza l’essere umano: la paura del nulla e della morte.

La successiva “Le Petit Chevalier” è forse il momento più spettrale del disco: su un clavicembalo inquietante e medievale si staglia il cantato in francese di un bambino e, se si ascolta bene, nel silenzio che sta dietro al tutto si sente (oltre al respiro del bambino) la voce di qualcuno che sembra suggerirgli quando cantare. La voce di questo bambino è rassicurante come le due gemelle di “Shining” nei corridoi dell’Overlook Hotel.

Si prosegue con “Abscheid”, aperta dagli archi taglienti di Cale e dall’organo lunare, che poi lasciano entrare il canto teutonico di Nico, qui leggermente più marziale e ritmato (anche se la particolarità del disco è proprio la mancanza di un ritmo, il che contribuisce a rendere l’ascolto privo dei punti di riferimento “classici” della musica).

Afraid” è l’unico esercizio dell’album che lascia spazio ad un minimo di dolcezza, cadenzato dal pianoforte, da archi minimali e dalla voce delicata di Nico, stavolta alle prese con una serenata struggente, carica di espressività e rassicurante come l’abbraccio di una madre nel bel mezzo di un incubo infantile.

Mutterlein” è aperto, al contrario, da rintocchi poco incoraggianti, dal solito harmonium che va e viene come il vento e, com’è ovvio, dalla voce della Sacerdotessa, che declama di nuovo in tedesco le sue profezie, arricchite da alcuni fiati e dal continuo rintocco funerario in sottofondo. Il tempo passa con estrema lentezza: entrano dei cori direttamente dagli infimi gironi dell’Inferno a sostenere il canto di Nico; le trombe si fanno sentire ancora di più in sottofondo; i rumori sinistri degli strumenti e dei fiumi infernali crescono e poi improvvisamente lasciano spazio al silenzio, forse il vero protagonista di tutto l’album.

Un gong marziale introduce la processione finale di “All That is My Own”, sulla quale si potrebbe anche danzare, intorno ad un cerchio di fuoco, se si ha il coraggio di compiere il sacrificio di rendere la propria anima al diavolo. Le tastiere, la viola, il cantato/recitato di Nico, le trombe e il solito inquietante sottofondo di eterna dannazione contribuiscono a trasformare l’ultima danse macabre in un estremo tentativo di perdono, ma quando la musica sfuma non si riesce a capire chi si salverà. Ancora una volta, torna in mente la danza finale de “Il Settimo Sigillo”, ma resta da capire se dalla dannazione (e dalla follia) almeno la nostra Sacerdotessa è riuscita a salvarsi: a giudicare dalla sua storia, sembra di no, e allora “Desertshore” acquista, proprio per questo, il significato di una vera e propria tragica profezia, che si è rivelata indovinata per Nico e, per ora, inesatta per noi, che continuiamo a vivere nell’inquietudine del non sapere.

V Voti

Voto degli utenti: 8,9/10 in media su 20 voti.
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Gabs 10/10
bart 9/10
SamJack 10/10
Noi! 8/10
Lepo 10/10
NDP88 8,5/10

C Commenti

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Nadine Otto alle 23:17 del 26 febbraio 2007 ha scritto:

ottima recensione!

Gabs (ha votato 10 questo disco) alle 0:47 del 14 aprile 2007 ha scritto:

Un saluto alla bellezza

Le terrazze sono eternamente artiche

Oltre le stagioni gli anni

La musica degli antichi circonda le facciate del palazzo

Nella galleria le luci al tramonto

Tra velluti e cristalli un'effetto di leggenda

La regina solidifica con un soffio

L'acqua dei ghiacciai in un bicchiere di magia

Tuttavia nei sonni metafisici

Al risveglio c'è sempre il calore dei raggi del sole

dario1983 alle 14:34 del 24 marzo 2009 ha scritto:

Possiamo definirlo proto-dark? Coniamo questo nuovo termine? Nico è riuscita ad anticipare di dieci anni il goth. Chi non conosce l'artista tedesca non crederebbe mai che quest'album è stato inciso a fine anni Sessanta. R.I.P

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 14:49 del 15 aprile 2009 ha scritto:

Unica a saper evocare il senso di tragedia incombente. Attrice, modella, musa di Andy Warhol, e "femme fatale" con i grandissimi Velvet Underground. Questo capolavoro, segna inevitabilmente la carriera solista della signora Paffgen, e come un po' tutta la musica di Nico, questa 'pietra miliare' oltrepassa princìpi e generi ben circoscritti. Un cristallo che riporta la chanteuse alle sue origini teutoniche, a quel seducente mondo spettrale, funereo, di atmosfere gotiche, di aree gelide e scenari medievali. Un opera sublime senza tempo. Tra drammaticità, mistero e angoscia.

Totalblamblam (ha votato 10 questo disco) alle 16:54 del 15 aprile 2009 ha scritto:

gemma

assoluta del gothic ancora non nato,

bruttissima la versione in cd e per sound e per la misera copertina ridotta in quel modo quando l'originale stampa americana è textured una delizia imperdibile anche per questo aspetto

non concordo su questa:

l’incerto “Chelsea Girl” e il decisamente superbo “Marble Index”: io avrei invertito gli aggettivi,

marble è un mattone unico disco affascinante si ma di ascolto davvero pesante, non per tutti, chelsea girl è uno dei miei dischi da isola troppo bello c'è la crema del cantautorato americano ai suoi piedi da reed a cale a dylan a jackson browne a tim hardin ( a sti cazzi)un disco folk pop da paura

bart (ha votato 9 questo disco) alle 1:50 del 30 marzo 2010 ha scritto:

Allucinante!

bart (ha votato 9 questo disco) alle 11:31 del 26 aprile 2010 ha scritto:

L'atmosfera di questo disco è macabra e surreale, la voce di Nico sembra provenire dall'oltretomba. Uno dei capitoli più sconvolgenti della musica.

SamJack (ha votato 10 questo disco) alle 13:54 del 5 febbraio 2011 ha scritto:

Sublime...

dalvans (ha votato 4 questo disco) alle 21:38 del 24 settembre 2011 ha scritto:

Soporifero

Noioso

Alfredo Cota (ha votato 9 questo disco) alle 21:03 del 31 ottobre 2011 ha scritto:

L'oscurità che abbaglia

Lepo (ha votato 10 questo disco) alle 14:24 del 13 ottobre 2013 ha scritto:

Penso sia uno dei dischi più ammalianti che mi sia mai capitato di ascoltare. Musica gotica nel vero senso del termine, con la sua aurea medioevaleggiante, la sua rassegnazione al contempo fatalistica ed ascetica e il suo abbandono all'irrazionale. Tripletta iniziale ultraterrena.