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9/10

Suicide

Suicide

Si dice che il suicidio sia espressione di un’oscura e segreta volontà di vivere. Ciò che sembra una contraddizione senza eguali è in realtà un macabro effetto radicato nella città del consumo. È qui che potremmo facilmente cogitare sul concetto di delitto “di ambiente”(senza dover scomodare l’anima lucida del famoso maestro russo); è questo il limbo scheletrico sul quale si scagliano i ‘blues’ elettronici dei “Suicide”. M’azzardo a definirli ‘blues’ anche se siamo ben lontani dalle umide sonorità del Delta ma, come dire, lo spirito è sempre lo stesso.

Scriveva Erich Fromm: “Nel passato, il pericolo era che gli uomini diventassero schiavi; il pericolo del futuro è che diventino robot”, ed i “Suicide” lo sanno bene, ma è anche vero che bisogna stare al passo coi tempi se si vuole conservare una certa estraneità (eccola un’altra antinomia) senza esserne inghiottiti. Ne consegue l’audace amplesso dei newyorkesi Alan Vega (voce) e Martin Rev (tastiere ed elettronica): il primo raccatta lo stereotipo della rockstar maledetta smembrandolo e riducendolo a nebbia di mestizia pura e sbuffi d’ansia; il secondo a presiedere il meccanismo lisergico, il battito automatico, l’inanimata sequenza armonica che danza circolare fra logorii, paranoie, tormenti continui. Parto di tale incongruenza sono brandelli sonori, affreschi metropolitani, squilibri nutriti nelle stanze più remote del mondo, danze luciferine al tabernacolo del nulla eterno. La voce di Vega esala respiri prostrati, si liquefa in fremiti; poi coagula in serpentine passionali, implosioni d’ira, strilli ribelli. L’uomo che vi si rappresenta è l’anima accartocciata che tenta la risalita in spasmi subitanei e crampi cerebrali.

Le superfici sonore fucinate da Rev, però, non sono di facile appiglio; l’ipnotico tessuto armonico ed il sincopato pattern percussivo emulano quel ritmo della vita che si deforma presto in apatia esistenziale, malessere giornaliero, vita presa per assuefazione. Un’alchimia letale fra organismi dal respiro autonomo: da un lato l’uomo, dall’altro l’equilibrio meccanico che sovrintende la quotidianità. Ci s’impiega poco a comprendere quale spesso sia l’esito del conflitto (della contraddizione, se vogliamo procedere per questa strada) ed il perché del nome scelto dal duo newyorkese.

Così l’ossessività è il fluido impazzito che scorre in brani come “Frankie Teardrop”, lunga suite catartica che fa da sfondo al delitto e al conseguente suicidio del protagonista Frankie, agnello sacrificale al banchetto del modernismo, incubo paradigmatico di un’epoca intera. La teatralità di Vega si stempera in un sibilo angosciante quanto il silenzio mentre la ritmica pulsa in contrazioni adrenaliniche rasentando il collasso.

Visioni circolari, feedback spasmodici, trance cianotica, ecco riemergere le cuspidi del tormento in “Che”, con la sua ansia levigata, ormai incapace d’intendere o volere e l’organo di Rev che traccia melodie sinusoidali in una discesa cosmica sino agli inferi; oppure in “Rocket U.S.A.”, dove Vega ripropone quella frenesia schizoide cara all’ “Iguana”, proiettandola però nell’era tecnologica; il canto si dilata, evapora in sospiri riverberati, si raggruma in tic sonori eludendo così il battito perentorio – aleatorio della sezione ritmica.

Acid Techno” se mi si accorda l’espressione, dove “Acid” vuole richiamare l’ “Acid Rock”, perché, si, i Suicide sono avanguardia, ma senza disimparare il passato. Ecco allora il rockabilly in chiave elettronica, in brani come “Ghost Rider” e “Johnny”; rockabilly inacidito, deturpato, proteso verso futuri sanguinolenti, tecnologici, eterni.

Destrutturazione materiale che è anche emotiva, perché nella nuova era anche il sentimento è etichettato e svenduto. Così “Cheree” affonda melodie degne del Reed più romantico in soluzioni basiche; la voce guizza in abissi d’amarezza, contempla clitoridi illibati dai balconi dell’incubo, si culla fra l’innocenza psicotica d’una melodia fanciullesca suonata da Rev in uno stato di grazia morbosa. Il carillon erotico di “Girl”, con la sua melodia smorfiosa, i suoi gemiti inoculati, i ricami seducenti dell’organo, le abrasioni vocali, completa un opera che nel 1977 lasciò un’escoriazione dalla quale la storia del rock non fu più in grado di guarire.

Una testimonianza agghiacciante, e brucia davvero.

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Voto degli utenti: 9/10 in media su 35 voti.

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Moon (ha votato 9 questo disco) alle 21:23 del 20 ottobre 2007 ha scritto:

beh , che dire....hai detto tutto rocket u.s.a su tutte.

Hexenductionhour (ha votato 10 questo disco) alle 17:25 del 9 novembre 2007 ha scritto:

Capolavoro

Geniali precursori...sonorità glaciali e ossessive su cui si inserisce una voce che rimane impressa nella mente sviscerando pensieri e parole "racconti" sulla società moderna"il canto si dilata, evapora in sospiri riverberati, si raggruma in tic sonori eludendo così il battito perentorio – aleatorio della sezione ritmica."oppure meglio..."“Acid Techno” se mi si accorda l’espressione, dove “Acid” vuole richiamare l’ “Acid Rock”, perché, si, i Suicide sono avanguardia, ma senza disimparare il passato. Ecco allora il rockabilly in chiave elettronica, in brani come “Ghost Rider” e “Johnny”; rockabilly inacidito, deturpato, proteso verso futuri sanguinolenti, tecnologici, eterni" ed è così che sono destinate a rimanere queste canzoni Eterne.

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 0:25 del 24 maggio 2008 ha scritto:

accidenti, questo album è sconvolgente, davvero! non molto da dire in effetti...basta nominare gruppo e album per essere esaurienti!

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 11:46 del 24 giugno 2008 ha scritto:

L'omonimo dei Suicide è forse, a tutt'oggi, il più devastante pugno allo stomaco che la storia della musica ricordi... Musica aliena, nevrotica e disturbata, sicuramente figlia dell'isteria metropolitana dei Velvet Underground. Un'opera fondamentale, che getterà le basi per la quasi totalità della musica di matrice elettronica di lì a venire! complimenti per la recensione

Paranoidguitar (ha votato 9 questo disco) alle 10:26 del 21 novembre 2008 ha scritto:

RE:

eh sì, si tratta di un pugno allo stomaco. Frankie Teardrop è da infarto, senza voler sminuire il valore degli altri brani. Forse non è un disco che riascolterei frequentemente però va ascoltato, è troppo importante.

Henry Trave (ha votato 10 questo disco) alle 14:14 del 24 luglio 2008 ha scritto:

pietra miliare

che cosa aggiungere che non sia banale su questo disco fondamentale nella storia della musica...

4AS (ha votato 10 questo disco) alle 16:56 del 26 novembre 2008 ha scritto:

E'un'esperienza agghiacciante. Durante l'ascolto si prova reale disagio (soprattutto durante "frankie teardrop")ma è un bel disagio...

Nucifeno (ha votato 9 questo disco) alle 11:34 del 11 gennaio 2009 ha scritto:

Superbo

Nucifeno (ha votato 9 questo disco) alle 11:35 del 11 gennaio 2009 ha scritto:

Superbo

7 canzoni, 7 capolavori. Johnny forse la mia preferita in assoluto.

thin man (ha votato 10 questo disco) alle 4:31 del 9 febbraio 2009 ha scritto:

Capolavoro, da avere assolutamente

Uallarotto (ha votato 9 questo disco) alle 22:19 del 5 luglio 2009 ha scritto:

Che gran disco, porca vacca. Bellissima l'edizione limitata in vinile di qualche tempo fa con due canzoni in più. Che grandi.

Sante (ha votato 9 questo disco) alle 0:41 del 15 gennaio 2010 ha scritto:

Geniale

Che disco. Questa è la genialità

synth_charmer (ha votato 10 questo disco) alle 22:07 del 22 aprile 2010 ha scritto:

imprescindibile

tanto inquietante da essere disturbante, questo disco ha la capacità di aprire un abisso davanti all'ascoltatore, e mettergli una irresistibile voglia di tuffarsi e perdere ogni appiglio.

dalvans (ha votato 3 questo disco) alle 16:53 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Irritante

Pessimo

Suicida (ha votato 10 questo disco) alle 8:58 del 15 ottobre 2011 ha scritto:

Fai commenti inerenti alla musica e non al lessico se riesci..

FrancescoB (ha votato 8,5 questo disco) alle 11:37 del 6 giugno 2013 ha scritto:

Fra i parti imprescindibili della new-wave. Agghiacciante e brutale, conserva una sua poetica dell'assurdo che lo rende ancora più affascinante. Non si contano gli artisti (anzi, i movimenti) che hanno subito il fascino del duo.