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R Recensione

8,5/10

Wire

Chairs Missing

Bene, ora che abbiamo decostruito il punk, qual è il successivo passo logico? Decostruire il post-punk, ovviamente! Un compito certamente più arduo, visto che in un certo senso il post-punk è decostruzione per definizione. Bisogna quindi raddoppiare gli sforzi, ed è esattamente ciò che fanno i Wire. La soluzione, però, è più semplice di quanto si possa credere, e proprio per questo molto più intelligente.

C’è ancora qualche traccia alla “Pink Flag” su “Chairs Missing”, ma dove questo prende le distanze è la resa sonora. Sonora, non concettuale: concettualmente, i Wire sono ancora i Wire, con le loro paradossali schegge di breve durata (qui mediamente più lunghe) e i loro testi a prova di cacciavite, con la loro solita minimale quantità complessiva di accordi che è quasi indisponente. E questo è ancora un album che fa perno sul senso dell’assurdo di chi ascolta, piuttosto che sui suoi ricettori emozionali di base. Quello che cambia è essenzialmente il mood: i Wire scheggiano la purezza aggressiva dell’agglomerato chitarra-basso-batteria col sorprendente e profondo suono di un sintetizzatore.

Non che suonino come i Kraftwerk, beninteso: i tedeschi sono molto più accessibili (almeno a partire dal loro periodo “commerciale”) di quanto i Wire abbiano mai potuto sperare di essere. Dove recuperano è semmai in come riescano ad essere bizzarri, innovativi, intriganti e compositi allo stesso tempo, anche in un album di transizione come questo, il passo intermedio tra le artigliate punk di “Pink Flag” e il tetro splendore di “154”. No, in “Chairs Missing” è il sintetizzatore che aggiunge allo scheletro immutato (forse meno furente) di “Pink Flag” un piglio psichedelico e smorto, intriso di agghiacciate atmosfere gotiche, mentre anche i testi si fanno più tetri (immagini di gelo, suicidio, dolore e annegamento infestano il disco): l’ingresso principale per la new wave.

La longevità di questo disco testimonia anche la sua ricchezza e la sua ecletticità, e prova al di fuori di ogni dubbio che il desiderio di progressione musicale che caratterizzò gli ultimi anni sessanta e i primi anni settanta non era incompatibile con il rush adrenalinico da 45 giri del movimento punk. Ancora una volta, i Wire fanno ciò che se non avessero fatto loro avrebbe fatto qualcun altro, ma l’indiscutibile importanza di questo secondo affresco non-sense (“Outdoor Miner” predice qualsiasi cosa ci fosse tra i REM e i Blur con cinque o più anni d'anticipo, profetizzando anche gli XTC di “Drums & Wires”) non consente a nessuno di ignorarlo. Se nella vostra collezione manca qualche sedia, qui siete nel posto giusto per rimediare.

V Voti

Voto degli utenti: 8,9/10 in media su 15 voti.
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andrea-s 8,5/10
gramsci 10/10
target 9/10
Cas 9/10
B-B-B 9,5/10
Lelling 9,5/10

C Commenti

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andrea-s (ha votato 8,5 questo disco) alle 11:21 del 29 agosto 2013 ha scritto:

Forse preferisco questo a 154 e ovviamente a Pink Flag, stranezza del tutto personale.

target (ha votato 9 questo disco) alle 15:01 del 29 agosto 2013 ha scritto:

Perché stranezza? Anch'io lo preferisco a "154" e "Pink flag". Disco di una modernità pazzesca. "Marooned" me la trovo spesso, in testa, a ossessionarmi.

andrea-s (ha votato 8,5 questo disco) alle 16:25 del 29 agosto 2013 ha scritto:

Ciao, credevo di sentirmi in minoranza perchè tutti parlano sempre "troppo" di 154 e poco di questo disco. Riguardo Pink Flag darei una sufficienza stretta,è il loro disco meno coinvolgente.

benoitbrisefer (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:14 del primo settembre 2013 ha scritto:

Mi dispiace essere in disaccordo con i precedenti commenti, ma trovo assolutamente condivisibili le parole del nostro recensore quando, fra le righe, si fa scappare "un album di transizione". Ovviamente sono gli Wire e anche quando "transigono" sono immensi, ma, come già espresso altrove, nella sacra trimurti (PF, CM, 154) è medaglia di bronzo (ma un bronzo che sembra quello dell'incredibile gara di salto in alto degli ultimi campionati del mondo di Mosca!!!)

zagor alle 12:32 del 5 settembre 2013 ha scritto:

per me il migliore è il primo.

Lezabeth Scott alle 12:53 del 5 settembre 2013 ha scritto:

No dai, il primo è ancora troppo punk e stilizzato, "154" è praticamente perfetto.

zagor alle 13:52 del 5 settembre 2013 ha scritto:

in 154 c'è il loro pezzo che preferisco, "map ref" ( penso la canzone pop-wave più perfetta della storia), però c'è anche qualche episodio che mi annoia ( tipo "I should have known better, che non ho mai capito cosa abbia di speciale, de gustibus). "pink flag" invece è trascinante dalla prima all'iultima nota.