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R Recensione

8/10

The Cure

Three Imaginary Boys

E’ ancora in corso la riscoperta della sterminata folla di gruppi più o meno importanti, più o meno seminali, che nacquero dalle ceneri di quell’ondata mastodontica e distruttrice che fu il movimento punk. Robert Smith, inglesino del Sussex, in realtà non fa parte di quell’ondata di ragazzini ventenni che decisero di imbracciare una chitarra dopo aver visto i Clash.

Le origini musicali del gruppo risalgono infatti al 1972, alla formazione amatoriale The Obelisk, la quale si evolverà progressivamente prima in Malice, poi in Easy Cure e infine in The Cure. L’esordio della band, il singolo Killing An Arab, fu occasione di aspre polemiche per il contenuto interpretato erroneamente in chiave politico-razzista. Nonostante il testo fosse chiaramente ispirato allo Straniero di Camus il brano costò la risoluzione del contratto con la casa discografica tedesca Hansa. Poco male, perché grazie a John Parry (scopritore tra l’altro di Jam e Siouxsie and the Banshees) il gruppo ottenne un nuovo contratto con la Fiction Records, che permise loro di pubblicare dapprima il singolo e poi questo lp d’esordio.

Dal punto di vista musicale Three Imaginary Boys è un disco pienamente inserito nel panorama new wave/post punk dell’epoca; non più punk classico e non ancora quel gothic-dark che a partire da Seventeen Seconds diverrà marchio di fabbrica del gruppo.

Caratteristiche essenziali dell’album sono una certa immaturità generale e un’idea ancora vaga della strada da seguire (tanti sono gli influssi presenti), compensati da una discreta varietà musicale e da un genuino approccio fresco e giovanile. Traspare infatti un approccio minimal-esistenzialista, fragile nelle strutture ma forte di spontaneità ed entusiasmo che hanno consegnato alla storia del pop parecchi suoi episodi.

10.15 Saturday Night esemplifica bene le caratteristiche generali dei primi Cure, con la sua atmosfera magneticamente naif e forte di una spigliatezza pop irresistibile. Tutto ciò si riflette musicalmente nella struttura ritmica saltellante impressa dalla batteria nonchè in uno Smith che canta distaccato e spensierato e in una chitarra dapprima leggera in sottofondo poi cacofonica in un assolo acido e abrasivo e infine minimale a chiudere silenziosamente il brano. Meat Hook conferma l’idea di una musica frammentaria e irrispettosa, ingenua e fresca con un’attitudine irrispettosa di estrazione punk mentre “So what “presenta un cantato più dinamico e una composizione sferzante e grintosa.

Nonostante sia sempre stata messa in risalto la sola personalità di Smith in questo disco si nota molto anche il carisma del bassista Michael Dempsey: aldilà del fatto che sia lui a cantare in Foxy Lady (caso unico nella produzione dei Cure, dovuto al fatto che il pezzo era una prova per il soundcheck inserito nel disco contro il volere di Smith), emergono in maniera imponente le sue avvolgenti linee di basso in Accuracy (priva stavolta di chitarre) e in Subway Song. Quest’ultimo brano è uno dei gioiellini sparsi qua e là nel disco: in un’atmosfera sotterranea e inquietante il sussurro di Smith e le poche note dissonanti di chitarra immergono silenziosamente l’ascoltatore nell’oscurità di un’anima quanto meno misteriosa.

Chi cercasse in questo disco il dark dei dischi successivi rimarrà nel complesso deluso ma potrà comunque contentarsi di due canzoni premonitrici della successiva svolta stilistica. Parliamo del brano omonimo Three Imaginary Boys e di Another Day in cui il post punk anarchico lascia spazio a un pop malinconico permeato di spleen decadente.

Splendide melodie vocali e ritornelli pop spezzettati da una chitarra astiosa sono invece gli elementi di Fire in Cairo, altro brano più che meritevole.

Fortissimi restano comunque i rimandi e le rielaborazioni fatte rispetto a un passato musicale alquanto ancorato al movimento del 76-77. Abbiamo già parlato della cover di Hendrix completamente stravolta (tanto da diventare irriconoscibile) in chiave punk, ma molte altre sono le strade percorse all’interno del genere: si passa dall’approccio punk classico di Object alle contaminazioni pop di Grinding Halt fino ad arrivare a quelle rock di It’s Not You.

I risultati non sono mai del tutto eccezionali ma restano complessivamente sopra la media.

Per quanto riguarda i testi la scrittura è ancora acerba e poco strutturata. Quasi sempre le composizioni sono non-sense, finalizzate unicamente a supportare la musica. Aldilà di lazzi poetici caratterizzati da quella soffusa malinconia tipica della migliore musica adolescenziale(Another day, Object, Meat Hook)i prodromi della successiva “trilogia dark” si trovano però nell’ ambiente desolantemente vuoto di Grinding halt e Fire in Cairo, o su inquietanti scenari metropolitani (Subway Song, Three Imaginary Boys).

La versione americana dell’esordio è molto diversa: intitolata Boys Don’t Cry vi sono leggere ma importanti modifiche come l’esclusione di Foxy Lady e l’innesto dei singoli precedenti l’uscita dell’album (Killing An Arab, Jumping Someone Else's Train e la commovente Boys Don’t Cry).

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 23 voti.
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Vikk 8/10
REBBY 9,5/10
loson 7/10
Vatar 8,5/10
K.O.P. 4/10

C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 8 questo disco) alle 20:06 del 27 aprile 2007 ha scritto:

waiting for the telephone to ring.....and I wonder where she's been

Pochi lo sanno, ma il testo di "so what" era un insieme di frammenti di annunci pubblicitari che uno smith ubriaco fradicio inserì in un testo cui non riusciva a dare un senso....sublime esempio di minimalismo post-moderno! L'album è un classico della musica adolescenziale, poco da aggiungere.

Garry alle 22:19 del 27 aprile 2007 ha scritto:

bello sì, ma Boys Don't Cry è mejo.

Peasyfloyd, autore, alle 12:38 del 28 aprile 2007 ha scritto:

Eh si bisogna dire che i singoloni di boys don't cry aggiungono qualcosa in più rispetto a three imaginary boys. Insomma chi di noi non ha cantato mille volte boys don't cry?

Sul testo di so what (particolare tra l'altro molto interessante, grazie gulliver!) più che un esempio di minimalismo post-moderno mi sembra un esempio della spontaneità e genuinità di un modo di far musica senza troppe complicazioni, anhce in maniera immatura ma alla fine affascinante.

Vikk (ha votato 8 questo disco) alle 16:28 del 28 maggio 2007 ha scritto:

Disco fantastico, peccato che nella versione deluxe non abbiano inserito "killing an Arab". Effettivamente "boys don't cry" e "jumping on somone else's train" danno un qualcosa in piu' al debutto americano, ma l'edizione inglese rimane la piu' affascinante

ThirdEye (ha votato 9 questo disco) alle 20:40 del 18 giugno 2012 ha scritto:

Non dico che sia il mio preferito dei Cure, ma poco ci manca. E' proprio la sua indole "scazzata" e così involontariamente slacker ed acerba a rendere questo uno dei miei album preferiti di Robert Smith & soci. Un bel 9 a mio parere! Il capolavoro per me arriverà con Faith.