Giardini di Miro' - Live Report

Giardini di Mirò @ Roma, Circolo degli Artisti, 13/05/2010
Non desterà troppo sdegno nella platea l’opinione che l’universo post-rock attuale sia sufficientemente saturo al momento - almeno per quanto riguarda il centro di esso, senza avvicinarsi alle interessanti derive della contaminazione sludge-post metal o del versante electro-glitch; i lavori in studio di molti gruppi, per quanto validi, ricalcano strutture oramai simili a se stesse da anni, aggiungendo davvero poco a quanto già detto da chi ha intrapreso questo cammino in tempi non sospetti.
In tale universo, arde però decisa una favilla; la metafora non è un banale cliché bensì un riferimento preciso alla produzione di un gruppo che con l’ultima esibizione romana ha davvero saputo scaldare i cuori dei presenti: dopo numerose apparizioni in dodici anni di carriera, ancora una volta i Giardini di Mirò si ritrovano su un palco capitolino - come spesso in passato quello intimo del Circolo degli Aristi.
Ad aprire la serata e a far loro compagnia c’è Jonathan Clancy, voce dei bolognesi Settlefish e qui nella veste solista di His Clancyness - chitarra e voce calde ed accomodanti che saranno ottimo preludio per i momenti a venire.
È tempo di Giardini, è tempo di timbriche ricche, di strati sonori corposi, di melodie semplici e cullanti, di semplicità e modestia sul palco, dimostrate fin da subito quando al chitarrista salta una corda e recupera la scena con ironia. La prima parte del concerto è dedicata a brani inediti che saranno verosimilmente contenuti nel prossimo disco; la formazione emiliana esalta le proprie melodie ora con l’aiuto del violino, ora con quello della tromba, accompagnati sempre dalle curate percussioni di carattere brillante e di approccio sinfonico, nonché dal basso presente, dalla tastiera e dalle programmazioni d’atmosfera e dalle chitarre stratificate e dilatate. Parentesi minimalista è l’intro di un pezzo lasciata esclusivamente a chitarra e battito di mani, battito che il pubblico è invitato apertamente a seguire per diventare così parte integrante dell’esecuzione.
Il tepore emanato finora diventa finalmente fuoco chiaro nei richiami alla produzione passata, a quei Rise and Fall of Academic Drifting, Punk...Not Diet e Dividing Opinions: è talvolta un piacere non riconoscerne subito i brani per riscoprirli lievemente differenti, qui presentati in un’atmosfera davvero estasiante, senza ricorrere a cambi sostanziali di veste. Come nell’ultimo album, a Clancy è affidata la voce su alcuni di essi; il cantante canadese si concede anche un paio di incisi alla chitarra prima di restituirla al musicista di ruolo. La performance prosegue intensa tra pause di introspezione e code euforiche, ritratto crepuscolare tipico della corrente di cui i Giardini hanno più volte saputo dimostrare di essere tra le massime espressioni in Italia.
È però tempo di saluti, non prima di un dovuto ed acclamato ritorno sul palco: la dimensione onirica si interrompe per un ultimo inedito, ritratto di un capitolo tanto doloroso quanto importante per la storia della penisola; si canta in italiano per tener vivo il ricordo della Liberazione, affinché certa memoria non sia solo nozione scolastica ma impegno quotidiano: come da loro stessi ribadito, un concetto semplice. Come i sorrisi regalati ad ogni applauso, come l’essenza della loro musica.
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