R Classifica 2014 di Matteo Castello

Australe

10. Uyuni
Australe (Tafuzzy Records, Stop Records, diNotte Records, Bleu Audio 2014)

Un lavoro coraggioso, quello del trio Uyuni. Portare in Italia un sound complesso come quello proposto in Australe è una vera scommessa. Basti pensare che John Fahey è morto povero e lontano dai riflettori, fatta eccezione per la sua riscoperta da parte dell'ala più innovativa della scena post-rock. Il secondo album del progetto Uyuni parte da qui: traduce la poetica faheyana integrandola a perfezione in ampie fluttuazioni elettroniche, delicati bozzetti folk, saliscendi emozionali. Un'operazione incredibile sia perché si metabolizzano tendenze mai troppo in voga in Italia, sia perché la resa -grazie in particolare alla chitarra di Nicola Lombardi- è davvero ottima.
Ruins

9. Grouper
Ruins (Kranky 2014)

Liz Harris è finalmente giunta al suo lavoro definitivo. In Ruins viene cristallizzata (anzi, distillata) in otto gemme l'esperienza di una lunga carriera. Tracce precarie che si snodano in bassa fedeltà, tra lo scricchiolare del mondo tutto intorno, il gracidare delle rane, le intrusioni più o meno ambientali. Eppure al centro ci sono il piano e la voce di Harris (mai così essenziali), che erigono melodie spettrali eppure intensissime. Di nuovo, però, lo spazio determina la grana dei suoni, partecipando allo svolgimento con le risonanze generate dagli oggetti, dalle pareti, dai vetri. Un vero gioiellino.
Lese Majesty

8. Shabazz Palaces
Lese Majesty (Sub Pop 2014)

Un anno particolarmente fortunato per l'hip hop alternativo. Gli Shabazz Palaces, però, rimangono una spanna sopra tutti. Il loro è un coacervo di fertilissime sperimentazioni sonore, un denso magma di inserti sci-fi, un'opera di coraggioso astrattismo black. Più free form rispetto al meraviglioso “Black Up”, e forse per questo meno efficace, “Lese Majesty” rimane comunque un caleidoscopio straniante, dove tutto assume una consistenza liquida e nebulosa, dai beats che paiono squagliarsi ad un flow che aleggia e fluttua. Ishmael Butler e Tendai “Baba” Maraire perseverano nella loro esplorazione estrema. New black wave, la chiamano loro.
Burn Your Fire for No Witness

7. Angel Olsen
Burn Your Fire for No Witness (Jagjaguwar 2014)

E pensare che Angel Olsen si è trasferita da Chicago ad Asheville per cercare la quiete della provincia. Il suo secondo lavoro, dopo un esordio quasi interamente acustico, è una scarica di elettricità ed energia che -pur partendo da un'impostazione folk- segna una maturazione che ha dell'incredibile. Un'autrice tutta d'un pezzo, una vocalist formidabile, Angel Olsen forgia un piccolo caposaldo della nuova canzone americana, per un indie-rock carico di pathos e forza espressiva. Dal country-rock fuzzoso di “Hi-Five” alla splendida “Lights Out” (già un classico), dalla litania coheniana di “White Fire” alla dolcissima “Iota”, quello della Olsen è un lavoro senza cadute. Tutto da assaporare.
Benji

6. Sun Kil Moon
Benji (Caldo Verde 2014)

Un album così bello Kozelek non lo faceva dai tempi di “Ghosts of the Great Highway”. Un album di famiglia, un testamento, dove rivivono -debitamente romanzati- personaggi, storie, drammi, frammenti biografici di ogni sorta. Il livello della narrazione è altissimo, da grande prosa americana: da quelle che sono vere e proprie confessioni nascono riflessioni collettive di grande impatto. La musica, poi, raggiunge vertici inaspettati: dagli arpeggi dolenti di “Carissa” alle atmosfere cupe e claustrofobiche di “Richard Ramirez Died Today”, Kozelek riesce a dar vita a melodie struggenti come niente fosse, con un'eleganza e un'autorevolezza invidiabili.
Luminous

5. The Horrors
Luminous (XL Recordings 2014)

Padroni indiscussi della scena neo-psichedelica inglese, gli Horrors confermano il loro ottimo stato di salute con un disco strepitoso, che rinnova una proposta, finora, mai arrestatasi. Il sound si arricchisce di una presenza massiccia di componenti electro che vanno ad aggiungere scintillanti cromature alle nebulose soniche di cui la band è somma domatrice. Composizioni in continua espansione, stratificazioni sovrapposte di chitarre e tastiere trattate, manipolazioni di sequencer, squadrature kraute e aperture su spazi siderali. Gli Horrors sono i nuovi corrieri cosmici.
We May Yet Stand A Chance

4. The Heartbreaks
We May Yet Stand A Chance (Nusic Sounds 2014)

Il secondo disco degli Heartbreaks, dopo un esordio-manifesto di intenzioni indie e jangle, è un concentrato di grandeur pop. “Big music”, per qualcuno. Gli inserti western e country, gli arrangiamenti magniloquenti, gli svolazzi di archi, le scenografie spagnoleggianti, i richiami letterari (Hemingway su tutti), uniti alla padronanza assoluta dei propri mezzi, permettono alla band di Matthew Whitehouse, Ryan Wallace (novelli Morrisey e Marr?), Christopher Deakin e Joseph Kondras di non scadere mai nel kitsch. Il risultato è uno dei lavori più sorprendenti e creativi degli ultimi anni.
Ryan Adams

3. Ryan Adams
Ryan Adams (Pax Am 2014)

L'America di Ryan Adams è inquieta e provinciale ma dalle larghe vedute, intimamente conservatrice ma ancora capace di far leva su slanci universalistici. E il suo ennesimo disco è un piccolo gioiellino di cantautorato heartland rock che, pur facendo leva su un linguaggio riconoscibile (che va dallo Springsteen più classico all'alt-country, passando per il folk), si connota di un'espressività del tutto contemporanea, in grado di connettersi con la sensibilità di un'intera generazione. Ryan Adams ci parla di spaesamento, di perdita, di parole che non vengono fuori. Parla però anche di rivalsa e di averne piene le palle di arrendersi. E lo fa creando un'epica dimessa, intima. Lo fa con la stazza di un grande autore. Poco da fare, Ryan Adams ha sfornato un classico.
Lost In The Dream

2. The War on Drugs
Lost In The Dream (Secretly Canadian 2014)

I War On Drugs convertono i grandi spazi americani in una narrazione espansa e dreamy, satura di spinte centrifughe escapiste, per un sound incredibilmente variegato. I contorni dei pezzi sfumano in lunghe code ambientali, in continua alternanza tra contrazioni e dilatazioni, ispessimenti e rarefazioni. Rock d'autore dove le matrici psichedeliche e sperimentali (ogni elemento è trattato, immerso in riverberi, reso etereo) diventano costitutive -non semplici ornamenti- dei pezzi. Pezzi a loro volta memorabili, traghettatori di un'epica destrutturata, polverizzata, che da forma e sostanza al vero “sogno” americano, quello in cui perdersi. Estetica sperimentale, songwriting imponente, somma maestria compositiva: lo Yankee Hotel Foxtrot degli anni '10. Un capolavoro.
LP1

1. FKA twigs
LP1 (Young Turks 2014)

Dopo due EP splendidi ecco il botto definitivo. FKA twigs gioca con la sua materia plastica, aliena, deformando il deformabile per un sound liquido, dove ogni cosa si scioglie in un impasto cromato e cangiante: dai ritmi scomposti alle armonie stralunate. Così si da' nuovo respiro all'r&b, si reinventa il trip hop, si dilatano i confini di un art-pop contaminatissimo. E poi ci sono le canzoni: dietro lo sperimentalismo che frammenta lo spettro sonoro ci sono composizioni forti e intelligenti. In una parola, irresistibili.