R Recensione

9/10

Cockney Rebel

The Psychomodo

Il paziente versa in condizioni critiche sul letto a baldacchino. Il medico tiene gli occhi incollati all’orologio mentre conta le pulsazioni poi, sconsolato, scuote il capo e guarda verso la finestra: fuori nevica. Dagli occhi impiastricciati di rimmel di Ziggy Stardust scende un’ultima lacrima color carbone: il pensiero va a Pierrot e la Luna, ai Ragni venuti da Marte, ai boa piumati che si gettava dietro le spalle come manti regali. Un accenno di sorriso, poi il suo petto glabro si alza e si abbassa per l’ultima volta. Applausi.

Potrebbero immaginarsi così, fantasticando su alcuni fotogrammi di “Citizen Kane”, gli ultimi istanti di vita del glam rock britannico (manca soltanto l’invocazione sofferta “Rosebud” e il dettaglio della sfera di cristallo che si infrange sul tappeto, ma ho preferito evitare). Istanti che, dopo l’esplosione di vitalità dell’anno precedente, si protraggono per tutto il 1974 e si fanno testimoni di una lenta, subdola agonia da cui sembrano contagiati soprattutto i “mostri sacri”. D’altronde, i fatti parlano chiaro: Marc Bolan è ormai un vegetale, Bowie collassa in progetti sempre più nebulosi ed irrisolti, Brian Ferry elimina progressivamente ogni asperità dal suono dei suoi Roxy Music (che pure sono quelli che se la cavano meglio) per adagiarsi sul manierismo puro. In poche parole: si respira aria di trapasso, di chiusura di un ciclo. Ma d’altronde, a cosa mai sono servite le pose scollacciate, la bisessualità e l’edonismo sfrenato, se non come prove alla distruzione ultima? Lo stesso “Diamond Dogs” di Bowie non è altro che il benvenuto all’Apocalisse, il logico epilogo del processo di decomposizione da sempre ammirato da questa perversa "Compagnia dell’Anello".

Mai crisi era stata più palese e per di più strombazzata ai quattro venti. Eppure…non è proprio così. Conscia che la sabbia sta scivolando nella clessidra, questa drag queen impertinente ignora la sceneggiatura che la vorrebbe vittima china e sofferente, e sceglie invece di allestire il proprio funerale in grande stile, affidandosi alle cure di alcuni dei suoi schiavetti più sfrontati e ribelli. Della serie: “Se proprio devo andarmene, me ne andrò sorridente” (e come una vera queen bitch che si rispetti, aggiungo io). Ecco che, in uno dei tanti (meravigliosi) paradossi in cui ci è facile imbattersi quando si parla di glam, ci si accorge che anche nella “decadenza del decadente” i sentori davvero creativi non mancano e, anzi, per un po’ arrivano a mascherare il presagio dell’imminente sventura. Proprio in quei giorni, infatti, si profila all’orizzonte il baffetto "hitleriano" di Ron Mael, titolare assieme al fratello Russell del marchio di fabbrica Sparks (un nome, una garanzia); anche un Brian Eno fresco di licenziamento inizia la propria carriera solista, estrapolando dall’iconografia glam i tratti più destabilizzanti e componendo con essi un mosaico di micro-polluzioni sonore destinato ad avere profonde ripercussioni sul futuro della musica rock. Mica robetta, insomma.

Steve Harley (all’anagrafe Steven Nice) ha da poco compiuto ventitre anni quando, assieme a Stuart Elliott (batteria), Paul Jeffreys (basso), Milton Reame-James (tastiere) e Jean-Paul Crocker (violino e chitarra) incide “The Psychomodo”. Le vendite del precedente “The Human Menagerie” (1973) sono andate benone, merito di due eccellenti singoli-traino (la maestosa “Sebastian” e quella “Judy Teen” che farà breccia persino nella Top Ten), nonchè del clamore creatosi attorno alla figura adocchiante del leader e a quella formazione così atipica, con un violino in grande spolvero e chitarre elettriche ben chiuse nelle fodere. Il sound è qualcosa di particolarissimo: una forma vaporosa che aleggia fra il pop pigro dei Kinks (il grande Ray Davies era un mito per Harley), cabaret mitteleuropeo, richiami al folk britannico e certe esasperazioni sinfoniche (vedi il leggendario tour de force di “Death Trip”) a far la spola fra levità rinascimentale e deliziose pomposità tardo-romantiche.

Di fronte ad un esordio così potente, ad Harley non resta che ribadire il discorso e rafforzarne il potere di suggestione, circoscrivendo il campo “scenografico” ad un personaggio che intrattenga gli spettatori e faccia da tramite per il suo nichilismo straripante. Nasce così il deforme Psychomodo: un incrocio fra l’“hitchcockiano” Norman Bates e il Gobbo di Notre Dame, figura un po’ autobiografica e paranoica che catalizza la scena e guida una parata di clown assassini, brave figure mitologiche e mostriciattoli assortiti. Insomma, se l’ipotesi di Eno è quella di “circuire” il glam per piegarlo ai propri esperimenti, quella di Harley sembra porsi in un’ottica di accerchiamento: immobilizzare la preda, azzannare alla gola e affondare i canini.

Sulle note “spaziali”dell’intro di “Sweet Dreams” ci si addentra in un circo sadomaso di cui Psychomodo è, naturalmente, capomastro: un burattino triste che si deride, ma che poi sfida il Creatore ad una sfilata di moda (il rifferama vanitoso della Title Track). La sua pronuncia cockney è una scheggia compulsiva, l’estrema idolatria per il music hall che informa timidi minuetti (i cori di bassi, il clavicembalo e il violino che si prendono a braccetto in “Mr. Soft”) e soffici jazz da night-club che dosano con parsimonia strumenti ed emozioni (i fraseggi sincopati di “Singular Band”, fra assoli di piano elettrico e rumori d’ambiente).

Se i primi quattro brani costituiscono un’introduzione scintillante ma relativamente “sobria”, il gran galà che segue mette in chiaro che ci si trova di fronte ad una devastazione di proporzioni immani. Ben cinque i capolavori messi in fila uno dopo l’altro, a comporre un climax di quasi insostenibile intensità: il mareggiare malaticcio di “Ritz” (riproposta efficacemente dai Church più di vent’anni dopo) e i suoi arpeggi liquefatti, arabeggianti, tenuti a bada da un’orchestra col violino di Crocker in bella vista; le disilluse ma fiere progressioni melodiche di “Cavaliers”, con un’armonica “dylaniana” e il sax a farsi battaglia mentre Harley vaneggia in preda a delirium tremens (“Masturbation – getting off; you can scoof / Your ideals offer nothing new /I’m getting ready to run and hide / Looking for a suitable bitch to crucify”); il contrappunto di marimba, pianoforte e violino della ballata “Bed In The Corner” a preparare il terreno per gli arroventati chitarrismi di “Sting It!” e quel suo finale dove il folk-rock dei Fairport Convention viene impietosamente inchiodato alla croce del glamour più vizioso; “Tumbling Down”, infine: il congedo orchestrale da grande occasione, tutto lustrini e lacrime artificiali.  

“Be careful, this is only a game! / If you believe what you see, you’ll be rewarded by me / And be drowned or burned – it’s all the same!” mette in guardia un non precisato Caronte nella burrasca di “Sting It!”. Parole che, stavolta, rimbalzano sull’ascoltatore e non convincono a dovere, proprio perché troppo è il bagaglio di disperazione di cui si fanno carico. “Oh! Dear / Look what they’ve done to the blues!” strilla ancora il cicerone Harley in coda a “Tumbling Down”, dando adito al nostalgico rimpianto per la purezza originaria della musica del diavolo (quando ancora Belzebù incuteva vero terrore) e, al contempo, autocelebrandosi artefice di siffatto allontanamento dalle radici. Il nocciolo sta tutto qui: nell’esaltarsi tanto per le proprie colpe che per i propri meriti. Ma, ancora una volta, chi può dire cosa sia colpa e cosa merito in una (pseudo)realtà dove ogni metro di giudizio s’inchina di fronte alla omnicomprensiva categoria del “bello”?  Ristagna, semmai, la sensazione di soggiacere al pulsare di un'interiorità incapace di trovare senso nel carosello di fiamme che sta inghiottendo il suo (nostro) esistere.

“Tumbling Down” è l’ultima cascata di polvere di stelle prima che cali il sipario e i pagliacci s’incamminino verso i camerini per struccarsi. Dall’anno successivo i Cockney Rebel già non esistono più (il furbacchione Harley proseguirà però la sua carriera solista conservandone il marchio) e il glam rock è ufficialmente cadavere, una salma vestita a festa. Non che cessino irrimediabilmente i movimenti di riflesso: proprio come unghie e capelli continuano a crescere fino ad alcuni giorni dopo il decesso, nel biennio ‘75/’76 si vedranno pallide repliche del glam più ortodosso (ecco l'ennesima mutazione dei temibilissimi – e potabilissimi – Slade) o notevoli realtà musicali che, però, del glam conservano soltanto l’impostazione scenica e vaghi retaggi sonori (il candore luciferino dei Metro, veri new romantics ante-litteram ma senza make up, le follie “glam-progressive” dei Tubes e degli islandesi Split Enz). Anche il giullare post-atomico Bowie si allontanerà dai suoi precedenti alter-ego, prima imbarcandosi nella fusione elettro-rock di “Station To Station”, poi cercando (s)conforto fra le macerie ancora fumanti dell’allora Berlino Ovest e mettendo mano – in compagnia di chi sappiamo – a quella trilogia immaginifica che segnerà come poche le vicende della New Wave. Bisognerà aspettare fino ai primi vagiti del New Romantic perché lo spettro agghindato del decadentismo torni a farsi risentire così massicciamente nella musica popolare del Regno Unito. Ma questa, si sa, è un’altra (bellissima) storia.

V Voti

Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 4 voti.
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Cas 8/10
REBBY 6,5/10

C Commenti

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Peasyfloyd alle 12:29 del 29 gennaio 2008 ha scritto:

e questi qua?

da dove caspita li hai tirati fuori? ))

Eh non rimane che aggiornarsi e acculturarsi

loson, autore, alle 13:09 del 29 gennaio 2008 ha scritto:

RE: e questi qua?

Ahah, ho un cilindro magico a portata di mano...D

Scherzi a parte, all'epoca erano piuttosto famosi in Inghilterra e col tempo sono diventati una potentissima icona del glam (non so se hai presente il film "Velvet Goldimine" di Todd Haynes, cmq la colonna sonora comprende diversi brani dei Cockney Rebel e Steve Harley)...

Dr.Paul (ha votato 8 questo disco) alle 14:11 del 30 gennaio 2008 ha scritto:

un bel disco, una band che se ne mangiava parecchi di glam-contendenti, andavano ben oltre il 4/4 sempliciotto, certo qualche limite lo avevano...

a margine segnalo anche una compilation a basso prezzo con vari singoli, tra cui le epiche make me smile, sebastian, e la cover di here comes the sun dei beatles!

TheManMachine alle 20:37 del 30 gennaio 2008 ha scritto:

Della serie: non si finisce mai di conoscere!...

Ottima recensione, circostanziata ed evocativa, mi ha fatto venir voglia di andarmi ad informare su questa band che non conoscevo. Thanks.

Cas (ha votato 8 questo disco) alle 19:15 del 13 agosto 2009 ha scritto:

Eccentrico, sfacciato e incredibilmente "arty". Si accosta più che degnamente ai soci Bowie-Eno-Ferry. Ottima riscoperta!