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R Recensione

8,5/10

Mdou Moctar

Afrique Victime

Non so esattamente cosa sia il rock”. Forse, d’altra parte, ci sono solo due tipi di musicisti in grado davvero di lasciare un segno che valga la pena solcare con la punta di un giradischi. Ci sono i musicisti che escono dalle accademie e dai conservatori, che hanno imparato la musica studiandone la storia, che suonano solo dopo aver imparato (e poi dimenticato) armonia e contrappunto, che dominano con coscienza tecnica uno strumento dopo lungo apprendistato; poi ci sono i poveri di spirito, nel senso più alto del termine, i musicisti che non sanno leggere perfettamente la musica (o per niente), che applicano (o strappano) norme che non conoscono, che suonano come se sapessero suonare davvero. Che non sanno esattamente cosa sia il rock.

Mahamadou Souleymane, conosciuto come Mdou Moctar, è un musicista di Agadez, in Niger, ed è inserito nella seconda categoria. Da bambino i genitori gli impedivano di suonare la chitarra e, in fondo, trovarne una nel deserto era piuttosto complesso. Mdou ne costruisce una utilizzando strumenti di fortuna, tra cui la catena di una bicicletta. Per molto tempo - un pubblico è qualcos’altro che non si trova facilmente nei deserti - ha suonato ai matrimoni nella lingua tuareg, il tamasheq. Il suo primo album, Anar, da molti definito con il termine blues del deserto, diventa un successo in tutta l’Africa tramite una catena di distribuzione fatta di cellulari e bluetooth. Da allora Moctar suonerà una musica che mescola le tradizioni tuareg con il blues e il rock occidentali, senza sapere esattamente cosa sia il rock.

Il suo album del 2019, Ilana (The Creator), è un grandissimo disco. Afrique Victime lo eguaglia. Moctar ci mette una chitarra padroneggiata con la mano sinistra del diavolo e ci mette la voce, assieme a quella di alcuni amici che cantano con la voce di una comunità sanguigna, viva, in grado di ballare sui ritmi rimbalzanti del folklore tuareg. Non sa niente del rock, dice, ma nel suo disco c’è il rock migliore. A volte sembra di sentire la chitarra orchestrale dei Pink Floyd o una chitarra space rock (sparatemi pure), a volte delle vibrazioni takamba.

L’Africa che racconta e terribile, “vittima di molti crimini / Se rimaniamo zitti sara la fine per noi”, scrive in una sua canzone. “Qui la situazione è terribile, le persone continuano a morire e a lasciare il paese” fa sapere in un’intervista. “Da quando la Francia e gli Stati Uniti hanno costruito le loro basi militari in Niger, abbiamo problemi con il terrorismo che prima non avevamo. Qualche giorno fa sono uscito di casa per andare a trovare la mia famiglia e sono stato inseguito da un gruppo di jihadisti. Ho sempre amato suonare ai matrimoni della mia comunità. Lo facevo fino a qualche mese fa, nonostante gli impegni con i tour all’estero, ma mi sono dovuto fermare, sia per la pandemia sia per gli attentati. Non me la sento di riunire tante persone, quindi quando mi invitano rifiuto, a malincuore”. Ma la racconta con il respiro, non con il sospiro.

Ma non sono le mie parole a essere convincenti, basta l’ascolto della title track, alla penultima traccia, che racchiude il senso di cosa Mdou sia in grado di fare.

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Marco_Biasio alle 14:14 del 10 giugno ha scritto:

Grande segnalazione. Qui dentro c'è la migliore Africa lisergica, selvaggia (la title track) ma allo stesso tempo mantrica e tradizionale (Bismilahi Atagah mi ricorda alcuni degli episodi migliori del Group Doueh). Aspetto ancora un po' di ascolti prima di votare, ma siamo probabilmente sull'8. Fabio, questo fa per te...