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R Recensione

9/10

IOSONOUNCANE

IRA

Un saluto a tutti quelli che lo conoscevano, mi scrive nel meriggio l'amico G., in un sms, con riferimento a un verso de La macarena su Roma (Un saluto a tutti quelli che mi conoscono), intendendo che IRA sbaraccherà gli occasionali, i fan di cartapesta, i modaioli, quelli delle hit, quelli di Stormi. Vuol dire che è, questo lavoro, una rivoluzione, una palingenesi. D'altra parte come si fa a non associare DIE e IRA a dies irae, a un giudizio universale, a una musicale resa dei conti definitiva?

E allora come si fa a parlare di un'opera talmente vasta, stratificata, nerboruta? Come si fa a parlare di Guerra e pace? Come di 2001 Odissea nello spazio? Come non si può non riconoscere la grandezza, e custodirla in silenzio? Come si fa, rispondo all'amico G., a non cadere senza farsi male dopo l'alto volo di DIE? Come si fa, anzi, a non cadere ma a volare più alto ancora? Come si fa a dire di un disco che, da sé, non dice? Che inabissa la voce nei gorghi degli strumenti e che si libera in idiomi borbottati, enigmatici, alieni?

Come si fa a raccontare di un viaggio notturno, atmosferico, cupo e conturbante, verso posti sconosciuti e primordiali? Come si fa a non apprezzare l'opera culturale e politica di un uomo che si mette a nudo, in copertina e nell'arte che propone? Come si fa a non sostenere, senza gonfiare le proporzioni o scadere in comparazioni illogiche e anacronistiche, che IRA sta a Kid A come DIE stava ad Anima Latina?

Come si può rispondere a questa vana sequela di domande? 

Un saluto a tutti quelli che lo conoscono.

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Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 5 voti.
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motek 7/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 7,5 questo disco) alle 22:23 del 17 maggio ha scritto:

Premessa obbligatoria: questo è solo un breve commento che riporta le crude impressioni a caldo di un primo ascolto "isolato" in cuffia e che non tiene volontariamente conto del rumore di fondo in cui già naviga il disco. Primo punto: suoni esteticamente curatissimi, anche e soprattutto nelle loro giunture di transizione, nelle loro opposizioni dialettiche. Secondo punto: per quanto non vi sia nessuna "novità" senso strictu (non che bisognasse aspettarsela per forza, d'altronde) alcune cose sono decisamente notevoli ("jabal", "ojos" e "hajar" sono i pezzi che mi hanno più impressionato dal primo ascolto); e però ci sono anche parecchie lungaggini del tutto superflue (la parte centrale di "prière" e il blocco 13-15, per ora) che potevano e dovevano essere rimodulate. Terzo punto: se questo disco parla effettivamente a qualcuno, a chi parla? Al fan inesperto che ne sarà forse scioccato, a quello scafato che gli farà minuziosamente le pulci, o forse, più probabilmente, a sé stesso?