R Recensione

8/10

Weather Report

I Sing the Body Electric

Ci sono alcuni gruppi nella storia della popular music per i quali vale la locuzione di “gruppo-laboratorio”. I Weather Report sono uno di questi. Infatti al di là del fatto che attorno ai due leader Wayne Shorter ai sax e Josef Zawinul alle tastiere, si siano composte almeno dieci formazioni differenti sotto il marchio “bollettino meteorologico”, si evidenzia per una certa parte del percorso artistico del gruppo, una spiccata tendenza alla sperimentazione in quella più o meno ampia fascia del genere musicale che va sotto i nomi di jazz-rock, rock-jazz, o fusion (a seconda dell’angolazione dalla quale la si guarda). Questo insieme nato nel 1971 si propone con il secondo album pubblicato, nonché uno dei loro classici. Nel lavoro viene percorsa la strada indicata da Miles Davis in Bitches Brew, infatti non a caso le due menti del progetto collaborano per vario tempo con Miles ed altri negli anni precedenti.

Il titolo riprende quello di un racconto mentre la copertina emana un certo senso di inquietudine; la prima facciata è composta in studio, mentre la seconda rappresenta una selezione da un concerto dal vivo in Giappone che viene pubblicato per intero dopo poco tempo, con un doppio dal titolo Live in Tokyo (1972). Sulle riviste musicali dell’epoca talvolta si parla anche di jazz elettrico. Questa creatura musicale nata ancora negli anni sessanta configura la compenetrazione tra il suono tratto da strumenti acustici e quello proveniente da strumentazione elettrica ed elettronica. Da una parte il jazz e dall’altra il rock che tentano un matrimonio.

Come nei matrimoni tra esseri umani ci sono quelli che funzionano e quelli che pur non funzionando rimangono sotto lo stesso tetto, così nel jazz-rock abbiamo esempi ben riusciti ed altri quantomeno maldestri ma oramai immortalati nei solchi dei dischi. Sono due mondi lontani che si incontrano, con usi e costumi diversi, ma l’aggregazione non è impossibile. Proprio come nelle unioni, ognuna delle due parti deve rinunciare a qualcosa, adattarsi in favore del nuovo legame. In I Sing the Body Electric compaiono i sintetizzatori, la sezione ritmica (anche se chiamarla così è certamente riduttivo in questo genere), è composta dal batterista Eric Gravátt già con il gruppo di McCoy Tyner e dal contrabbassista Miroslav Vitous. Vi sono poi vari musicisti che si alternano in alcuni brani per rinforzare l’organico con altri strumenti.

Il primo pezzo, molto bello, dal titolo Unknown Soldier vede tra le originalità l’uso dell’A.R.P. 2600, allora modernissima tastiera e di un corno inglese non particolarmente necessario che fa una sorta di controcanto al sax. La descrizione di questo come di altri brani risulterebbe sterile data la struttura notevolmente diversa rispetto ad altri generi. La varietà di momenti e la mancanza di simmetrie corrisponde alla varietà di atmosfere, determinata da una base ritmica rapida e tesa, sulla quale entrano ed escono a piacere i vari strumenti. Spesso questi sono brani in continuo divenire, paradossalmente come certa musica del romanticismo ottocentesco, che scardina la forma della sonata per liberarla dalle strutture formali. In queste opere musicali vi è una trasposizione simbolica della realtà, con un tempo che le è proprio. Nel jazz e nel jazz-rock che ne è il figlio più o meno legittimo vi è un flusso irregolare di un mondo sonoro nel quale la dinamica regna sovrana. In questo LP tutto ciò viene rispettato.

Si rintraccia un lungo clima di attesa, con apici che alla fine non si risolvono. L’apertura e l’accompagnamento di The Moors vengono affidate alla chitarra a dodici corde suonata da Ralph Towner (degli Oregon, un interessante gruppo di progressive attivo ancora oggi). Anche qui vi è una dinamica interiore del brano, che si sviluppa per gradi sin dalle prime battute di chitarra sola. I finali sono inaspettati e possono lasciare sorpresi o amareggiati. Anche in Crystal non vi è nessuna concessione alla spettacolarità che sovente contraddistingue il jazz. Second Sunday in August, dedicata alla festa per il raccolto dei campi, cammina su di un ritmo saltellante continuamente spezzettato da altre percussioni, un procedimento piuttosto usato dai Weather in vari brani della loro discografia. Come in altri dischi viene scardinato il concetto tradizionale di tema, a favore di un sostanziale livellamento dei componenti. La seconda facciata, dal vivo (ragioniamo ancora per LP perché si appartiene a quella generazione), contiene un lungo brano di quasi undici minuti, a carattere improvvisativo.

Abbiamo una frenesia della ritmica (ma anche una duttilità, indispensabile in questo genere musicale) e di strumenti solisti in crescendo, che poi subisce un rallentamento e una stabilizzazione che lascia ampio spazio a liberi interventi. Improvvisare significa anche o forse soprattutto, lasciarsi trasportare sull’onda del momento. Ecco allora l’alternanza di momenti di forte accelerazione strumentale, guidati dal sax sorretto da un nugolo di percussioni, con momenti di rilassamento o direi meglio di preparazione a qualcosa. Tutto converge verso un finale degno del free jazz degli anni sessanta. I passaggi ai brani seguenti avvengono senza soluzione di continuità. In Surucucù le timbriche di ogni voce mantengono la loro individualità pur nella generale amalgama, con un certo risalto dato alle percussioni e dove alcuni effetti di synt sembrano più che altro degli esperimenti per testare le possibilità offerte dalle tastiere che non un vero e proprio disegno sonoro. Infine in Direction lo spezzettamento melodico è generalizzato.

Gli elementi costitutivi della musica tonale ci sono, solo che si trovano ritagliati, frastagliati e incollati. Un cardine di queste musiche è quello secondo cui le mani o la bocca dei musicisti devono essere rapidi traduttori del pensiero compositivo. Questo complica le cose per tutti, soprattutto per gli ascoltatori che ne fruiscono. Il disco risente positivamente delle esperienze vissute dal jazz rivoluzionario venuto dopo il bebop, nonché della svolta elettrica operata da Miles Davis. Questo genere in ogni caso amplia il pubblico del jazz catturando una parte di quello rock. Volgarmente parlando, ciò implica un incremento di cubatura, passando dai club o dai teatri, ai palasport.

In linea generale si tratta di musica raffinata che tuttavia crea facilmente un certo senso di disorientamento, probabilmente voluto dai musicisti, che seguono i loro pensieri più che le attese del pubblico. D’altro canto il jazz è per definizione musica del momento, ossia musica che viene creata per essere perfettamente aderente alla contemporaneità, più di qualsiasi altra. L’improvvisazione ha questa come arma principale. Secondo alcuni critici dopo questo disco vi è una svolta commerciale nei Weather Report, nella direzione delle vendite e quindi in quella di una maggiore accondiscendenza.

Francamente condivido questo in minima parte, anche perché non so come si potrebbero allora definire altri fenomeni musicali che non cito per pudore. Considero invece che questa sia una musica che non può essere jazz perché troppo elettrica ed elettronica, ma non deve essere rock perché è sicuramente molto meno prevedibile. Vi è una frase emblematica e sibillina di Zawinul sulla copertina del primo LP, nella quale afferma: «noi siamo sempre in assolo e non siamo mai in assolo».

V Voti

Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 17 voti.
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loson 9/10
lev 8/10
VDGG 8/10
REBBY 7,5/10
B-B-B 9/10

C Commenti

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loson (ha votato 9 questo disco) alle 12:00 del 27 maggio 2008 ha scritto:

Grande Album. Però preferisco l'esordio: più astratto e impalpabile. Bella recensione.

lev (ha votato 8 questo disco) alle 18:23 del 14 novembre 2008 ha scritto:

interessante come il debutto, ma credo che il successivo sweetnighter sia il loro capolavoro

VDGG (ha votato 8 questo disco) alle 12:03 del primo settembre 2012 ha scritto:

Gruppo fondamentale del jazz-rock, che molto deve agli inizi alla lezione del "Davis elettrico".

I fondatori Zawinul e Shorter misero il loro sigillo, soprattutto Zawinul, anche dal punto di vista compositivo, si pensi ad es. a "In the Silent Way".

Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo durante il tour di supporto a "Procession".

galassiagon (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:55 del 20 settembre 2012 ha scritto:

Un capolavoro, il lato live è difficilino, ma indimenticabile :

musica ritmicissima piena di colori tropicali.

Ancora troppo avanti nel tempo un disco del genere.

Paolo Nuzzi (ha votato 9,5 questo disco) alle 11:28 del 2 marzo 2015 ha scritto:

Un disco assurdo, a tratti impalpabile ma di una potenza rara, che lascia stecchiti.