R Recensione

9/10

Yes

Tales from Topographic Oceans

Nel 1973 gli Yes, reduci dai gloriosi fasti di Close to The Edge e del triplo live Yessongs, danno alla luce quello che probabilmente rappresenta a tutt’oggi uno degli album di musica progressive più controversi e dibattuti, un lavoro dove l’aggettivo più ricorrente è stato ed è tuttora “ambizioso” inteso nelle sue accezioni meno nobili, ovvero “pretenzioso” o “autoindulgente”, stroncato ferocemente dalla critica alla sua uscita ma considerato al contrario un capolavoro da molti dei loro fans.

I disaccordi ed i contrasti di opinioni legati a quest’album, opera principalmente del cantante Jon Anderson e del chitarrista Steve Howe, vengono vissuti pesantemente anche all’interno della band, infatti il tastierista Rick Wakeman lascerà il gruppo prima della realizzazione del disco successivo, Relayer, ma paradossalmente proprio in quest’album sono contenuti alcuni passaggi alle tastiere tra i migliori della sua carriera; il batterista Alan White proveniente dalla Plastic Ono Band di Lennon & Ono, sostituisce invece proprio in quest’album e in maniera più che adeguata l’ottimo Bill Bruford, che aveva appena abbandonato il gruppo per unirsi alla corte del Re Cremisi.

Anderson spiega nelle note di copertina dell’album che l’idea dei quattro movimenti o suite, in cui è strutturato il disco, prende luce dopo la lettura del libro “Autobiografia di uno Yogi” di Paramhansa Yogananda, libro che descrive le quattro scritture shastriche della cultura mistica orientale che riguardano i molteplici aspetti della vita umana.

Sicuramente quindi un progetto importante, articolato e complesso, rischioso da trasporre in note evitando di sfociare nella pedanteria o nella prolissità.

La musica inevitabilmente rispecchia la complessità dell’idea di partenza, spingendo le sonorità della band verso i confini (ed i limiti) del rock progressive, dilatando i quattro brani fino alla durata di circa 20 minuti ciascuno, sfiorando in alcuni punti la monotonia, in altri la genialità, in particolare nel brano di apertura The Revealing Science of God, con i suoi intrecci vocali ed i suoi vari passaggi strumentali ora possenti ora rarefatti (si ascolti in particolare il fantastico assolo al Minimoog di Wakeman) e nell’ultimo Ritual, con la potente sezione ritmica di Alan White e con degli splendidi assolo al basso di Chris Squire, davvero superbo in questo disco, dove si raggiungono livelli di pura maestria.

Il terzo brano The Ancient è un brano dominato dalla slide guitar di Howe che si lancia in dissonanti e stridenti assolo dando vita ad un complesso e compatto muro sonoro di non facilissimo ascolto che alla fine collassa risolvendosi in pacate atmosfere acustiche tra le più ispirate del repertorio del gruppo.

Il secondo brano The Remembering invece è dominato dalle fluide tastiere di Wakeman e dalla voce di Anderson ed è forse l’episodio meno convincente del disco, dove si insinua una certa sensazione di noia: qui avrebbe giovato senz’altro una maggiore sintesi, anche se le parti corali alla fine di questo pezzo suscitano brividi di emozione.

Tales from Topographic Oceans, nonostante alcuni limiti, è quindi un album sicuramente ricco di spunti e di invenzioni sonore, e rimane uno dei più complessi ed articolati (oltre che dei più criticati) dischi di musica progressive di quel fertile periodo (penso a The Lamb dei Genesis, Starless & Bible Black dei King Crimson, In A Glass House dei Gentle Giant e, a proposito di dischi controversi, A Passion Play dei Jethro Tull…). Il suo punto debole risiede nella durata talvolta eccessiva dei brani che ne ostacola in parte la fruibilità e nella sua complessità e sovrabbondanza di idee che non lo rendono accessibile se non a coloro che abbiano orecchie ben allenate ad un certo tipo di ambientazioni e di sonorità.

Nous Sommes Du Soleil, We Love When We Play..." canta Jon Anderson alla fine del disco, e su queste bellissime parole non possiamo non pensare all’ineluttabile destino che attende questo genere musicale di cui gli Yes hanno fatto la storia e che questo disco nel bene e nel male simboleggia… il ciclone punk e la febbre del sabato sera sono ormai alle porte con nuovi linguaggi e nuove lusinghe.

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 21 voti.
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REBBY 7/10
alekk 7,5/10
B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10
brogior 9,5/10

C Commenti

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PierPaolo (ha votato 7 questo disco) alle 9:05 del 23 gennaio 2009 ha scritto:

Buon esordio Franco

Rece perfetta per chi non è molto addentro alle cose Yes, inquadra correttamente questo disco rispetto alla loro carriera. Gli appassionati progressive come me andrebbero in cerca di qualche concetto più personale, qualche approfondimento più sorprendente, ma la tua scelta di raccontare l'indispensabile e il fondamentale è più che condivisibile. Il mio voto è però diverso dal tuo.

andrewdelarge (ha votato 10 questo disco) alle 17:17 del primo aprile 2010 ha scritto:

Yes

Puro paradiso sonoro!!! Una cristallina ispirazione e un ineguagliata perfezione formale, formano questo capolavoro... puro diamante lanciato nell'imperfetto mondo del rock

andrefanti alle 17:32 del 5 gennaio 2012 ha scritto:

ponderoso e affascinante

a volte anche un'opera non scevra da evidenti difetti come questa può risultare affascinante e indimenticabile. le recensioni dell'epoca ( ebbene, sono vecchio ) lo definivano magniloquente ed estetizzante, ma forse il bello di 'tales' sta tutto nell'esagerazione di cui è infarcito. Chi l'ha detto che il senso della misura e l'equilibrio sono requisiti essenziali, quando ci sono l'entusiasmo, la passione, la sfrenatezza, la spontaneità? adoro queso disco zoppicante e a tratti grossolano ! adoro l'enfasi a volte sgraziata da cui è pervaso ! adoro la bulimia musicale che lo sorregge ! adoro la bizzarria un po' sconclusionata dei cinque ragazzotti che ne sono autori ! avercene, brutti anattroccoli come questo . . . .

alekk (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:26 del 15 marzo 2013 ha scritto:

la qualità musicale è molto alta ma rispetto ai grandi lavori precedenti qua gli yes esagerano nella pomposità e nel barocchismo. se "the revealing science of god" è davvero notevole le altre alla lunga risultano un pò tediose. diciamo che poi non aiuta il fatto che tutte le 4 canzoni dell'album siano delle suite lunghe. un album "esagerato" in tutti i sensi,ma rimane comunque di ottima fattura

Mushu289 (ha votato 7 questo disco) alle 15:44 del primo settembre 2015 ha scritto:

prolisso, esagerato, però ha i suoi momenti di gran spessore il primo pezzo è buonissimo, il secondo una palla tremenda, il terzo, buono ma con dei cali, il quarto ottimo anch'esso quasi quanto il primo, sommando il tutto:

The Revealing Science Of God: 8,5

The Remembering: 4

The Ancient: 6,5

Ritual: 8

voto complessivo: 7

cthulhu (ha votato 6 questo disco) alle 8:37 del 30 settembre 2015 ha scritto:

Qui hanno decisamente perso la misura; i detrattori del prog lo prendono come punto di riferimento per attaccare il genere. Se non erro compariva anche in una vecchia lista del Mucchio dedicata ai 100 dischi peggiori della storia. Tuttavia contiene anche grandi momenti di musica come in "Ritual".

Utente non più registrato alle 15:18 del 30 settembre 2015 ha scritto:

E' una "pratica" che in fondo facciamo tutti...

Probabilmente la differenza sta nel fatto che i "detrattori del prog" sono sicuramente più costanti e assidui nelle loro critiche e forse, non si rendono conto che anche i loro generi preferiti possono essere in egual misura (se non di più), criticati...e il prog è sicuramente un genere più multiforme di altri...

Totalblamblam (ha votato 1 questo disco) alle 19:11 del 30 settembre 2015 ha scritto:

sto disco è such 'na palla che infatti avete giustamente tagliato due pezzi della tracklist

Mushu289 (ha votato 7 questo disco) alle 14:58 del primo ottobre 2015 ha scritto:

hanno tagliato i migliori pure, comunque da quel che vedo non è solo questo disco loro che ti causa dissenteria

brogior (ha votato 9,5 questo disco) alle 16:50 del 10 gennaio ha scritto:

Fondamentale, mezzo voto in meno per The remembering ma per me le altre tre sono sopra il 10, puro paradiso musicale

Giorgio_Gennari (ha votato 4 questo disco) alle 13:56 del 22 febbraio ha scritto:

Allora ti consiglio Cyborg di Klaus Schulze o Third dei Soft Machine, anche loro doppi con un brano di 20 minuti per lato, quelli sì paradisi musicali.

brogior (ha votato 9,5 questo disco) alle 11:09 del 23 febbraio ha scritto:

conosco entrambi e li ritengo esattamente come tu hai definito Tales, noiosi e inutili, gusti no?

brogior (ha votato 9,5 questo disco) alle 11:46 del 23 febbraio ha scritto:

escluderei dal mio giudizio solo Moon in june che, pur pagando il prezzo della infelice registrazione, è un pezzo notevole anche se ripetitivo oltre misura (e critichiamo gli Yes?), gli altri tre brani sono agonia per le mie orecchie ma niente in confronto all'ora e mezza di Shultze che mi sembra addirittura un insulto al mio senso della musica (intesa come scrittura su pentagramma)

Giorgio_Gennari (ha votato 4 questo disco) alle 16:38 del 27 febbraio ha scritto:

È un peccato che queste opere ti facciano così pena, ma evidentemente abbiamo gusti divergenti. Solo ti consiglio di dare un'altra possibilità a Third, capisco che sia un tipo di musica molto "del cervello" e poco "del cuore", ma è un lavoro di prima qualità; consentimi inoltre di dissentire sulla ripetitività dell'eccellente Moon In June.

brogior (ha votato 9,5 questo disco) alle 14:46 del primo marzo ha scritto:

Schultze non mi sento di considerarlo un artista, magari uno sperimentatore di sonorità ma, come già detto, per me la musica è ben altro, la mia infatuazione per gente come lui o Tangerine Dream è durata un attimo, giusto il tempo per capire che non si parlava di musica. Per quanto riguarda Third continuo a pensare che è davvero troppo ripetitivo, non amo tutto quello che è mescolato, o derivato, dal jazz. Davvero non riesco a capire come una base praticamente sempre identica per 20 minuti con sopra delle evoluzioni soliste dei vari strumenti possa provocare una qualsivoglia emozione ma questo è un mio limite o gusto. Ieri mettevo a posto i miei CD e quando mi è capitato tra le mani Third mi è venuto da sorridere, ho desiderato tanto possederlo, fidandomi delle opinioni altrui, ma da anni giace inascoltato tra i miei 1000 CD

Giorgio_Gennari (ha votato 4 questo disco) alle 18:56 del primo marzo ha scritto:

Beh, sicuramente i Soft Machine erano dei particolari.. secondo te però l'apice (cioè il disco che ascolti più volentieri) degli Yes qual'è? Io credo CTTE, ma solo per la compattezza dei brani, altrimenti sarebbe Fragile

brogior (ha votato 9,5 questo disco) alle 10:43 del 2 marzo ha scritto:

ascolta, per me il disco più "fresco" degli YES, più rock, è Yes Album, Fragile non mi entusiasma, troppo autocelebrativo con tutti i piccoli brani a mostrare le capacità tecniche dei musicisti anche se Roundabout, south side e heart of the sunrise .... che roba! CTTE è la perfezione e l'equilibrio, senza nulla fuori posto, senza dubbio l'apice in quanto ad omogeneità, il famigerato TFTO lo ritengo quello più pieno di idee e forse di esagerazioni che ci stavano tutte, per me, se se non ci fosse stata The Remembering, sarebbe stato di gran lunga il migliore TES e comunque è quello che ascolto più volentieri da due anni a questa parte (forse perchè l'ho snobbato per decenni per colpa di cattive recensioni), Relayer lo ritengo superiore a Fragile poi non sono più stati gli stessi Yes da Going in poi anche se turn of the century, parallels e Awaken le amo alla follia

Giorgio_Gennari (ha votato 4 questo disco) alle 13:53 del 22 febbraio ha scritto:

Causa troppo poco materiale per un doppio, i brani furono diluiti e allungati ottenendo un risultato agghiacciante. Il crescendo di cori all’inizio di The Revealing Science of God sembra promettere bene, se non fosse che il brano si incarta in continuazione su passaggi vocali poco originali. Verso la fine si materializza una sezione strumentale più aggressiva, ma purtroppo invece di svilupparsi viene soppressa dai soliti cori. Questi difetti sono nulla in confronto a The Remembering, dove le pur armoniose melodie iniziali non si sviluppano mai, andando di fatto a formare un clamoroso riempitivo (e venti minuti di noia non son pochi). In effetti ho l’impressione che ogni brano sarebbe potuto essere accorciato di una metà buona. The Ancient (Giants Under the Sun) offre alcuni passaggi più insoliti (anche se in certi punti Wakeman somiglia pericolosamente a Keith Emerson), ma le parti più godibili sono quelle dove suona Howe da solo; Jon Anderson, la cui voce fino al disco precedente era uno dei punti di forza degli Yes, qui è perfino inopportuno: con molti aggiustamenti (e tagli) Ancient poteva essere una buona suite strumentale. Ritual vede un guizzo di genio dal minuto 13° al 16°, un impeto di rabbia collettiva seguito da un percussionismo nervoso e suoni spaventosi, ma il resto del brano è tristemente soporifero. Trovo incomprensibile che questo album la cui parte migliore è la copertina sia da qualcuno considerato la vetta artistica del gruppo: se già gli ELP avevano precedentemente reso noti alcuni dei lati peggiori del progressive, TALES contribuisce con brani falsamente ambiziosi, autocompiaciuti, inconcludenti e per giunta noiosissimi. Da evitare