John Lennon
Plastic Ono Band
John Lennon il genio, il grand’uomo, il “capo” dei Beatles, il grande compositore, l’attivista politico, il poeta, il martire, il mito.
John Lennon lo scoppiato, il pigro rintanato a Manhattan a letto davanti al televisore, il succube di una giapponesina avida e furba, l’ex-capo dei Beatles poi soppiantato da McCartney, il mitizzato, il sopravvalutato.
Difficile farsi un’idea stabile di John Lennon. Può aiutare la fruizione di quest’album, terribile e intensa raccolta di esternazioni per lo più di angosce e malesseri, in forma sempre e comunque asciutta e scheletrica del tutto lontana da qualsiasi rivestimento ed abbellimento pop. Lennon fa uscire le canzoni come fiotti di sangue, scoperchiando il pentolone di irrisolti sensi di colpa ed insoddisfazioni croniche che annichiliscono la sua mente.
C’è il lutto/abbandono mai accettato/perdonato di sua madre (“Mother”, “Mummy’s Dead”) la quale, rimasta incinta da un tizio subito dileguatosi, abbandonò John che aveva cinque anni affidandolo a sua sorella e poi, quando aveva preso a frequentarlo un po’ che era ormai ragazzo, morì in un incidente stradale.
Madre tu mi avesti ma io non ti ebbi mai
Io ti volli e tu non mi volesti…
Padre tu mi lasciasti, ma io non ti ho mai lasciato
Avevo bisogno di te, tu non ne avevi…
C’è l’eroina che scorre fredda e pericolosa nel suo corpo, con l’alternarsi delle fasi di assunzione e di dolorosa astinenza e disintossicazione. Ci sono tutti i miti e i progetti ai quali si è dato in passato e che ora gli si rivelano vuoti, ipocriti. “God” è la canzone più flagellante per questo:
Dio è il concetto attraverso il quale misuriamo il nostro dolore…
Non credo alla magia, alla bibbia, ai tarocchi, a Hitler
A Gesù, Kennedy, Bhudda, Mantra, Gita, Yoga, ai re, a Presley, a Dylan, ai Beatles…
Credo solo a me e a Yoko…
Il sogno è finito, ieri cavalcavo le onde, oggi sono un altro...
E poi ancora “Ieri ero il Tricheco (“The Walrus” celeberrima sua canzone), oggi sono John…”. La “botta” della fine dei Beatles, benché perseguita e voluta, è causa di ulteriore smarrimento e senso di solitudine (“Isolation”, drastica e amara pure questa):
La gente dice che doveva essere fatto
Ma non riesce a capire quanto ci dispiace?
Tutti abbiamo bisogno di una casa…
In mezzo a tali mortiferi sfoghi spuntano tracce di vitalità e saldezza d’animo, rappresentate da pensieri d’amore (“Love”, appunto, semplice e toccante), autoincoraggiamenti (“Hold On”) oppure combattive e lucide denuncie sociopolitiche (“Working Class Hero”):
Ti bastonano a casa e ti battono a scuola
Ti odiano se sei intelligente ti trattano come uno scemo
Finchè non sei abbastanza rincoglionito da seguire le loro regole
Ti drogano con religione sesso e TV
Ti fanno pensare di essere svelto evoluto e libero
Invece sei ancora un cazzo di villano, assolutamente…
L’ultima strofa è la più bella:
C’è un ufficio lassù in cima ti dicono ancora
Ma prima devi imparare a sorridere mentre uccidi
Se vuoi veramente essere uno dei ragazzi in cima alla montagna…
La musica che accompagna tali rigurgiti di depressione, schifo e tenue speranza è minimalista ed essenziale, un po’ di pianoforte e di chitarra, il disponibile Ringo alla batteria, gli amici Klaus Woorman al basso e Billy Preston per le parti più difficili di piano.
Lennon è stato capace di tutto, nel bene e nel male. Qui mette a nudo la sua anima senza pietà e commiserazione e minimo pudore ed è questa la grande forza di quest’album: vera umanità, vera crisi, vera opera fatta per se stesso e non per questo anzi proprio per questo capace di coinvolgere chiunque lo desideri. Con la schiettezza e la profondità e l’efficacia procurate dall’urgenza e il coraggio e la sensibilità e la voglia sue.
È Arte, quindi.
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