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Genesis - Monografia (1/5)

I - C'era una volta il progressive... E i Genesis?

In principio furono le suite, i passaggi arzigogolati, le fioriture strumentali, il sinfonismo magniloquente: "In The Court Of The Crimson King", insomma. Una pietra miliare che si suole far coincidere con l'essenza stessa dello stile "neoclassico" che da lì a poco conquisterà un'Europa improvvisamente memore dei suoi trascorsi "colti" e bendisposta a riappropriarsi di quel patrimonio musicale che il rock'n'roll sembrava aver spazzato via per sempre. Le colossali aperture di mellotron di "Epitaph" avranno l'effetto di un tornado che si abbatterà con impeto inaudito non solo sull'Inghilterra, ma su ogni angolo del vecchio continente (come dimenticare la ricchissima scena progressive italiana dei '70s?) e farà un numero spropositato di proseliti.

Lungi dall'essere un movimento esclusivamente reazionario (come afferma invece un consolidato orientamento critico che insiste sui soliti clichè progressivi e trascura sovente il vastissimo campo d'azione in cui si muove, con sorprendente agilità, questo dinosauro dalla testa enorme e dalla memoria lunghissima), il progressive ha esasperato - nel bene e nel male - quel concetto di fusione fra generi musicali che già certa psichedelia aveva abbozzato (vedi Kaleidoscope o Incredibile String Band) e si adopera per fagocitare con avidità modelli anche lontanissimi fra loro come la classica, il jazz, il pop e le musiche etniche.

E' naturale, pertanto, che la scena prog-rock inglese dei primi '70s appaia assai variegata e faccia bello sfoggio di band con caratteristiche del tutto peculiari. Una di queste, incredibilmente, assurgerà per gran parte del pubblico a simbolo vivente dell'era: i Genesis. La band capitanata dall'istrionico Peter Gabriel incarnerà molti degli stereotipi - sia positivi che negativi - comunemente associati al genere, salvo poi riciclarsi negli anni '80s (ah, il trasformismo!) come redditizia ed insipida pop band sotto la guida del "Re Mida" Phil Collins e disperdere così il verbo progressivo in un mare di zuccherose canzoncine senza nerbo.

Ad ogni modo, per tutto il periodo con Gabriel in formazione, il quintetto sintetizza mirabilmente gesta e scritti di quell'inedito "sentire" nostalgico dal quale altri gruppi - orientati verso sonorità ed immaginari più futuristici - prenderanno invece le distanze. Non si creda, però, che l'arte dei Genesis gongoli nella pura e semplice fascinazione per l'antico, per il retrò: si rischierebbe di fraintendere clamorosamente la portata di una musica che guarda soprattutto a se stessa come fonte primaria di ispirazione; una musica che è un microcosmo perfettamente autosufficiente, che non cerca imput dall'esterno ma preferisce nutrirsi della sua stessa aura magica, contemplandosi e celebrandosi fino alla nausea.

Il sound dei primi Genesis non appartiene a nessun luogo e a nessun tempo: è un sogno di cui al mattino ci vergogneremmo proprio per la sua paradossalità e il suo infantilismo; eppure al suo passaggio lascia una strana inquietudine, come di un messaggio arcano che fatica ad essere rielaborato in modo razionale. E' un suono avvolto nel mito. Un mito ingombrante, risibile (e deriso esso stesso), ma dal quale - in un estremo atto di autolesionismo - è impossibile distogliere lo sguardo.

Pochi e tutto sommato semplici gli accorgimenti usati per ottenere tale effetto: adornare il corpo (apparentemente) morto del rock con gioielli barocchi e sontuose vesti rinascimentali; coprire l'olezzo con gli aromi pungenti del mellotron, il cui suono è, per antonomasia, carico di sentori olfattivi che appartengono a tempi remoti; infine applicare, sulle piaghe aperte, il balsamo rinfrancante di interventi chitarristici discreti, ingegnosi e mai invadenti. Vista così si potrebbe quasi pensare ad una musica fatta di espedienti transitori, ad un mero trucco di scena (il che, come si vedrà, non è poi così distante dalla verità) o, peggio, al revivalismo nudo e crudo spacciato per novità. D'altro canto, non può nemmeno dirsi che questo macabro procedimento di vestizione non sia guidato dal desiderio inconscio di una "nuova vita", di una modernità (o perlomeno una diversità) a cui si anela disperatamente: come spiegare altrimenti quella tenace ricerca di atipiche soluzioni armoniche e di suggestioni tematiche che, lungi dal celebrare soltanto il pathos romantico tanto caro al resto della scena, lasciano spesso in bocca l'amaro retrogusto di quell'umorismo surreale così tipicamente "english" che è merce rara fra le file altezzose del progressive?

Il sound elaborato dalla band è infatti un sottile divertissement intellettuale camuffato da sublime gioco naif (o viceversa, chi lo sa). Una filastrocca bambinesca che degenera in poema epico dalle tinte irrimediabilmente vittoriane. Un'estasi barocca di gesti fumettistici e grotteschi slanci teatrali. Un campionario di pop art venato di nostalgia demodé. Un'improbabile eppure fascinosa discesa in un inferno cartoonesco dove Lewis Carroll prende il tè con Salvador Dalì e fantastica di un'apocalisse imminente al ritmo di foxtrot.

Eppure, accanto a questa dimensione "ciclopica", la proposta sonora del quintetto riesce spesso a mantenere una connotazione stranamente intima e - contrariamente a quanto molti pensano - poco incline al puro autocompiacimento. Se quella degli Yes è un'arte spesso sovraumana per titanismo e perizie tecnico-virtuosistiche, quella dei Genesis si scopre "a misura d'uomo", persino puerile. E', a tratti, un vero e proprio "gioco di bimba" (per citare maldestramente un famoso brano dei nostrani Le Orme) in cui tutta la raffinatezza strumentale e la grazia compositiva del gruppo viene a galla senza sforzo apparente e produce composizioni che brillano per complessità strutturale senza essere per questo futili esercizi di stile.

Tutt'altro che secondari sono poi il gusto per la teatralità e l'attrazione per l'artificiale, il contraffatto, che sono poi i tratti più evidenti che accomunano i Genesis al glam-rock, anch'esso decadente ed effimero per vocazione. Con questo non si vogliono certo tracciare assurdi parallelismi fra due stili che non potrebbero essere più distanti, quanto piuttosto riflettere su una peculiarità che trascende i richiami alla mitologia e al fantastico che sono un po' la norma nel progressive (si pensi allo "sci-fi" misticheggiante degli Yes o al dark gotico dei Van Der Graaf Generator) e sfocia in un vero e proprio culto per gli eccessi visivi e sonori. Anche qui ogni "pacchianeria" è astutamente premeditata e curata nei minimi particolari, dato che sono i Genesis per primi a farsi l'autoparodia, a differenza di altre band con pretese assai più "alte" che finiscono puntualmente con l'incappare nel comico involontario.

E' questo il nocciolo del kitsch, ragazzi: riuscire ad essere volgari e sublimi al tempo stesso. I Genesis ne sono la quintessenza. Valgano una volta per tutte gli imponenti spettacoli dal vivo, dove la messa in scena arriva non solo a farsi tutt'uno con la musica, anch'essa irrimediabilmente finta, ma a porsi essa stessa come oggetto primario di una disquisizione in cui il giullare Gabriel funge da elemento catalizzatore per un pubblico disposto a farsi cullare da un illusorio sogno di cartapesta. Ecco: la musica dei Genesis è un'illusione. Una splendida illusione.

II - I primi passi

Per risalire alle origini dei Genesis dobbiamo tornare (controvoglia?) a metà '60s, ossia a quell'arbitrario momento di transizione fra la relativa innocenza del beat e la corruzione psichedelica che, in capo a un anno, sortirà le prime, entusiasmanti rivoluzioni. Il luogo è invece obbligato: Godalming, Survey. E' là che si incontrano per la prima volta Peter Gabriel (voce), Mike Rutherford (chitarra e basso), Tony Banks (chitarra e tastiere) ed Anthony Phillips (chitarra), tutti studenti della prestigiosa Charterhouse, una delle più rinomate scuole private inglesi. Già da alcuni mesi, Rutherford e Phillips bazzicano i locali cittadini con un complessino, gli Anon, propinando il classico minestrone di sonorità tardo beat che vede in Beatles e Rolling Stones i nomi tutelari. Altrettanto precari sono gli esordi dei Garden Wall, il gruppo fondato da Gabriel e Banks che vanta pochissimi concerti all'attivo ma già conditi con alcuni trovate sceniche (come quella di Gabriel che sparge petali di rose fra un pubblico, per la verità, piuttosto confuso) destinate a ben altri sviluppi. Il fato vuole che, quasi due anni più tardi, le due band decidano di unire i propri sforzi sotto un'unica ragione sociale e inizino a comporre nuovo materiale da sottoporre all'attenzione del cantante e produttore Jonathan King, il loro primo mentore, colui che li indirizza verso la Decca e al quale si deve l'invenzione del nome Genesis.

L'idea che King si è fatto del gruppo appena messo sotto contratto (e che contratto! Cinque anni con l'opzione per altri cinque: praticamente una follia per dei ragazzini ancora sedicenni) è però assai distante dai veri interessi dei musicisti: laddove il primo spinge la band ad affrontare tematiche di stampo mitologico ma restando nei confini di facili e pompose ballate orchestrali, ricalcando le orme dei primi Bee Gees o dei Moody Blues, i secondi - nonostante la giovanissima età e la quasi totale inesperienza - iniziano ad orientarsi verso composizioni più ariose e complesse, prodighe di una maggior libertà strumentale. E' comunque King ad avere la meglio e ad indirizzare i cinque (è della partita anche il batterista John Silver) verso le curiose canzoni a sfondo biblico del pretenzioso e fallimentare "From Genesis To Revelation" (1969).

Si tratta in sostanza di un ciclo di pannelli in cui viene raccontata la genesi dell'Uomo e l'ascesa del suo spirito nel regno celeste. Il suono è parente stretto di tanti altri "esperimenti" dell'epoca (Procol Harum, Nice, gli stessi Moody Blues) tesi a contaminare il pop con scontate reminiscenze di musica classica e infarcire il tutto con ingombranti arrangiamenti orchestrali dal sapore vagamente epico. Inutile dire che "From Genesis To Revelation" sfigura anche di fronte a questi ingenui tentativi. Unica nota positiva: all'epoca quasi nessuno si accorse del disco o dei tre imbarazzanti 45 giri estratti ("The Silent Sun", "A Winter's Tale" e "Where The Sour Turns To Sweet"). Riascoltato oggi col senno di poi, può considerarsi un'operina futile ma già prodiga di qualche sorprendente "rivelazione": la voce di Gabriel, innanzitutto, ancora acerba ma già capace di ammaliare; poi i percorsi immaginifici della sei corde di Phillips, vera guida spirituale della formazione; infine i cromatismi soavi delle tastiere di Banks, futuro maestro cerimoniere le cui scorribande si faranno sempre più incontenibili.

Rotto il sodalizio con King (che già aveva messo le mani avanti riducendo i termini del primo accordo ad un anno soltanto, con l'opzione per un altro anno) e finita male l'avventura con la Decca, il gruppo si trova costretto a ripartire da zero, campando delle magre entrate che i concerti possono offrire ad una band ancora sconosciuta ai più. Ma è proprio nella intensa attività live che i cinque (ora con John Mayhew dietro ai tamburi) scovano il giusto sentiero da battere ed individuano i capisaldi su cui imperniare il nuovo Genesis sound. La ricetta è semplice ma gustosa: esaltare le tinte forti del repertorio, esasperarne i tratti favolistici, approfondire i legami con la musica classica e puntare sul magnetismo che Gabriel è in grado di sprigionare sul palco. I primi risultati non si fanno attendere: dopo un concerto al Queen Mary's College, nel febbraio del 1970, i Nostri suscitano l'attenzione della Charisma di Tony Stratton-Smith, che accetta di metterli sotto contratto e permette loro di registrare subito un nuovo 33 giri.

L'ancora oggi sottovalutato "Trespass" (1970) può essere considerato il primo vero album dei Genesis. Epurato da tentazioni orchestrali pur mantenendo intatto il potenziale evocativo, il disco resta sorprendentemente in bilico fra scorci di candido melodismo ed assaggi delle architetture maestose che di lì a poco faranno la fortuna del gruppo. E' proprio questa sua natura di transizione fra due modalità espressive (e, a conti fatti, fra due epoche) che rende "Trespass" un piccolo gioiello di progressive in erba, lontano sia dal jazz-rock paranoico dei King Crimson di "Lizard" che dal cupo romanticismo dei Van Der Graaf Generator di "H To He Who Am The Only One", entrambi usciti quello stesso anno.

Al confronto di questi colossi, i Genesis sembrano quasi dei principianti (e, per certi versi, lo sono davvero) ma la loro umiltà qui è un valore aggiunto: grazie all'approccio contenuto, i musicisti riescono a limitare al massimo le pretenziosità del disegno a favore di arrangiamenti misurati in cui, più che le tastiere vellutate di Banks, sono le trame sottili delle chitarre acustiche di Phillips e Rutherford a costituire le strutture portanti ("Visions Of Angels" ne è l'esempio più evidente, ma anche "Dusk" e l'estatica "Stagnation" fanno la loro bella figura). Persino quando l'accento viene posto sugli intarsi strumentali e le prodezze dei singoli (la memorabile "Looking For Someone" e l'epica "White Mountain"), raramente si smarrisce la fluidità dell'esecuzione. Una menzione a parte merita la conclusiva e devastante "The Knife", un parto della mente di Phillips che, nel testo delirante e nelle scariche "metalliche" di una musica mai così battagliera, guarda già ai toni paranoici del futuro "The Lamb Lies Down On Broadway".

Certo, i difetti abbondano: l'omogeneità fra i brani è spesso eccessiva, i testi sono insipidi e ancora lontani dall'opulenza rococò delle loro pagine migliori, mentre la produzione non proprio impeccabile penalizza in diversi punti la riuscita dell'insieme. Se, però, si chiude un occhio e si prescinde da queste imperfezioni, il disco resta un'opera davvero valida che sta ancora lì, avvolta nel cellophane, in attesa di essere riscoperta come uno dei primi, piccoli classici del prog-rock.

C Commenti

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Marco_Biasio alle 17:15 del 17 agosto 2007 ha scritto:

Ma quanto ci hai messo??? Bravissimo, comunque...

:-OOOOOOOOOOOOOO

barkpsychosis alle 16:22 del 3 ottobre 2007 ha scritto:

senza parole....

...sei un mostro di bravura! Complimentissimi!

PierPaolo alle 13:04 del 22 maggio 2008 ha scritto:

Bravissimo

Un piacere leggerti, Matteo.

Naturalmente, sulle vicende del gruppo ho sfumatore di giudizio diverse dalle tue su una serie di particolari. Ma nella sostanza concordo con tutto, come d'altronde dovrebbe fare qualsiasi sincero ed intelligente appassionato di musica. Fanne ancora, di queste panoramiche lucide e personali.

PV64 alle 20:43 del 4 settembre 2008 ha scritto:

Grandeee

...adoro i Genesis fino a The Lamb. Poi il grigiore degli anni 80 alle porte.

Bel revival!!

ozzy(d) alle 0:21 del 17 gennaio 2009 ha scritto:

Bella, bella monografia!

Franco alle 21:54 del 24 gennaio 2009 ha scritto:

Ottima monografia, al di là di alcune ovvie divergenze di opinione su alcuni argomenti ti faccio davvero i miei complimenti!

Truffautwins alle 4:38 del 30 aprile 2009 ha scritto:

Analisi perfetta

Concordo su tutto.

Truffautwins alle 4:38 del 30 aprile 2009 ha scritto:

Analisi perfetta

Concordo su tutto

Truffautwins alle 4:39 del 30 aprile 2009 ha scritto:

Analisi perfetta

Concordo su tutto

P.Donato alle 15:10 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Una delle prime cose che balzano agli occhi leggendo quello che definirei un tentativo di "saggio" attorno alla produzione artistica dei Genesis, piuttosto che una monografia vera e propria (in quanto quest'ultima dovrebbe contenere maggiori elementi di obiettività, o quantomeno di "neutralità", astenendosi il più possibile, lo scrittore, dall'esprimere giudizi in fase di analisi degli aspetti artistici, non soltanto nella fase di trattazione storica) è senza dubbio una esaustiva competenza circa il materiale trattato, quantomeno su quello più puramente musicale. Il materiale più attinente ai testi, però, non viene preso in esame con egual peso, la qual cosa induce, il pur sapiente recensore, a indugiare in conflittuosi dubbi, persino a indurre il lettore a giungere a domande destinate a restare senza risposte, qualora il lettore stesso si azzardasse a sposare appieno il dettagliato percorso di disamina che si occupa, come è detto, in maniera eccessivamente preminente del percorso storico del sound genesisiano, soffermandosi ingiustificatamente, poi, sulla tecnica usata in fase di composizione, quasi questa fosse stata, da parte dei Genesis, creata a tavolino senza (o quantomeno con pochi) elementi che la accomunassero alla parte letteraria (la quale, a mio avviso, ha invece avuto un'importanza notevolissima nelleconomia dell'arte genesisiana, né si è mai discostata dal discorso più puramente musicale, ANZI, è proprio quest'ultimo, ovvero il tracciato musicale, che ha sempre accompagnato in maniera più che mai attinente, senza mai discostarvisi, il materiale letterario; di più: addirittura i brani strumentali - ove il testo non fosse, quindi, presente - non si sono mai discostati, comunque, dall'essenza dei vari album presi in esame, ma anzi, ne completavano, di volta in volta la ragion d'essere, costituendo quel valore aggiunto che ben pochi gruppi storici abbiano mai potuto vantare). Certo, le creature mitologiche attorno alle quali Gabriel, spesso, costruiva le proprie storie, non sempre erano esistenti in mitologia, ma talvolta scaturivano dalla propria inventiva applicata alla mitologia stessa: tuttavia non dobbiamo dimenticarci che siamo di fronte a un artista geniale, che non si pone limiti in fase di creazione artistica (e di questo non possiamo che compiacerci), non si ferma né si adagia nel campo della semplicità, come è giusto che avvenisse, laddove esistessero le qualità, soprattutto in quegli anni, ovvero quando le sperimentazioni erano, giustamente, ben accettate sia dal pubblico, sia dalla produzione discografica in generale, che addirittura rischiava sull'incerto, pur di mettere sul mercato prodotti artistici che non mirassero esclusivamente al puro immediato tornaconto (questo è successo, come abbiamo visto, a distanza di un paio di album dalla dipartita di Gabriel), a differenza dei decenni successivi (dagli ottanta sino a tutt'oggi), quando, cioè, i produttori fossero, invece, ben attenti, eccessivamente oculati in fase di produzione (guai, oggi, a produrre un disco che non sia in linea con i canoni del massificato gusto commerciale! La sperimentazione è una cosa, il "lavoro musicale" è altro, perché deve assicurare profitti... questo ti rispondono oggi, unico rimedio, a questo punto, diviene l'autoproduzione; negli anni sessanta, primi settanta non funzionava proprio così: le case discografiche seguivano l'artista molto più di oggi; oggi l'artista deve seguire le case discografiche, quindi l'arte vera e propria, quella innovativa, quella vera, quella che esprime i malesseri del mondo contemporaneo e propone eventuali rimedi, viene, perciò, penalizzata). In quest'ottica, dobbiamo considerare Peter Gabriel e i Genesis, sicuramente artisti che potessero vantare un indiscusso background storico/letterario all'attivo, il ché comportò anche osteggiamenti da parte diella critica rappresentativa dei giovani ascoltatori meno preparati, accademicamente parlando, e questo è comprensibile per allora; ma più per allora rispetto ad oggi... oggi possiamo analizzare e considerare il lavoro artistico della migliore produzione genesisiana (ovvero quella che sale la parabola sino alla dipartita del loro leader carismatico, e che inizia a scendere negli album successivi a "Seconds Out") come uno sforzo estremo di innovare, di proporre, di cercare di cambiare, insomma, il mondo di allora con tutte le sue contraddizioni (tutte le bands dell'epoca avevano questo orientamento, magari illusorio, se vuoi, ma erano protese in ciò), senza però dimenticare quanto l'uomo avesse precedentemente prodotto nel corso dei secoli. Non si tratta della tipica band di rottura che facesse tabula rasa, non ci sono elementi dadaistici nel cammino genesisiano, ma siamo di fronte a un cammino che, sino almeno a Trick Of The Tail, se non addirittura al successivo, cresce artisticamente attraverso la tecnica e la satira. Semmai si può contestare una non significativa ricerca di innovazione in fase di composizione: naturalmente sono altri, i gruppi che hanno segnato cambiamenti significativi nel corso dei decenni, non certo i Genesis, che attingevano da elementi romantici la ragion d'essere del loro cammino musicale, raramente spingendosi anche in antri psichedelici laddove potessero attingere da materiale già preesistente; non è stata una crociata, il percorso musicale di questa storica band, non c'è stata quella dirompente lotta trasgressiva, ma sono indubbiamente riusciti a mettere perfettamente a fuoco le contraddizioni e i paradossi dell'epoca contemporanea (non per niente l'uso letterario dei paradossi, attraverso la creazione di termini assonanti ad altri con l'intento di creare allusioni, era la gabrieliana peculiarità di giungere a critiche "realmente incisive", poiché potevano avvalersi di una sorta di "critica alla ragion storica", attraverso l'invenzione di mondi fatastici, che attingessero dai miti preesistenti, e che ne ampliassero la consistenza del peso contemporaneo, attraverso la mutazione dei miti stessi: è qui, dove è situata la reale rivoluzione operata dai Genesis, è qui dove risiede la consistenza storica di ciò che è stato espresso nei loro anni migliori, nel messaggio "evidentemente letterario" in primis, espresso, naturalmente, attraverso tessuti musicali di pregevolissima fattura e anche attraverso le espressioni istrionico-teatrali, al limite del glamour, se vuoi, del loro leader carismatico (che pure, tuttavia, non se la passava neanche male in tecnica vocale, anzi!). Tecnica e composizione musicale al servizio della critica letteraria, dunque, attraverso la creazione di testi aventi abbondante dignità proprio sotto il profilo della critica al modus vivendi dell'uomo contemporaneo. Un cammino percorso anche da parte dei King Crimson, cui tu stesso ti riferisci, ma con maggior peso specifico, scaturente da un più ampio spettro d'azione, grazie alla coscienza/conoscenza storico-letteraria di cui erano in possesso i Genesis.

Il dubbio di essere stato un po' preso per il naso dal loro operato negli anni della miglior produzione, o per lo meno quelli attorno all'apice della loro parabola artistica, dunque, a mio avviso, non deve sussistere: noi tutti viviamo in un mondo che vorremmo avesse caratteristiche diverse, se un artista evidenzia, criticando a ragion veduta, anche se in modo "apparentemente" eccessivamente nascosto tra nozioni culturali "sempre apparentemente" fini a se stesse, il nostro attuale modus vivendi contemporaneo, non dobbiamo sentirci chiamati in causa, nella misura in cui, però, conseguentemente noi poi ci impegniamo, in qualche modo, attraverso anche un pur piccolo contributo quotidiano, nel cercare di proporre qualcosa di nuovo, di giusto, di positivo. In definitiva, possiamo significare che la teatralità di Gabriel non può intaccare il suo messaggio, ma anzi, contribuisce a evidenziare le pecche del mondo contemporaneo, senza arrivare a comportamenti estremi, sul palco, tipici. ad esempio, di un Morrison o di un Franck Zappa, tanto per citare (ma senza fare alcun parallelo) alcuni personaggi dell'epoca che erano in possesso di eguale dignità storica, ma che la esrpimessero con modalità di maggior effetto scenico di rottura.

In definitiva: secondo me il tuo lavoro sarebbe davvero ottimo, se non si perdesse, spesso, tra i dubbi circa la qualità e la sincerità degli intenti dell'attività artistica genesisiana, quantomeno quella che arriva sino a Gabriel. Non vuole essere, quindi, una critica negativa la mia, nei tuoi confronti, ma costruttiva, attraverso un mero mio contributo.

Cordialità,

Piero Donato

loson, autore, alle 17:24 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Ehm, ti confesso che il commento l'ho letto due volte, ma mi ci sono puntualmente perso. Vedrò di rispondere come posso. Dunque... 1)L'obiettività non esiste, se vuoi una monografia "neutra" ti basta ricorrere alla pura e semplice cronologia, integrando il tutto con date, loughi, dati di vendita, etc. Questo però lo fanno i computer e io non lo sono, quindi ho provato a ragionare sui Genesis e sui dati ANCHE ARTISTICI che avevo a disposizione, esprimendo le mie idee. 2) I Genesis non solo sono uno dei miei gruppi preferiti da sempre, ma anche uno de gruppi più importanti della sua era. Molto più significativi dei Doors e forse anche di Zappa, a mio giudizio. Li venero letteramente, ragion per cui ho preferito evitare di buttarmi nella classica mono "adulatoria", tutta baci e carezze, per cercare di sviscerare più nello specifico il mito Genesis, anche nelle sue contraddizioni.

3) Non so da cosa tu abbia dedotto la mia presunta avversità verso Gabriel: trattasi di un artista che adoro letteralmente; per di più, nella mono faccio ben presente che, da dopo la sua dipartita, il complesso non ha (quasi) fatto altro che arrancare. 4) Perchè il petulante dubbio di essere stati gabbati? Ma perchè l'arte (soprattutto quella popular) è illusione, implica una complicità fra mezzo e fruitore che non di rado sconfina nella prestidigitazione. E' poi lo stesso Gabriel a non prendersi troppo sul serio quando decide di chiudere un'opera imponente, quasi maniacale come "The Lamb", con una storpiatura di un brano degli Stones ("It's only knock and know-well, but I like it"). 5) Non è la sincerità che cerco nella musica, e anzi la mancanza di essa è quanto di più mi attrae. I testi di Gabriel mi piacciono molto, anche i primi, quelli (che io giudico) più piacevolmente "inconsistenti", giocosi, fini a se stessi: riescono, come pochi, a creare un mondo; mondo che poi può anche farsi remoto e deformante specchio della realtà, non ci piove. E poi le liriche di "The Lamb" sono fra le più complesse e belle di sempre, e questo l'ho scritto chiaramente nella parte dedicata al disco. Per il resto, hai inquadrato la parabola Genesis esattamente come me, per cui non vedo il problema. Ciao, Matteo.

P.Donato alle 21:30 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Stavolta inizio dal fondo, perché sinceramente il problema non lo vedo nemmeno io, che problema dovrebbe esserci? Ho semplicemente evidenziato l'importanza dei testi, realmente rivoluzionari, dei Genesis, sotto il profilo storico-letterario, rispetto all'aspetto musicale, diversamente da quanto hai fatto tu, che invece hai parlato all'80% di tecnica musicale e compositiva, come se fosse la loro principale peculiarità (in effetti sono molti a crederlo, ma non è certo colpa mia se invece la realtà è esattamente il contrario... ). Riguardo all'amletico dubbio sul sentirsi più o meno gabbati anche nel corso dei loro migliori album (su quali siano mi pare che concordiamo tutti), mi piace insistere: questo dubbio non dovrebbe sussistere. Elogiarli su tutto non sembra il caso neppure a me, infatti ho evidenziato il fatto di quanto le loro composizioni non fossero, anche al loro tempo, particolarmente originali, anche se tutto quello che hanno prodotto fosse di pregevolissima fattura. Che non siano stati un gruppo di rottura, poi, potrebbe anche non essere un pregio (si può eventualmente discuterne), come è anche desumibile, da ciò che ho scritto, che hanno prodotto una pecca evidente, nel corso della loro evoluzione, ovvero quello di non essere universalmente fruibili da tutti gli amanti del pop di quegli anni, proprio perché non facilmente

comprensibili da parte di quanti (ed erano molti) non fossero almeno un pochino interessati alla storia e alla mitologia. La musica dei Genesis di Foxtrot, di Selling england di The lamb, e aggiungerei anche Nursery e Trick of the Tail, secondo me è la migliore della loro produzione; ma sarebbe un'analisi tutt'altro che corretta se non si inserisse anche Trespass, anche se musicalmente si è fatto di molto meglio, ma il contenuto dei testi, la forza letteraria che scaturisce anche dall'unione fra essa e il tessuto musicale sviluppato dalla giovane band di allora (vero che sia solo il divenire di ciò che sarebbe stato espresso molto più felicemente negli anni successivi) collocano anche quest'album in una comunque felice posizione della parabola ascendente. Quindi concordo anche su questo. In ultimo, ma non per questo ultimo..., non ho mai dedotto alcuna avversità da parte tua nei confronti di Gabriel, cosa te lo ha fatto pensare?

Ancora una cosa (e questa è veramente l'ultima) non volevo, come d'altra parte specifico nel post stesso, confrontare Genesis ai Doors né a Zappa, soprattutto sotto il profilo musicale (3 universi completamente differenti fra loro), ho semplicemente citato due PERSONAGGI che hanno avuto anche storicamente un grosso peso sotto il profilo concettuale della critica al modus vivendi (e commerciandi!) dell'uomo medio che rappresentava quel leggero e involutivo comportamento sociale contemporaneo. Morrison per la forza e dignità filosofica dei testi; Zappa per l' irridente e ficcante uso della satira consapevoli (che peraltro esprimeva attraverso modalità al limite della decenza). Tant'è vero che non ho neppure fatto cenno all'indubbia e realmente significativa qualità compositiva (lui sì che storicamente è collocabile tra i principali geni musicali del secolo scorso, prova ne sia che resta impossibile collocarlo in un genere ben preciso).

Quindi, per concludere, mi pare che concordiamo su quasi tutto, tranne che sull'importanza letteraria e la forza storica dei testi dei Genesis, mi pare, attorno ai quali ruotava tutto il resto della loro produzione artistica (musica, teatralità - anzi teatro -, scenografie etc.).

Saluti

PD

loson, autore, alle 21:50 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

"Quindi, per concludere, mi pare che concordiamo su quasi tutto, tranne che sull'importanza letteraria e la forza storica dei testi dei Genesis" ---> Se i testi in questione sono quelli di "Nursery Crime" o "Trespass" sì, se invece sono quelli di "Selling England" o "The Lamb" sono d'accordo con te. Concettualmente e strutturalmente, i testi di quest'ultimo sono probabilmente i più complessi e strabilianti di tutto lo scibile rock dell'epoca, non ho dubbi. Infatti ho rimarcato la portata monumentale - anche sotto il profilo lirico - dell'opera, pure se non mi sono dilungato (per esaminare i testi di "The Lamb" ci sarebbe voluto un libro a parte,lo sai).

"Elogiarli su tutto non sembra il caso neppure a me, infatti ho evidenziato il fatto di quanto le loro composizioni non fossero, anche al loro tempo, particolarmente originali" ----> Ecco, è qui che siamo assai in disaccordo. I Genesis di "The Lamb" sono la quintessenza dell'originalità: musica già proiettata nel decennio successivo, in pratica. E anche prima sono sempre stati una band personalissima, a mio giudizio.

P.Donato alle 0:13 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

A mio avviso The Lamb, assieme a Foxtrot e Selling England, stà al culmine della parabola dei Genesis; sono affezionato al significato di The Lamb quanto a quello di un'altro concept doppio, dei Who (Tommy); ma musicalmente parlando anche The Lamb non è poi granché originale; in molti brani Banks ha attinto parecchio dalle atmosfere psichedeliche di floydiana memoria; lo ha fatto, questo sì, molto bene, sviluppando ritmi in crescendo su atmosfere assolutamente degne di una grande band, ma erano cmq tutte cose già sperimentate da altri in precedenza. Per non parlare dell'ormai da tempo, almeno in epoche non sospette, divenuto classico lento da ballo Carpet Crawl, nato su basi armoniche trite e ritrite; non si può mettere sullo stesso piano la forza creativa e rivoluzionaria del messaggio dei testi e la musicalità, sia pur "talvolta" eccellentemente costruita proprio attorno al significato dell'urgenza del testo stesso; musica e testi sono un tutt'uno, semmai, ma l'originalità che dà la cifra agli album dei Genesis (The lamb compreso) non stà tanto nell'approccio musicale di tessuti sonori sia pur pregevoli (e piacevolissimi all'ascolto, talvolta anche molto orecchiabili, come sai), quanto più nella costruzione concettuale letteraria: lì, a mio avviso, sono stati praticamente impareggiabili. Certamente un Gabriel così motivato e anche talvolta scatenato (tipo nel brano omonimo iniziale) lo si era gustato ben poche volte, forse mai, in studio, prima di allora (ma chissà quante volte dal vivo, anche in bootleg, però!).

Resta comunque uno dei più rappresentativi punti di forza, a mio avviso, doppio concept della storia del prog.

ciao, pd

loson, autore, alle 0:30 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Non condivido una sola parola del tuo ultimo post, tranne quando riconosci "The Lamb" come uno dei doppi più rappresentativi del prog (considerazione un po' paradossale, visto che lo ritieni musicalmente una ciofeca). Saluti, Matteo.

P.Donato alle 1:08 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Non ho mai detto che the lamb, musicalmente, sia una ciofeca, stai scherzando? Se lo metto al culmine della parabola un motivo ci deve essere, il fatto è che musicalmente alterna effetti e atmosfere particolarissimi (anche se non così originali), brani assolutamente trascinanti, al limite dell'hard rock quasi metallico, ma comunque mantenendo un gusto musicale più che dignitoso, ad altri, invece, costruiti su basi armoniche disarmanti, nella loro semplicità creativa e orecchiabilità, che sembrano creati più per un'esigenza commerciale (magari pressione da parte della casa discografica, sai meglio di me come funzionano queste cose, no? Tant'è vero che ne era anche uscito il singolo). Se dovessi dare un voto alle sole musiche di The lamb, la media credo sarebbe 7/8, quindi come vedi piuttosto alto. Se considero, invece, il concept nella sua globalità, lo annovero tra i capolavori del pop-rock-prog (quindi, pertanto, è un dieci, magari senza lode, ma pur sempre di dieci si tratta).

loson, autore, alle 13:27 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Lamb anticipa diversi tratti della new wave (presente i Magazine?), dal new romantic al filone experimental-proto industriale("The Waiting Room", "estrema" persino per i King Crimson), contiene elementi proto-punk e "heavy" (come hai detto tu), estremizza e snellisce le baldanzosità prog in una forma "nuova", nervosa e sintetica, che io non ritrovo in nessun altro disco dell'epoca (almeno di quelli che ho ascoltato, ma non sono pochini). The Lamb è un disco new wave travestito da prog-rock (o l'inverso). Anticipa persino l'ambient ("Silent Sorrow On Empty Boats"), riprendendo una lezione che poteva essere solo dei Cluster (non a caso Eno ha collaborato all'album). Momenti Commerciali, dici? Boh, se per te basta avvicinarsi al formato pop per esserlo allora sì, può darsi. Di pezzi come "Carpet Crawlers" (capolavoro di melodia e produzione), "nonstante" il loro successo, ne escono uno ogni quarto di secolo. E poi per me essere commerciali non è sinonimo di "scadente": mi interessano le idee, la musica. Bowie l'aveva capito che arte e commercio possono andare a braccetto, influenzandosi e compenetrandosi a vicenda. Questo, sia chiaro, è quanto penso IO, non ho intenzione di convincere nessuno. Ciao, Matteo.

Totalblamblam alle 15:46 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

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Totalblamblam alle 15:58 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

scusate è partito da solo il tasto LOL

matteo su sto disco esageri: alla fine non suona e anticipa nulla se non il canto del cigno del sound progressive: né la new wave( il fatto che i magazine ascoltassero i genesis non li fa suonare alla genesis) né l'industrial ci sento e waiting room di "estremo" ha la pussy ma senza footing ...il proto-punk sono le dolls gli stooges dove ci sentite il proto-punk in questo disco? posso capire qualche accenno ambient in silent sorrow che eno era effettivamente lì in studio ma per il resto è un polpettone difficile da sopportare tanto è vacuo e fatuo ... olè ora mi uccideraa

loson, autore, alle 22:48 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Te non ti massacrerei mai, perchè mi stai troppo simpa (vedi come sono gggiovane? ;D). Venendo a noi... "il proto-punk sono le dolls gli stooges dove ci sentite il proto-punk in questo disco?" ---> "Back In N.Y.C.", tanto per buttarla lì. Non c'è la new wave? Ma se nel trambusto percussivo di "The Grand Parade" sembra d'ascoltare i Virgin Prunes più invasati, maddai...LOL Canto del cigno del progressive? Quello lasciamolo a ELP o agli Yes del pur bellissimo "Relayer". "The Lamb" è il superamento del prog, stoke. Peace.

Totalblamblam alle 23:20 del 11 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

grassie )) però prima di questo lavoro i proto-ni erano su altri lidi dai donato non ha tutti i torti...di certo non pensi all'agnello inglese coi magazzini e ora le prugne vergini irlandesi ci metti pure dentro scrianzato LOL di proto synth-pop non ci sta?

allora che i ggiovani ci leggono facciamo chiarezza un bignamino:

proto-new wave ci arriva prima eno

proto-punk dolls stooges mc5

proto-industrial i kluster

proto-heavy i sabbath

proto-raffaella dr paul

me lo sono risentito dio bonino che fatica e sto superamento del progressive non ce lo sento,semmai è una summa di tutte le sue caratteristiche; pure gabriel dopo averlo sentito disse basta mi sono incartato pure io con una storia assurda e ho inscenato tutto sto casino metropolitano per raccontare i complessi dei pugnettari incalliti...

o ragionando per assurdo se fosse come dici tu come ti spieghi a trick of the tail e wind and wuthering? cioè superi qualcosa e poi ci ritorni indietro di nuovo?

loson, autore, alle 3:51 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

"o ragionando per assurdo se fosse come dici tu come ti spieghi a trick of the tail e wind and wuthering? cioè superi qualcosa e poi ci ritorni indietro di nuovo?" ---> Perchè no, scusa? Sono infiniti i casi di artisti che, una volta superato uno "steccato", tornano sui propri passi. Nel caso Genesis poi la motivazione è proprio terra terra: mantenersi i fan equivaleva a perpetuare fino alla nausea tutte le proggherie fiabesche già viste nei dischi precedenti (ricorda che a moltisimi fan storici del gruppo "The Lamb" non piace, proprio perchè "diverso").

"proto-new wave ci arriva prima eno" ---> Veramente prima ci arrivano i Roxy (in cui Eno era una presenza tutto sommato marginale), e ancor prima i Silver Apples, tanto per dire. Poi sì Eno, Residents (attivi dal '71), krautaggini varie... E cmq, ascoltati "Back In N.Y.C." e dimmi se, tolto il tempo dispari, non sembra davvero un pezzo dei Magazine (per i quali il prog è stata un'influenza evidentissima) mischiato a furia proto-punk. Attento: non ho detto che i Genesis di "The Lamb" anticiparono il proto-punk (ci mancherebbe solo questo... ;D), solo che ne incorporarono certe sfumature nel sound, e per un gruppo prog ciò fu una mossa paradossale e inedita). Sia nelle atmosfere catacombali dei testi (il disco è un abisso di disperazione metropolitana, altro che elfi e folletti!) sia nel suono (come estetica produttiva molti brani - tipo la stessa "Carpet Crawlers" - sembrano registrati nei primi '80, non nel '74), per me l'Agnello è qualcosa che va al di là del prog tutto, spingendosi "oltre". Poi vabbè, a te proggherie e culi di pippo franco stan da sempre sul gargarozzo, non mi meraviglio che l'ascolto ti procuri dissenteria... ;D

Totalblamblam alle 14:30 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

eno marginale nel creare quel sound non direi ma siamo OT di già visto che i roxy non "suonano" new wave ma semmai la wave la senti in here come the warm jets (faccina)

dunque il progressive dei magazine secondo me è un falso che qualcuno ha buttato là e tutti si sono accodati come cocorite a dire si è vero solo perché ci sono dei tappeti sonori synth che comunque con quella estetica nulla hanno da condividere visto che musicalmente si produce altro e soprattutto si vuole dire altro...potrei dire la wendy carlos o tomita per i magazine e non cambierebbe nulla ...mi sembra una boutade come le fughe poi divenatate fiche contrappuntiche di currie che non esistono come ben sai...la furia proto-punk in quel pezzo matteo non ce la sento per nulla ma neppure sfumature: solo la voce strozzata alla hammill di gabriel con un tappeto sonoro che mi ricorda di più certa gravitas dei KC che il proto-punk ...carpet crawler negli ottanta la "rifanno" i marillion è un pezzo che non va certo oltre i soliti schemi dei genesis della ballata soporiera sognante e non è vero che il progressive tutto mi stia sulle palle sono pieno di dischi progressive

solo che l'agnello per me pone il . e non l'oltre

di quell'estetica e se non piacque a tutti i motivi possono essere anche diversi: lungo fiacco stanco non sempre ispirato con momenti musicali anche imbarazzanti tipo counting out of time, per non dire che un madre lingua ascolta anche i testi e si chiede ma che sta a di?F

loson, autore, alle 17:17 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

"i roxy non "suonano" new wave ma semmai la wave la senti in here come the warm jets" ----> Come no... Infatti pezzi come "Virginia Plain" o "In Every Dream Home A Heartache" (a un passo dai Tuxedomoon), "Bogus Man" (tutte le coacerve sperimentazioni su dub, death-disco, etc.) me li sono inventati guarda... E anche il canto di Ferry, che quando faceva lo psicotico già plasmava i vari Byrne e Devoto mentre da crooner detterà legge su gran parte del synth-pop e su tutto il new romantic, anche quello me lo sono inventato io, o Eno. "Here Come The Warm Jets" deve ancora un sacco ai Roxy Music, ed Eno stesso sfrutterà in più occasioni i suoi ex-compagni per plasmare i suoi dischi (tanto per dire: "Takin Tiker" è arrangiato assieme a Manzanera, hai detto cazzi...). Appurato ciò, 'sta diatriba sui Genesis è sterile: sono un gruppo che detesi (avrai le tue buone motivazioni, mica lo contesto), e non cambierai certo idea adesso.

Totalblamblam alle 19:26 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

no non te li sei inventati ma sono così quei pezzi per la mano di Eno non certo quella di Ferry, poi non confonderei la new wave con i new romantics o il synth pop secondo me proposte diverse...vero quello che dici per ferry su sylvian e i japan non sono pienamente convinto della sua influenza su byrne e devoto anche se è affascinante come proposta...se vedi i footage degli show inglesi e tedeschi dei roxy di isterico o psicotico non c'è nulla in Ferry! da dove ti viene questa lettura?? a meno che tu non assimili certe caricature sue facciali all'isteria quando invece sono più vaudevilliche cabarettistiche non certo da nevrosi...i confini sono sempre labili LOL

assolutamente non vero che detesti poi i genesis ( vero per yes e ELP) : buon natale

loson, autore, alle 0:34 del 13 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Quei pezzi (soprattutto "Bogus Man")sono tali anche per il contributo di Eno, è innegabile. Però la vera mente dei Roxy era Ferry, è inutile che ci mettiamo i paraocchi - come in molti hanno fatto, e per troppo tempo - e vediamo l'Eno genio e gli altri tutti comprimari. E poi sì, secondo me Ferry ha influenzato direttamente sia l'una che l'altra corrente "canora" della new wave: quella impostata sul crooning (e quindi i vari MacKenzie, Sylvian, Oakes) che, per molti versi, quella più psicotica dei Devoto, Byrne, etc. E non sto parlando di mimica o linguaggio del colto o del corpo (il suo essere on stage), chè in quello è sempre stato molto composto, signorile: parlo proprio ell'inflessione vocale nei pezzi più paranoici dei Roxy, come "Re-make/Re-model", "Do The Strand" con tutti i balbettii, le svisate quasi atonali, il suo ansimare isterico... Il vibrato così profondo della sua voce - quasi parodistico - verrà poi esasperato da Mark Mothersbaugh dei Devo ("Too Much Paranoia", a esempio... lì la presenza di Ferry è più che tangibile). Ah, io intendo "new wave" come termine omnicomprensivo, quindi dentro ci stanno pure i new romantics, i "goth", i "synth-poppers" e via dicendo. LOL Buon Natale anche a te!!! ;D

loson, autore, alle 0:36 del 13 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Pardon, quell'Oakes sta per Oakey... Ma quanto dormo!!!! ;D

P.Donato alle 3:53 del 14 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

"E cmq, ascoltati "Back In N.Y.C." e dimmi se, tolto il tempo dispari, non sembra davvero un pezzo dei Magazine"

Dici bene, "tolto il tempo dispari", come per dire... Bazzeccole!: Scusa, ma la quantità di produzione prog (non soltanto da parte dei genesis) basato su tempi dispari è talmente elevata da costituirne una importantissima peculiarità, che tecnicamente contribuisce ad elevare il prog in tale misura da essere, talvolta, accostato (a torto o ragione) addirittura a generi normalmente riconosciuti come cultualmente più quotati, tipo il jazz o la classica; si tratta di un elemento che non dimenticherei così facilmente. La tecnica musicale (sia esecutiva sia compositiva) nel prog, salvo poche eccezioni, ha una funzione miliare, diversamente a quanto accade in altri generi pop. Ed è proprio questo uno dei principali elementi che ha caratterizzato la rivolta punk, provocata (al di là dell'operazione commerciale dei produttori dei sex pistols, eccellenti fiutatori di business, come sappiamo) da una estrema frangia di controcultura che contestava proprio quegli elementi tecnico/compositivi che iniziavano davvero a odorare di vecchio e stantio per le neo avanguardie della seconda metà degli anni 70. Vogliamo dimenticarci di quella pittoresca specie di "caccia all'hippy" inscenata in una più che mai fumosa (e collosa) Londra di quell'epoca? Sinceramente parlando, io non ne ho affatto intenzione. Poi ognuno la veda a modo suo, per carità. Le verità assolute non esistono, si cerca soltanto di ragionare in maniera più obiettiva possibile.

Cordialità, pd

P.Donato alle 3:12 del 14 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Concordo con stokerilla e quoto alla grande: è evidente che tra le varie branche della new wave (scusate se le metto tutte nello stesso calderone, non mi piace occuparmi in prima persona di discussioni sulle varie differenze storiche e protostoriche, per quanto mi riguarda non sono poi così affezionato alla new wave, sarà pure un mio limite, mah!) sia possibilissimo trovare elementi prog, non soltanto dai genesis però; vero è che The Lamb è un album molto particolare, che, come sappiamo, ha finito per dividere non soltanto stampa e fans dell'epoca, ma addirittura i membri stessi del gruppo, che si sono ritrovati monchi, dal successivo album, di un leader che nella propria carriera solistica seppe, quantomeno nei primi album, immettere nel mercato dischi che al tempo stesso potessero essere non soltanto commerciali, ma questa volta sì, realmente originali, andando a cercarsi non soltanto atmosfere a metà tra il sintetico e l'"analogistico" (mi viene la tentazione di dire: "anticipando l'era digitale" LOL ma sarebbe una battuta un po' troppo "grassa", ne convengo), ma cercando anche di riacquisire le radici antiche e ancestrali, quelle vere, attraverso ottimi tentativi di incorporare ritmi africani nel sostrato del proprio background, esperimento riuscito, a mio avviso, appieno. Poi naturalmente, in epoche successive, sono anche nati brani alla Steam e quant'altro, in cui di sperimentalismi non si presentasse più neanche l'ombra di lontane memorie, d'accordo; ma tanto per fare un parallelo tra il primo Gabriel e ciò che iniziavano a sfornare i Genesis dopo la sua dipartita... scusate, il confronto, a livello puramente musicale, non si pone neppure, tanto è il divario a favore di Gabriel.

Entro solo di striscio nella vostra querelle sui Roxy, sul chi fosse più carismatico o più "mente" tra Ferry e Eno; a mio avviso, tanto per far rientrare it questo argomento, si potrebbe impostare l'equazione: Ferry sta a Gabriel quanto Eno sta a Banks, nei rispettivi gruppi, dove però sia accaduto, in prospettiva "dipartite", l'esatto opposto, ovvero, nei Genesis il primo ad andarsene risultò il leader carismatico (il cui tentativo di sostituirlo con Collins a me, tuttora, risulta essere stata operazione piuttosto grottesca, anche alla luce dei risultati artistici raggiunti sotto il profilo musicale nel dopo Gabriel); nei roxy successe il contrario, ovvero a partire fu invece Eno, la mente reale del gruppo, quantomeno quella più puramente sperimentale: infatti anche i Roxy non hanno forse raggiunto, nel tempo, risultati molto più largamente commerciali nel dopo Eno, a discapito di quelli più puramente artistici? D'accordo sulla carismaticità anche sul piano delle idee a livello di testi (e della presenza scenica fortemente rappresentativa in prospettiva "video"), se vuoi anche molto originali, ma in alcuni brani ormai ben assimilati dall'immaginario collettivo, tecnicamente parlando, talvolta Ferry si accosta a Presley talmente tanto, da far cambiare all'istante stazione radio ai più affezionati fans dei loro primi lavori (tra i quali, ben inteso, io non mi annovero; ho "sopportato" meglio le sperimentazioni solistiche di Eno).

Poi voi fate cenno anche a Bowie. Ci sarebbe da scrivere tanto su questo emisfero, vista l'ora non me la sento, il sonno incalza, alla prossima.

Saluti, pd

loson, autore, alle 14:33 del 14 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Gabriel ha fatto cose eccellenti sia da solista che coi Genesis, non stiamo qui a fare il "garino"... La diatriba fra musica "commerciale" e musica "veramente originale" è roba vecchia, ampiamente sorpassata, buona solo per i matusa. Esiste musica commerciale "veramente originale", basta soltanto togliersi i paraocchi/paraorecchie e ascoltare senza preconcetti. Sui Roxy distorci proprio i fatti, altro che obiettività: Ferry è il responsabile delle (rivoluzionarie) scelte estetiche "camp" ei primi tempi, scriveva tutti i pezzi, cantava, suonava le tastiere, aveva l'ultima parola su tutto ciò che riguardava la band, anche e soprattutto nelle scelte sonore. Eno stava al VCS3 e ai nastri, influendo ovviamente sul sound, ma in frangenti neanche così estesi. Eppure no, deve per forza esere Eno (artista che adoro) la vera mente, perchè quella più "genuinamente sperimentale" (come se bastasse il quoziente di "sperimentalità" per fare il leader...). Altro louogo comune: non è vero che i Roxy senza Eno sono scaduti nel manierismo; semplicemente si sono reinventati alla luce dei mutamenti di gusto e estetica di quegli anni, producendo grandi cose, magari leggermente più pop ma non meno sperimentali (pensa a "Siren" e, soprattutto, al sigillo new romantic "Avalon", disco di una bellezza e ricercatezza assolute).

"E cmq, ascoltati "Back In N.Y.C." e dimmi se, tolto il tempo dispari, non sembra davvero un pezzo dei Magazine" Dici bene, "tolto il tempo dispari", come per dire... Bazzeccole!" ---> Guarda che i Magazine di raffinatezze stilistiche ne hanno usate a tonnellate eh, fra cui anche tempi dispari; certo non erano così frequenti, ma si sta parlando di un'altra era. E poi cosa c'entra il punk? Il punk ha fatto "tabula rasa" (anche qui...) riallacciandosi alle radici rock'n'roll, ma la new wave è qualcosa di diverso dal punk, o no? Pere Ubu, Pop Group, Public Image Ltd., Contorsions, Scritti Politti (tanto per fare qualche nome, ce ne sarebbero centinaia) erano parimenti nutriti di jazz, dub, disco, avanguardia, forse più degli stessi progsters. Anzi, si può dire che la new wave era molto più legata al "prog" (soprattutto quello meno appariscente: krautrock, Canterbury, etc.) che ai tre accordi e via del punk.

P.Donato alle 1:25 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

"La diatriba fra musica "commerciale" e musica "veramente originale" è roba vecchia, ampiamente sorpassata, buona solo per i matusa" Non è vero: esiste enorme differenza tra roba solo commerciale (esempio: il Ferry anni 80, ma neanche lo stesso Bowie si salva granché in quell'epoca, anche se la collaborazione con Fripp produce sicuramente risultati "eccentrici", quantomeno il deja vu non si avverte in maniera così evidente, l'impegno c'è) e brani che pur essendo commerciali, risultano estremamente sinceri anche dal punto di vista artistico, è il caso del primo Gabriel, quantomeno sino al suo terzo album da solista. Poi non è solo questione di originalità del brano, non si tratta solo di argomentare esclusivamente attorno a giri armonici, fraseggi, vocalismi etc., ma è anche questione di mantenere alta la tensione emotiva, la forza, l'energia nel tuo sound, che poi costituisce la reale cifra della bontà di un album. Tipico esempio, Iggy Pop 1986: "Blah Blah Blah", che segna il suo ritorno dopo un lungo e buio periodo di circa 10 anni di stravizi, tra abuso di alcool e droghe. Album solidamente aggressivo, anche se legato (stilisticamente parlando) ai classici giri armonici rock, ma dove originali (tié ) assoli di chitarra e grinta musicale si lasciano assaporare da un folto pubblico in maniera trasversale.

"Eppure no, deve per forza esere Eno (artista che adoro) la vera mente, perchè quella più "genuinamente sperimentale" (come se bastasse il quoziente di "sperimentalità" per fare il leader...)."

Mai scritto, né si evince nulla di simile da quanto ho scritto. Il leader era ferry, ovviamente eno, eccentrico e vulcanico personaggio, ne usciva fuori con le ali troppo tarpate, dalla collaborazione con Ferry, e inevitabile fu la sua dipartita. Ma tu i miei post li leggi, o fai finta? Sembra che ogni volta che mi rispondi venga colto da una irrefrenabile voglia di confutarmi a tutti i costi senza leggere sino in fondo quello che scrivo. Ma andiamo avanti:

"E poi cosa c'entra il punk? Il punk ha fatto "tabula rasa" (anche qui...) riallacciandosi alle radici rock'n'roll, ma la new wave è qualcosa di diverso dal punk, o no?"

Allora, se tu disconosci le radici della new wave nella sua naturale fonte - il punk -, commeti un falso storico. Il punk ha fatto tabula rasa, giusto; ma a livello ideologico, naturalmente. I primi punk non si curavano nemmeno più di tanto di accordare le chitarre, il loro messaggio non stava certo in quei due-tre accordi di matrice rock (la quale poi deriva dal blues, come sappiamo... or not?) - non per niente è definito punk rock -, dicevo due tre accordi che riuscivano a malapena a intonare in qualche modo, cosa vuoi che interessasse l'aspetto compositivo ai primi punk? non era quello il loro intento: loro volevano creare energia rivoluzionaria attraverso una evidente controcultura di tipo dadaista (magari anche inconsapevolmente), ma estremizzando il tutto attraverso un modus vivendi (o morendi) che in qualche modo, negli anni successivi, viene assimilato, metabolizzato, alla fine mutato in tendenze varie al seguito dalle varie correnti new wave, in maniera estremamente meno estrema (scusa il gioco tautologico). Il problema è che tu analizzi la materia musicale in maniera troppo attinente al mero aspetto tecnico-musical-compositivo, dimenticando, spesso, che l'urgenza primaria dei gruppi storici (salvo poche eccezioni) che hanno contribuito a costituire l'ossatura della storia del rock (siamo o no in ambiente "storia della musica"?), non è da ricercarsi in maniera così cospicua nella struttura tecnica delle composizioni musicali (anche se questa, in materia prog, ha certamente un forte peso), quanto più nella filosofia identificata nel modus vivendi dei giovani che costituivano il seguito dei loro idoli. Ribadisco l'impressione che ho avuto leggendo la tua pur ottima monografia dei genesis, che si evidenzia ancor più in ambito risposte ai commenti in questa sede: a mio avviso uno scrittore di rock non deve mai dimenticare il contesto dal quale nascono le varie correnti, altrimenti l'analisi resta falsata dall'eccessivo divario tra il peso attribuito alla tecnica musicale nei confronti delle ideologie che costituiscono le motivazioni artistiche. Per dirla alla Alighieri (non è che ora voglio tirarmela, ma tanto per evidenziare qunto sia sempre attuale quel verso anche a distanza di parecchi secoli), pecchi un po' di noncuranza nei confronti dell"Amor che move il mondo e l'altre stelle". Questo amore non sorge dalla tecnica, ma da altre cose, si può essere i migliori virtuosi al mondo, i migliori compositori, senza trasmettere pathos al pubblico, qualora il musicista non si immedesimi nel pubblico stesso, ma finisca per autocelebrarsi (consapevolmente o no, poi, è altra questione...).

Dai, accetta un minimo di critica, specie se correttamente motivata, sù, non credo che esistano uomini perfetti, in questo mondo.

Salutoni, pd

P.Donato alle 1:43 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Ehm, pardon, errata corrige: "Amor che move il sole e l'altre stelle", non il mondo.

pd

loson, autore, alle 2:07 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

A me sembra di non tralasciare l'aspetto sociale della critica, e nella mono c'è tutta una prima sezione a questo dedicata. Idem dicasi per altri articoli che ho scritto qui per storiadellamusica o su ondarock (leggiti le monografie su Cramps o Associates, se ti interessa). Se spesso mi soffermo sul dato tecnico-musicale, è perchè al 90% è l'aspetto più tralasciato in sede di analisi. Se leggi il "Mahler" di Principe (ma il discorso vale per ogni altra pubblicazione rilevante in classica o jazz) trovi un'attenta analisi ANCHE della musica, perchè il dato sonoro/visivo è di per sè veicolo di una poetica. I testi e il "contesto sociale" li analizzo spesso, anzi: nella monografia degli Associates c'è tutta una parte finale in cui non faccio altro. Può darsi che lo faccia male, ma d'altronde non sono certo granchè nello scrivere. Però prima di esprimere giudizi definitivi sull'operato di qualcuno, dovresti almeno documentarti. "Allora, se tu disconosci le radici della new wave nella sua naturale fonte - il punk -, commeti un falso storico." ---> Per niente, sei tu che (forse) sei ancorato a una visione che la critica italiana dei primi '80 (quella cresciuta col punk, per intenderci, e che ha dato inizio a un certo orientamento che purtroppo perdura anche oggi) ha fatto sua, perchè in aperta opposizione al prog. Il punk rinnegava il prog riportando in auge il languore roots dei primi '50, salvo poi estremizzare il suo messaggio nell'anarco-punk, nell'Oi! e, in parallelo, nell'hardcore. Il punk era essenzialmente revisionista, pur incarnando un sentire "alieno" (e ricorda che c'è SEMPRE una corrispondenza fra il vocabolo sonoro e il sentire di una data generazione: le chitarre male accordate e i tre accordi del punk sono perfettamente "logici", nel contesto in esame). La new wave ha seguito un percorso diverso: se è vero che dal punk ha mutuato l'approccio DIY, dal punto di vista sonoro e poetico ha sempre teso verso una pluralità di manifestazioni: il modernismo, il post-modernismo con annesso sfruttamento dei media (vedi il New Pop), l'esasperazione dei tratti ancestrali e teatrali dell'esperienza umana (il gothic), etc. La new wave voleva "superare" il punk, creare un futuro (le parole di alcuni illustri esponenti erano proprio queste: CREARE, NON DISTRUGGERE), e per farlo hanno attinto a patrimoni artistici e letterari fra i più disparati.

"a mio avviso uno scrittore di rock non deve mai dimenticare il contesto dal quale nascono le varie correnti, altrimenti l'analisi resta falsata dall'eccessivo divario tra il peso attribuito alla tecnica musicale nei confronti delle ideologie che costituiscono le motivazioni artistiche." ----> Assolutamente, ma chi lo contesta scusa? Lo so che il contesto in cui sono nati i Genesis è diverso da quello dei Magazine, io ho semplicemente notato affinità sul piano musicale e possibili riflessi sulla poetica dei gruppi. Mica si possono segregare i periodi musicali in camere stagne: sono vasi comunicanti, la musica è fatta di corsi e ricorsi. Indiviuare il filo sottile (per immagine, musica, poetica) che parte dai Kinks, sfocia nel glam e riaffiora nel new romantic non è un esercizio retorico, ma un voler individuare la continuità di un certo discorso musicale. Questo è quanto, e direi che possiamo anche chiudere qui. Ciao.

P.Donato alle 18:38 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

I miei giudizi non sono mai definitivi, anzi, non sono mai neppure giudizi, ma meri elementi di dialogo.

"La new wave ha seguito un percorso diverso: se è vero che dal punk ha mutuato l'approccio DIY, dal punto di vista sonoro e poetico ha sempre teso verso una pluralità di manifestazioni:"

Ovvio; concordo, naturalmente. Colgo il tuo invito a leggere i tuoi altri articoli, come invito tu stesso (e quanti eventualmente interessati) a leggere i miei alle pagine 16-17 (sono stato tra i primi collaboratori di questa storia della musica) sul Jazz, sulle fonti del Pop, sulla Folk music Revival, sul Blues, e ne avrei altri pronti, solo da rivedere causa un lungo periodo di inattività (circa 3 anni).

Cordialità, Piero Donato

loson, autore, alle 20:58 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: RE: Monografia intensa e capillare che approda ad una sconcertante conclusione

Non sapevo avessi collaborato a sdm. In effetti quelle pagine le avevo lette tempo fa, adesso non ricordo bene... Comunque le rileggerò con interesse. Saluti, Matteo.

REBBY alle 17:25 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

Donato, è più facile leggere una "monografia" (tra

virgolette si può scrivere? eheh) del Los che un

tuo commento, il che è tutto dire eheh. Io

preferisco leggere uno che esprime un parere

(anche per confutarlo, se non si è d'accordo)

piuttosto che un altro che si limiti a raccontare

cos'è successo (forse perchè c'ero). Poi ognuno

la pensa a modo suo. Per me ad esempio i Genesis

esistono da Trespass a The lamb ... (quest'ultimo

con Nursery crime il mio preferito). Dal 76 in poi

dal mio punto di udito c'era (e c'è) di meglio da

ascoltare. Complimenti Donato per al conoscenza che dimostri!

P.Donato alle 21:49 del 10 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

E va bé, che vuoi che ti dica, quando si parla di musica e letteratura può esser vero che approfondisco talmente tanto, da apparire io stesso al limite della logorroicità. D'altra parte musica e letteratura sono la mia vita stessa... E poi anch'io c'ero in quegli anni! Iniziai a storcere un po' il naso quando uscì Wish You were Here, il Journey di Wakeman, Hurricane di Dylan e altri, ma poi, negli anni successivi, qualche lieve impennata da parte di qualcuno c'è pure stata. Certo, il punk et similia hanno costretto il pop a un'involuzione tecnico-musicale tale da far restringere di moltissimo il campo d'ascolto da parte dei sempre più rari affezionati di prog, negli anni successivi. Se pensi poi che i Metallica al loro primo album vendettero 7 milioni di copie..., ed è proprio lì, dove molti gruppi tra le nuove generazioni di prog sono andati a confluire, in quel metal-prog che comunque ha prodotto anche buone cose non soltanto sotto il profilo tecnico musicale, ma anche nel produrre una certa ragion d'essere (anzi, di "resistere") attraverso quella potente forza creativa e liberatoria (direi catartica) grazie alla quale si potesse ancora, in qualche modo, to carry on!

ciao, grazie

pd

Totalblamblam alle 15:28 del 14 dicembre 2009 ha scritto:

comunque tre sono i motivi per cui eno ha lasciato i roxy e sono seri non me li sto inventando io

1)parlava meglio del timido ferry nelle interviste rubandogli la scena al che lui rosicava

2)si scopava tutte le ragazze e non gli lasciava neppure le briciole

3)ferry non voleva che i roxy diventassero una band indie del tempo ma "mainstream"

P.Donato alle 0:07 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

"comunque tre sono i motivi per cui eno ha lasciato i roxy e sono seri non me li sto inventando io 1)parlava meglio del timido ferry nelle interviste rubandogli la scena al che lui rosicava 2)si scopava tutte le ragazze e non gli lasciava neppure le briciole"

Eh eh eh, ma sì, dai, buttiamola sul gossip, altrimenti davvero non se ne esce, e saremmo noi, non i musicisti in argomento, a prenderci troppo sul serio...

REBBY alle 17:25 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

E' risaputo che in Italia amiamo più i Genesis di

quanto non facciano i loro compatrioti. Questa

monografia arricchita dai commenti, in particolare

di Donato, Stokerilla e Loson stesso, è indispensabile per chi non c'era. Al di la dell'indiscusso apporto (e valore) degli altri

componenti della band, Peter Gabriel è musicista

fondamentale del pop rock inglese degli anni '70

(con nascita negli anni '60 e sforamento anche

negli anni '80 e talvolta seguenti) e il suo nome

può essere affiancato a quello di altri colossi

quali Eno, Wyatt, Bowie e Fripp.

Peelip alle 12:53 del 28 settembre 2011 ha scritto:

Immondizia (questa recensione)

Mi sono iscritto solamente per dire che non condivido neanche una riga di questa recensione. Scritta da qualcuno che evidentemente odia il progressive. I Genesis da Trespass (1970) a Duke (1980) non hanno sbagliato un disco. E paradossalmente il meno riuscito di questi nove dischi è il The Lamb lies down on Broadway da te incensato come il miglior disco.

Definisci Duke copia di And then there were three. Evidentemente non lo hai mai ascoltato. Due dischi più diversi non ci possono essere. Evidentemente ignori che Duke è alla base del neoprogressive anni '80. Gruppi come Marillion, IQ, Pendragon etc. sono cresciuti a pane e Duke per loro stessa ammissione. Parli di A trick of the tail come di un album poco ispirato continuando ad ignorare che questo disco è all'origine dell'idea musicale di un gruppo quali i Dream Theater. Salti a piè pari gli anni '80, che è vero non hanno prodotto dischi capolavoro, ma ottimi dischi sì con parecchie canzoni capolavoro. Pezzi che sono diventati classici del new progressive come Domino ed Home by the sea ad esempio. O semplicemente classici del rock come Land of confusion, recentemente coverizzata dai Disturbed a dimostrazione di quanto siano stati influenti i Genesis (di tutte le epoche) per la musica moderna.

Prima di scrivere sarebbe bene ascoltare i dischi, ma farlo veramente e poi scrivere con obiettività e non facendo prendere il sopravvento a simpatie od antipatie personali o credendo che i propri gusti musicali siano assoluti.

ozzy(d) alle 13:14 del 28 settembre 2011 ha scritto:

aver influenzato i marillion e i drim thiater è proprio un grande merito ghghghgh. ah, per me questa è una delle migliori pagine del sito.

simone coacci alle 14:56 del 28 settembre 2011 ha scritto:

RE:

ahahah si, infatti.

Dr.Paul alle 20:18 del 28 settembre 2011 ha scritto:

RE:

sì aver influenzato marillon e dream theater è l'onta peggiore! imperdonabile!!

fabfabfab alle 16:37 del 28 settembre 2011 ha scritto:

Prima di scrivere sarebbe bene ascoltare i dischi

Pensa Loson che scrive dieci pagine su un disco che non ha neanche ascoltato ... pazzo furioso

ozzy(d) alle 20:37 del 28 settembre 2011 ha scritto:

e meno male che i muse hanno preso dai queen, altrimenti ci scappava il filotto ghghgh

Utente non più registrato alle 11:12 del 27 settembre 2015 ha scritto:

..."come afferma invece un consolidato orientamento critico che insiste sui soliti clichè progressivi e trascura sovente il vastissimo campo d'azione in cui si muove, con sorprendente agilità, questo dinosauro dalla testa enorme e dalla memoria lunghissima"... sono d'accordo...per il resto ho un giudizio molto diverso...e non sono riuscito ad andare oltre la prima pagina...

loson, autore, alle 13:25 del 27 settembre 2015 ha scritto:

"Giudizio molto diverso" nel senso che non apprezzi i Genesis? Sono all'incirca il mio gruppo preferito o quasi, questo non vuol dire magnificarne ogni nota/sillaba o, peggio, non cercare di indagare - e le mie sono valutazioni ANCHE personali, come ogni valutazione dovrebbe essere - i motivi di tanta fascinazione. Ti invito a proseguire nella lettura, se vorrai.

Utente non più registrato alle 14:43 del 27 settembre 2015 ha scritto:

Per quel che può interessare i Genesis sono il mio secondo gruppo preferito (chissà quale sarà il primo?! ) in assoluto...quindi il senso non era quello...

Mi rendo conto che scrivere una monografia del genere sia difficile e "coraggiosa", ma spero si possa non essere d'accordo su alcune tue valutazioni personali...

Per "correttezza" ho terminato la lettura...ma certe valutazioni personali sul progressive in aggiunta ad alcune sul gruppo in questione sono molto diverse dalle mie...tutto qui...

Ho invece apprezzato una certa visione che hai fornito su The Lamb.

loson, autore, alle 16:48 del 27 settembre 2015 ha scritto:

"spero si possa non essere d'accordo su alcune tue valutazioni personali" ---> Certo che sì, ci mancherebbe. E' che dal tuo primo intervento sembra emergere un'incompatibilità pressoché totale (la prima pagina contiene osservazioni per certi versi anche spietate, che ancora difendo, e che continuo a ritenere alla base del mio amore per il gruppo), e questo mi aveva portato a ritenere che tu avessi frainteso l'assunto di base: e cioè che il gruppo mi piace. Per questo ti invitavo a proseguire nella lettura: magari riuscivo a "spiegarmi meglio", ecco. Va benissimo - anzi, è necessario - che si abbiano opinioni diverse dalla mia.

Utente non più registrato alle 20:57 del 27 settembre 2015 ha scritto:

Bene...

Vorrei solo aggiungere che, a quanto mi è dato sapere, l'apporto di Eno su The Lamb è limitato al filtraggio di alcune parti vocali nel sintetizzatore. Nel bene (per me) o nel male (sicuramente per altri) sarebbe stato alquanto difficile un intervento esterno/estraneo nell'economia del gruppo.

loson, autore, alle 21:50 del 27 settembre 2015 ha scritto:

Sì, credo sia andata proprio così. Alcuni vociferano di una sua partecipazione a "The Waiting Room" ma non ci sono testimonianze a sostegno di questa ipotesi. Credo però che, almeno in Silent Sorrow On Empty Boats e Ravine, il gruppo (Gabriel in primis) abbia voluto far tesoro dell'esperienza Eno-Fripp "No Pussyfooting" la quale, pur non configurandosi ancora come ambient, ne tratteggiava alcuni caratteri essenziali (come poi stavano facendo i Cluster in Germania).

Utente non più registrato alle 15:33 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Per quanto ne so su The Grand Parade...

Sicuramente Collins ha poi collaborato sui dischi solisti di Eno insieme ad altre personalità di provenienza prog...

loson, autore, alle 13:46 del 27 settembre 2015 ha scritto:

Fermo restando che, essendo lo scritto datato 2007, ho nel frattempo attenuato certi giudizi lapidari:specie sulla natura puramente ludica dei testi del Gabriel "pre-Selling England By The Pound" e sul primo disco con Collins al canto, il solidissimo "Trick Of The Tail" che è stato, assieme a "Nursery Crime", il mio primo contatto coi Genesis, avvenuto in tenera età. Insomma, sono il primo ad essere critico nei confronti di ciò che scrivo, e nel corso di 8 anni qualche altra certezza è venuta meno. Per fortuna.

Lepo alle 15:08 del 27 settembre 2015 ha scritto:

Monografia eccezionale, specie nel l'analisi di Lamb Lies... apice dello scritto e anche per me della carriera di Gabriel&co.

loson, autore, alle 16:49 del 27 settembre 2015 ha scritto:

Smack!