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R Recensione

8/10

These New Puritans

Inside The Rose

Field of Reeds” usciva circa sei anni fa; oggi, lo si certifica senza dubbio come uno dei capolavori del decennio ancora in corso. Quasi nessuno quanto i These New Puritans, in quegli anni, si era spinto così oltre in fatto di ricerca art ed estetica. Il risultato: un disco di metafisica pop curvata all’avanguardia e alla classica, estremizzazione intellettuale di trame bizantine ed esoteriche, alternanza di sublimi ascensioni emotive e sprofondamenti di disperazione. Un flusso epico, dedalo di progressioni armoniche dal fascino religioso, quello dei fratelli Barnett

Con “Inside The Rose” i These New Puritans portano meno all’esasperazione la radicalizzazione razionale/emotiva del sound di FOR, provando invece a evocare i tratti in forma integrata e teatrale. Le tinte, così, si fanno, se vogliamo, più noir; drama. E la gestalt, nero infuocata, restituisce un’estetica spirituale e, insieme, da claustrofobia dark neo-romantica.

Di Jack Barnett (che ha definito il nuovo disco come la cosa più commerciale fatta finora - sic)  si percepisce il notevole lavoro espressivo (“Infinity Vibraphones”, “Beyond Black Suns”) realizzato sulle voci, così come l’attenzione, negli arrangiamenti, per una scrittura melodica (l’acme, la rêverie di “Where The Trees Are On Fire”; “Anti-Gravity”, “Beyond Black Suns”) più consistente rispetto al precedente lavoro. 

La sezione ritmica di George Barnett torna ad avere oggi più spazio, senza i sussulti distopico bellici di “Hidden”, certo, ma dando maggior fuoco e istintività (anche con l’uso di beats: “Beyond Black Suns”, “Inside The Rose” feat. David Tibet, “A-R-P”) in confronto alle simmetrie di FOR

Fin da subito i TPN (non più quartetto, ma composti dai soli gemelli Barnett) ci spalancano le porte di un mondo tormentato (“let's go back to the underworld” - tutti i testi sono, in questo album, di George Barnett); ed è subito un continuo rivolgimento e sovrapporsi, entro i brani, di ascensioni e progressioni spirituali, textures rarefatte e concrete, ritmiche serrate, bassi cavi, accordi gravi; brevi e intense bordate noise.

Se alcune differenze risultano sì significative in questo quarto capitolo, altrettanto doveroso è riconoscere come sopravviva l'impronta del these new puritans sound, che preserva una forma di coerenza longitudinale, nonostante sotto i nostri occhi si spalanchi un panorama/abisso comunque rinnovato.

In primo luogo, se è vero che le trame ultraterrene di "Field of Reeds" restano irraggiungibili, anche per audacia concettuale, "Inside the Rose" è a sua volta ammantato in una sorta di emotività di secondo grado. Non c'è nulla di esibito, eppure i suoi intrecci, una volta superata la prima barriera, sanno rapire il cuore e non solo il cervello. La loro proposta, connotata da un'intelligenza oggi pressoché fuori concorso, conserva quindi intatta la capacità di comunicare l'inesplicabile.

In secondo luogo, i numi tutelari dei TNP non sono cambiati in maniera sostanziale, ma sono qui riproposti in una prospettiva diversa, che recupera una certa fisicità passata. I fratelli Barnett venerano la spiritualità astratta del compianto Mark Hollis, e in effetti non è azzardato classificare Jack come il suo erede più credibile, anche per la peculiarità del suo percorso artistico e per la capacità di muoversi in equilibrio sul crinale che separa il pop dall'avanguardia (in senso lato), risultando certosino nel lavoro sulla melodia e al contempo agile nel districarsi tra partiture colte e riferimenti alti. Oltre ai Talk Talk, diventa però qui doveroso recuperare le atmosfere darkwave dilatate e rarefatte di Dead Can Dance (o, volendo un po' forzare la mano, dello Scott Walker meno scorbutico) e certa propensione dei Depeche Mode all'hook immediato: la title-track sembra traslare verso territori più astratti un brano uscito dalle sessions di "Black Celebration".

I brani paralleli al capolavoro datato 2013 risultano, nei fatti, gli ultimi: "A.R.P." (sulle prime, una “Organ Eternal” parte 2 - ctonia) è un saggio di minimalismo proteiforme, screziato di rumore e celestialità, che si muove in coda su orbite industrial (Mike Gira simpatizza con il neo-romanticismo), mentre la dolcissima "Six", dominata dalle sonorità dell'organo, è il degno capitolo conclusivo di un lavoro già miliare. 

E, forse, l'omaggio postumo più bello che si potesse immaginare per Mark Hollis.

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 3 voti.
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Vatar 7,5/10
Cas 7/10

C Commenti

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Totalblamblam (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:32 del primo aprile ha scritto:

ottimo lavoro per una band che non sta sbagliando molto. direi tra mark hollis e buchanan questo lavoro.

FrancescoB alle 15:59 del primo aprile ha scritto:

Sì, corretto anche il richiamo agli enormi Blue Nile, sebbene io veda più somiglianze con Depeche Mode e Dead Can Dance.

Totalblamblam (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:16 del 2 aprile ha scritto:

no i DM io non ce li sento , gruppo molto piu' facile e commerciale nelle sonorita'

FrancescoB alle 15:31 del 2 aprile ha scritto:

In Black Cebration si trovano brani tutt'altro che facili e commerciali, poi concordo che non si parla dell'influenza maggiore

hotstone alle 21:00 del primo aprile ha scritto:

Con i Puritans collabora Graham Sutton ho detto tutto...

Marco_Biasio alle 16:52 del 3 aprile ha scritto:

Sono solo ai primi ascolti, ma mi sembra davvero un disco di grande livello, meno solenne e sacrale di Field Of Reeds, più "musicale". Mi riservo di approfondirlo per bene nelle prossime settimane. Intanto mi permetto di dire che è sempre bello vedere tornare assieme due pesi massimi come voi, specie con una recensione del genere

hiperwlt, autore, alle 18:42 del 3 aprile ha scritto:

Esattamente Marco: meno estremizzato rispetto a FOR e più integrato musicalmente. Aspettiamo il tuo giudizio ps: Grazie!

Vatar (ha votato 7,5 questo disco) alle 17:21 del 5 aprile ha scritto:

Al momento sicuramente il miglior disco uscito quest'anno, tutto funziona a meraviglia dove svetta una sezione ritmica davvero notevole, notevoli anche le voci, tranne quella lirica inserita nell'ultima traccia (Six) che a mio parere non c'entra nulla.

Sinceramente non trovo richiami con i Depeche Mode mentre alcuni passaggi mi ricordano vagamente David Sylvian.

Cas (ha votato 7 questo disco) alle 10:56 del 8 aprile ha scritto:

secondo me falliscono (parzialmente) proprio dove doveva imperniarsi l'elemento caratterizzante del nuovo episodio. non riescono a far funzionare del tutto i brani, ancora divisi tra divagazioni avant, ricerca timbrica (sempre molto interessante, penso in particolare a "Where the Trees Are on Fire") e scrittura più distesa e pop, che in questo caso non riesce a imporsi, perdendosi in una generale fumosità.

FrancescoB alle 13:31 del 8 aprile ha scritto:

Per me, come ha sottolineato Mauro, ci sono ottimi spunti melodici, anche se probabilmente si tratta davvero di un'opera di transizione, che media tra le diverse forze che animano la band. In ogni caso, ho fatto ascoltare la title-track a diverse persone che hanno subito pensato, proprio come il sottoscritto, ai Depeche Mode, specie per le modulazioni vocali. Preciso giusto perché temevo di essere l'unico ad aver percepito qualche analogia, per quanto secondaria

Totalblamblam (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:54 del 8 aprile ha scritto:

fai pure terzaria ghghghg

Totalblamblam (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:54 del 8 aprile ha scritto:

e al fumo dai un bel sette?! LOL

Cas (ha votato 7 questo disco) alle 14:01 del 9 aprile ha scritto:

dipende dal fumo, in genere