R Recensione

7,5/10

Port St. Willow

Syncope

"Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall'altra parte della vita".

(L. F. Céline, 1932).

Come un lungo viaggio notturno in autostrada, che hai l’impressione possa non finire mai. Che vorresti non finisse mai. Corri veloce, avanzi, sulla carreggiata deserta e fredda, senza fretta di arrivare, dimenticata la meta, gli scopi, l’orario, e chi ti attende, dimenticato. Il parabrezza è saltuariamente pizzicato dalle gialle luci di una piazzola. Sotto le ruote che vanno, sotto le note che vanno, i trattini bianchi delle corsie diventano una sola linea continua, interminabile, luminosa impronta, sull’asfalto che inghiotte. Hai una nostalgia devastante, addosso. Hai quel languido malessere che ormai sembra appartenerti, e che riaffiora, saltuario anch’esso, intermittente, ma intenso, un po’ acceca, come le gialle luci che ora carezzano il parabrezza. È una piazzola angusta anche quella nostalgia che ti abita dentro, e che non hai più le forze di scacciare: il disincanto ha invaso tutto, ostile, come una metastasi.

È un viaggio malinconico, rilassato, meditativo; per compierlo, ideale è l’album di Port St. Willow. Disco scuro, come indica la copertina, dove compare la metà di una schiena nuda di donna, fino alle natiche, il capo velato nel buio, un solo braccio. Syncope, il titolo: come la caduta di un fonema all’interno di un vocabolo, come una perdita improvvisa di coscienza, un piccolo coma; come la mutilazione di una parte di schiena, appunto; o come l’inizio di un suono sull’unità di tempo debole, così da dare la sensazione di un impianto ritmico sfasato, spostato. E nel disco accade proprio questo, sovente: sono bellissime, le sessioni ritmiche, quasi sempre in controtempo, tanto jazzy, distendendosi per ampi spazi (alla Sigur Ros), a modellare un lavoro calmo, metafisico, ambient, fluido, cinematografico per la sua delicata potenza da colonna sonora. Un lavoro che indossa la medesima pelle per tutti i quarantotto minuti: una pelle che ha odore di post-rock.

Port St. Willow è lo pseudonimo di Nick Principe, compagno d’infanzia di Peter Silberman (The Antlers), il quale ha contribuito, con altri, alla realizzazione di questo secondo LP dell’amico: un’opera tanto scorrevole che molto ricalca il debutto (Holiday, 2013). Massiccia presenza di The Antlers, comunque, a livello di suono: le atmosfere liquide e dilatate seguono le loro orme (soprattutto dell’EP Undersea): si vedano le subacquee Three Halves Whole (splendida, Principe canta I know / You know / I know / You know, c’è più speranza) e la strumentale An Ocean we both know.

Un falsetto onnipresente, che però ha più corpo e che ha sembianze meno esili di quello boniveriano, o di quello utilizzato da Thom Yorke. Il richiamo al leader dei Radiohead non è casuale, perché questi ultimi vagano spesso in Syncope: in Ordinary Pleasure, ad esempio, nel riff di chitarra che potrebbe essere di Jonny Greenwood, malgrado poi parta un sassofono imponente, alla Colin Stetson

L’apertura, con Ume, si configura certamente come uno degli attimi migliori, con i controtempi suddetti, il loop di effetti, la crescita generale mediante tromba, pianoforte dai lunghi accordi e sei corde lucenti, nel gran finale. Attimi vibranti che tornano con le arie dreamy di Atlas, o con la cascata di piatti della conclusiva Opal.

Ma è una corrente continua, Syncope, con brani che cominciano laddove i precedenti terminavano. Una corrente che ha il medesimo, fiacco mood per tutto il suo corso. Per questo, è musica che necessita uno stato d’animo snervato e pacifico, per essere compresa, assorbita, e perché emozioni, o necessita di un lungo viaggio in autostrada, in solitaria, che hai l’impressione possa non finire mai. Che vorresti non finisse mai. Un viaggio al termine della notte, come quello di Céline, o sarebbe meglio dire Destouches, o Bardamu. Ed è in fondo il viaggio di molti di noi, sfolgorante, con l'alba che giunge, come premio per gli insonni. Sarebbe opportuno avere il fardello di una nostalgia devastante addosso, di un languido malessere, per essere in totale simbiosi con musica di questo grado. Altrimenti, si cerchi altrove: Port St. Willow canta lentamente per chi possiede ancora qualche pena da espiare. 

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hiperwlt alle 10:44 del 28 dicembre 2015 ha scritto:

Splendida recensione, splendido ogni passaggio. Rimangono gli ampi spazi dell'esordio, rimane il flusso metafisico del suono (e il suo essere derivativo: riferimenti esatti, Jac), quasi meditazione, come risposta alle angosce di Principe. C'è forse più maturità, dietro; ma per estetica preferisco ancora "Holiday". Ripasserò

Jacopo Santoro, autore, alle 14:47 del 8 gennaio 2016 ha scritto:

Assai di recente, anche Brian Eno ha speso ottime parole per questo lavoro:

"I just heard a record last month by Port St. Willow… which I became completely entranced by...I just thought how amazing that somebody could take the same few chords, pretty much the same sorts of sounds – it's quite hard to tell what is original about it, but I just know I've never heard it before. It's such a fabulous record".

antobomba alle 12:18 del 13 aprile 2016 ha scritto:

"Sarebbe opportuno avere il fardello di una nostalgia devastante addosso, di un languido malessere, per essere in totale simbiosi con musica di questo grado." Passaggio azzeccatissimo, complimenti per l'ottima recensione. Miglior ascolto di questo inizio 2016 per me.

Jacopo Santoro, autore, alle 2:41 del 28 settembre 2016 ha scritto:

Un ascolto preziosissimo, anche a distanza di mesi. E, purtroppo, tanto sottovalutato.