R Recensione

8/10

Shabaka And The Ancestors

We Are Sent Here By History

Io e gli altri jazzofili del sito saremmo anche stanchi di celebrare a ogni piè sospinto la scena jazz londinese (e non solo, a dire il vero: la California e New York stanno tenendo botta) contemporanea, ma il fatto che è questi musicisti non sembrano avere la minima intenzione di rallentare e scodellano dischi degni di nota in serie.

In quella congerie di ottimi lavori/capolavori eccetera che costella il firmamento jazz contemporaneo, Shabaka Hutcthings si è ritagliato un posto di primo piano, al fianco dei giganti.

Azzardo una prospettiva d'insieme che guarda naturalmente anche oltreoceano: Matana Roberts ha tradotto nei linguaggi contemporanei (anche post-rock) il gospel della chiesa afroamericana, la tradizione blues di Chicago e soprattutto le aspirazioni eurocolte e avveniristiche dei suoi concittadini Anthony Braxton, Roscoe Mitchell, Lester Bowie e Joseph Jarman; Kamasi Washington, dopo un debutto folgorante (come diceva giustamente uno dei migliori recensori di questo sito, se non diamo dieci a The Epic, quando mai potremo assegnarlo?), si è trasformato un po' nella versione edulcorata del John Coltrane meno apocalittico (leggasi: tecnica a iosa, padronanza da far cadere la mandibola, ma a volte tutto suona un po' troppo levigato, affettato); Robert Glasper ha celebrato la sintesi definitiva tra i diversi linguaggi di matrice black, tanto che se si parla di black wave lo si deve in buona misura a lui e al suo capitale Black Radio; Binker & Moses, sia in duo che nelle loro numerose collaborazioni e metamorfosi, sono la perfetta sintesi tra avant-jazz (sempre Chicago e gli anni '70) e il multiculuralismo londinese dei giorni nostri, che funziona come forza centripeta in grado di assimilare ritmi e produzione caraibici, Africa occidentale, il Sudafrica, l'America,il pop-rock, la psichedelia. Il jazz è tornato sulla strada, scrollandosi di dosso una certa patina da conservatorio che rischiava di castrarne le potenzialità (non che i conservatori sbaglino a insegnare jazz, però ecco il jazz è anche qualcosa di diverso da ciò che si tramanda tra quelle pareti).

E poi c'è Shabaka, che volendo restare in metafora e intendere la storia del jazz in termini nietzschiani e quindi ricorsivi, è un po' la reincarnazione di Archie Shepp e Fela Kuti (e scusate se volo così basso), per di più fusi in un artista solo. Quindi: afrocentrismo da far tremare le pareti, virtuosismo trascendentale che però è solo uno strumento e non il fine (Kamasi prenda appunti, e legga magari le riflessioni in materia di John Cassavetes o David Foster Wallace), estetica articolata ma di un immediatezza tangibile

E poi, una visione d'insieme e la radicata convinzione che la musica non sia solo musica: in un'intervista, Shabaka ha confessato che ritiene la propria arte uno strumento di decodificazione delle proprie utopie, di selezione di ciò che merita di essere salvaguardato e di ciò che invece dovrebbe essere archiviato. Musica con aspirazioni alte, se vogliamo farla semplice, e allora potrete capire gli accostamenti a Fela Kuti (l'unica vera star planetaria arrivata dal terzo mondo, Bob Marley permettendo) e Archie Shepp (il Malcolm X della musica jazz, l'artista che più in assoluto ha fatto proprie le istanze del movimento che fu).

We Are Sent Here By History vorrebbe essere anche una sorta di apologo sui destini dall'umanità, che Shabaka pronostica vicina all'estinzione (e al netto dell'iperbole, è curioso che l'album veda la luce quando l'Europa è stretta nella morsa del noto virus), tanto che il musicista si sente un proFela Kuti e ha tutto il diritto di farlo, per quanto mi riguarda.

La ricchezza dell'album lascia semplicemente esterrefatti: i dieci minuti della title-track sono puro afrobeat rinvigorito (semmai ce ne fosse bisogno) dall'estetica londinese contemporanea; il sassofono tenore di Shabaka è incendiario e per una volta non sono iperbolico, dipana il contorto linguaggio armonico di Trane, rimette al centro la ricerca melodica e un certo ritualismo proprio del jazz di tradizione africana (l'album è stato registrato nel corso di due lunghi anni tra Città del Capo e Johannesburg, e ha assorbito la lunga e originale tradizione del jazz sudafricano). You've Been Called non è solo una chiamata alle armi (che nessuno si senta escluso), ma è anche pura psichedelia jazz rarefatta che farebbe orgoglioso Sun Ra (ecco un altro nome cui Shabaka deve parecchio). Si respirano ancora atmosfere da Africa nera in Go To My Heart, Go To Heaven, congegno funk psichedelico/spoken word che sembra ideato dai Last Poets dopo una gita a casa Kuti.

Rispetto agli altri progetti, ivi compreso il sontuoso Your Queen is a Reptile, che pure si muoveva entro coordinate estetiche e anche semantiche similari, qui Shabaka e i suoi  sudafricani Ancestors perfezionano un progresso ulteriore sul piano formale: non solo i brani sono più coesi, ma anche più vari, ricchi dal punto di vista compositivo e melodico, diversificati sul piano stilistico. Behold, The Deceiver si apre come ballatona Sheppiana e rielabora all'infinito lo stesso giro di cinque note, prima che il sassofono contralto del sudafricano Mvubu si prenda la scena in lungo solo coltraniano fino al midollo (si citano frammenti di A Love Supreme, in un paio di momenti); incredibile il lavoro del bassista Ariel Zomonsky, sudafricano di chiare origini polacche che contribuisce a trasformare gli Ancestors in una sorta di dream team planetario.

Ogni brano meriterebbe un'analisi più accurata ma mi mancano tempo e spazio: mi limito a spendere due parole per Run, The Darkness Will Pass, congegnata a panelli in stile Shepp/Mingus, frizzante sul piano melodico, quasi solare nelle atmosfere anche grazie al contributo del clarinetto del leader, e per The Coming of Strange Ones, che a dispetto del titolo apocalittico regala uno dei duetti più riusciti tra tenore e contralto, grazie all'ennesima invenzione melodica felice (qui torna a predominare la tendenza dell'afrobeat e del funk jazz a cavare da un tema semplice e ripetitivo ogni possibile sfumatura e umore); il lungo solo del contralto, trascinato ed esaltato dalla ricchezza percussiva poliritmica, è poi uno dei momenti più alti dell'opera. 'Till Freedm Comes Home poi mi ha fatto saltare per tutti i sette minuti abbondanti della sua durata, questa è musica che serve per ballare, forse il brano più africano in assoluto. Che dire? La definitiva consacrazione e speriamo che sia solo l'inizio.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Paolo Nuzzi alle 13:20 del 14 marzo ha scritto:

E questo cos'è? Lo recupero subito! Intanto sempre tantissimi complimenti!

Dusk alle 14:34 del 22 aprile ha scritto:

Shabaka è un fenomeno vero, e quest'album aggiunge solamente un tassello alla sua abilità già comprovata. Recensione ponderata e calibrata e ottimi i riferimenti... congratulazioni!