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R Recensione

9/10

Gil Scott-Heron

Pieces Of A Man

A riascoltarla oggi sembra tutto troppo facile. Un beat essenziale con una linea di basso narcotica che definisce le coordinate, punteggiature discorsive di clarinetto a ricamare e un fuoco incrociato di slum poetry, snocciolata col piglio del reporter di guerra. The Revolution Will Not Be Televised. Niente morti o feriti (non ancora, non più): solo un lucido elenco di slogan pubblicitari, nomenklatura USA, personaggi da soap opera e scarti seriali della junk culture di massa, centrifugati e fatti a pezzi in nome del primato del pensiero critico e del rifiuto dei media come sistema di controllo e condizionamento.

Troppo facile, dicevamo, eppure il pezzo d'apertura di Pieces Of A Man colpisce un nervo scoperto ed è l'indicazione importante di un nuovo livello di consapevolezza nera da day after, la ricerca di una dimensione partecipativa in ottica pragmatica e individuale dopo la sconfitta delle utopie degli anni '60: a ben vedere, nascono da questa sorgente (e dai coevi Last Poets, affini nelle tematiche e nei modi) tutte le esperienze hip hop più radicali di fine secolo, dai Boogie Down Productions ai Public Enemy.

 

Gil Scott-Heron, poeta, attivista, cane sciolto, esordisce nel 1970 con una manciata di appassionati talking blues, approccio frontale e santino di Lenston Hughes in bella vista, sul primo lp Small Talk at 125th and Lenox. Ma è solo con Pieces Of A Man che la sua visione musicale prende forma per la prima volta in un disegno perfettamente calibrato, grazie al sodalizio con Brian Jackson (che diventerà suo co-autore e partner in crime per circa un decennio) e all'apporto di comprimari come Bernard “Pretty” Purdie e il suo giro di turnisti, fondamentali nell'accompagnare le aspre modulazioni vocali di Scott-Heron apparecchiando un range sonoro perfettamente in equilibrio tra funk, soul e incursioni freeform. E' il peso di una tradizione (il jazz, il Black Arts Movement, Billie Holiday, qui esplicitamente tributata nel solare uptempo di Lady Day And John Coltrane) riformulata da un'angolazione volutamente bassa, tra ghetto-routine, visioni drogate e iconografia Harlem.

 

In un periodo di smarrimenti e fughe, con la battaglia per i diritti civili ormai compromessa dalle troppe divisioni politiche ed economiche in seno al movimento, l'iperrealismo militante di Pieces Of A Man imbocca la strada del bluesologism, come lo definisce Scott-Heron: diventa respiro, quotidianità, indagine sistematica e istantanea credibile dei bassifondi afroamericani. Testi che in bocca a qualsiasi altro interprete suonerebbero insopportabilmente retorici, qui diventano segni sulla pelle e codici generatori di significato nel momento in cui l'autore non esita a esporsi in prima persona, senza sconti, mettendo a fuoco in primo luogo le proprie debolezze umane e incarnando così perfettamente le implicazioni autobiografiche del titolo dell'opera. Chi meglio di lui? Chi poteva permettersi di tastare il polso a un ideale di blackness in costante ridefinizione, se non l'uomo che ha scelto di farsene carico per tutta la sua vita, e a sue spese?

 

C'è un sentore di urgenza e di commovente autenticità che attraversa le liriche di Scott-Heron, che sia l'ottimismo contagioso di I Think I'll Call It Morning, finemente arrangiata in sinuose costruzioni di fluorescenze soul, o il dramma privato della title track gestito nei vuoti a perdere di uno scenario domestico palpabile e straziante. Il disco si muove costantemente tra questi due poli antitetici; win some lose some, come si dice, l'importante è metterlo in conto e andare avanti, giorno per giorno.

 

Nel computo delle sconfitte, bruciano però due ferite aperte che faticano a cicatrizzarsi e gettano un'ombra di desolante inquietudine sull'intero lavoro: l'incubo intriso di coscienza razziale di The Prisoner, posto emblematicamente in chiusura, allucinazione sensoriale innescata dalle stranianti tinteggiature pianistiche di Jackson che già prefigurano la mistica in sospensione di Winter In America (altro tassello preziosissimo nella discografia del nostro). Ma soprattutto l'incredibile Home Is Where The Hatred Is, con quegli ossessivi intarsi ritmici sottopelle e il buio di una notte che sembra non dover finire mai, una storia di tossicodipendenza che col senno del poi assume il tono della profezia (Scott-Heron finirà i suoi giorni da cocainomane all'ultimo stadio, arrivando a spendere duemila dollari a settimana in cristalli di crack e trovando ospitalità nelle dimore dei suoi spacciatori) e allo stesso tempo l'affermazione di una condizione esistenziale irredimibile, sempre fuori dai ranghi, priva di una collocazione precisa, e in cui il focolare domestico assume i tratti conflittuali della minaccia e della sconfitta (New York Is Killing Me titolerà uno dei suoi ultimi pezzi, nell'intenso I'm New Here); “a junkie walking through the twilight” declama in apertura e davvero, neanche a sforzarmi per ore potrei trovare una definizione più calzante per quest'uomo.

 

Un disco che vale una vita.

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Voto degli utenti: 8,8/10 in media su 12 voti.
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Cas 9/10
loson 8/10
REBBY 7/10
carusco 9,5/10
motek 8/10

C Commenti

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fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 0:45 del 28 febbraio 2012 ha scritto:

Benvenuto Davide

Questa recensione era in cantiere da un po', e tu hai reso perfettamente il senso del disco. Bravo davvero, non avrei saputo fare di meglio. Disco e artista fondamentali.

Filippo Maradei (ha votato 9 questo disco) alle 10:19 del 28 febbraio 2012 ha scritto:

Ottima recensione, scritta molto bene (che di questi tempi è oro), precisa in ogni aspetto (storico, tecnico, antropico...) e davvero coinvolgente. Disco strepitoso.

Marco_Biasio alle 11:23 del 28 febbraio 2012 ha scritto:

Esordio impegnativo, superato alla grandissima. Benvenuto tra noi!

FrancescoB (ha votato 8,5 questo disco) alle 11:34 del 28 febbraio 2012 ha scritto:

Mi aggiungo alla lista degli ammiratori: sia del disco (strepitoso) che della bellissima recensione.

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 17:37 del 28 febbraio 2012 ha scritto:

bellissima recensione per un disco meraviglioso! ottimo ingresso davide

DavideC, autore, alle 8:20 del primo marzo 2012 ha scritto:

Grazie per il benvenuto, e per il feedback positivo.

ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 14:05 del 3 marzo 2012 ha scritto:

la rivoluzione e la coca cola

disco splendido, anche se preferisco "reflections" che ha quel sapore da fin d'epoque e di chiudete il sipario. bella bella la recensione.

glamorgan alle 18:36 del 25 luglio 2015 ha scritto:

Grande album. Una prima facciata da 10/10. La seconda piu riflessiva. Comunque un album da 9/10.. Da avere anche winter in America,